In un villaggio di montagna, tre personaggi stravaganti passano il loro tempo sulla terrazza del bar del Mélèze. Bevono molto, fumano sigarette e discutono di svariati argomenti: ecologia, produzione e consumo di cibo, rapporto con gli animali, turismo, mezzi di trasporto, lavoro, scienza, teologia. Attraverso una sottile ironia – e a volte con qualche stereotipo –, lo scambio lascia emergere una critica sociale e una particolare filosofia di vita.
Man mano che le conversazioni e le azioni si sviluppano, e grazie anche agli altri personaggi che vivono nel villaggio o vi soggiornano per brevi periodi, la narrazione si anima e l’ambientazione si espande; il lettore è portato a percorrere strade, visitare case, scoprire stalle, orti e vigneti, visitare una distilleria artigianale, osservare l’autostrada in costruzione, e assiste anche a una frana. La componente teatrale del testo è innegabile; il gioco sociale è messo in scena con un grande senso dell’osservazione, per rappresentare in modo burlesco le contraddizioni e le aberrazioni del nostro tempo.
Attraverso le citazioni in più lingue sparse nel libro, gli estratti del diario dell’“artista del villaggio” – un personaggio ogni tanto rinchiuso in un ospedale psichiatrico –, l’evocazione di una lingua nazionale non ufficialmente riconosciuta e parlata nel paese, il romanzo indaga anche il ruolo della cultura e delle tradizioni, riflettendo su quanto rispettare le differenze e preservare la diversità in tutte le sue forme rappresenti una sfida. Sono queste le tematiche che costituiscono l’asse centrale del testo, il quale è attraversato da alcune domande fondamentali: tenuto conto di ciò che ci viene imposto dal mondo in cui viviamo, qual è il nostro margine di libertà? Come possiamo resistere? Cosa possiamo salvare, inventare, creare?
(Claudine Gaetzi, traduzione Natalia Proserpi)