Articolo anche in: Tedesco Francese

Scrittura collettiva: gioia condivisa… o mal comune?

La scrittura collettiva, pratica ormai consolidata nella Svizzera romanda, sta vivendo una nuova stagione anche nella Svizzera tedesca. Unire le forze, anziché rinchiudersi nella propria solitudine, è più divertente e alimenta il piacere della sperimentazione, racconta la nostra autrice, membro di un collettivo di scrittura. Peccato solo che, in un modo o nell’altro, il mondo letterario finisca spesso per ricondurre i collettivi ai singoli individui – come dimostra questo stesso articolo.

Quando con il collettivo LITER abbiamo pubblicato, nel gennaio di quest’anno, il nostro primo libro, Das Auflösen der Enden (Il dissolversi della fine), in molti ci hanno chiesto: «Chi di voi ha scritto cosa?» Oppure: «Ma come fate a scrivere insieme?» Per molte persone sembra inconcepibile che non sempre sappiamo a chi appartenga ogni singola frase. Che noi tutte lavoriamo sul testo senza essere per forza consapevoli di ogni modifica apportata. Quando dico noi, intendo Sina Aebischer, Caterina John e io.

In altre forme artistiche siamo molto più abituati ai collettivi. Nel teatro, ad esempio, gli spettacoli nati da un lavoro a più mani sono la norma. E difficilmente a una band si chiede chi abbia composto quale riff. Nel campo della letteratura, invece, sembra essenziale sapere con precisione a chi appartenga un testo. A sessant'anni dalla «morte dell'autore» proclamata da Roland Barthes, la personalità dell’autorə continua a rappresentare la principale chiave interpretativa di un’opera.

La scrittura collettiva si scontra così con le idee comunemente diffuse sul lavoro letterario. Si pone come alternativa ribelle al mito dell’autore-genio solitario (sì, al maschile) che, chiuso in una stanza semibuia, passa intere notti a riversare sulla pagina il proprio dolore, personale e al tempo stesso universale. Una rappresentazione che continua ostinatamente ad abitare il nostro immaginario.

Scrivere insieme è divertente, fa risuonare le voci, dà spazio a una proliferazione incontrollata di fantasie condivise. Eppure, quando si muovono nel mondo letterario, i collettivi di scrittura incontrano una resistenza: tutto, qui, dall’organizzazione agli aspetti economici, continua a essere pensato per i singoli autori e le singole autrici.

Scrivo questo testo come parte di un collettivo, per il quale non voglio, né posso, parlare da sola. Scrivo questo articolo come giornalista culturale a cui è stato affidato un incarico. Scrivo questo testo portando con me il ricordo delle discussioni avute con altri collettivi. Scrivo questo testo a partire da una confusione tra io e noi.

Confluire

Avere fiducia nella propria voce non è affatto scontato. Per le persone marginalizzate, creare insieme uno spazio in cui qualcosa possa nascere è sempre stata, e continua a essere, una forma di resistenza. Nella Svizzera tedesca, nell’ambito del movimento femminista degli anni Ottanta, per esempio, sono nate riviste scritte e pubblicate collettivamente che offrivano alle autrici uno spazio protetto in cui esprimersi. 

Oggi, donne e persone queer occupano un posto riconosciuto nel mondo letterario. Le disuguaglianze però persistono, tanto sul piano economico quanto su quello strutturale. Nel frattempo, invece, la scrittura collettiva ha perso importanza nell’area germanofona e solo negli ultimi anni ha conosciuto una ripresa – grazie a testi come wir kommen del collettivo Liquid Center o Pando di Enis Maci e Pascal Richmann, fra gli altri.

Per me, la tradizione femminista della scrittura collettiva rappresenta un punto di riferimento fondamentale: custodisce la fiducia che la competizione individuale possa essere superata unendosi e mettendo momentaneamente da parte il proprio ego. O forse costruendone uno più grande.

Inizialmente, quando abbiamo fondato il collettivo LITER, volevamo sperimentare una forma a metà strada tra rivista letteraria e intreccio testuale. A guidarci è stata l’immagine del liquido, dell’olio per friggere, per la precisione, per via del nome Liter – litro, in italiano – e dell’idea del confluire. Abbiamo lavorato dapprima separatamente, con l’obiettivo di riunire i testi in un secondo momento e di fonderli l’uno con l’altro.

Circa un mese dopo ci siamo incontrate per il nostro primo ritiro. Nel frattempo avevamo letto ciascuna le bozze dell’altra. Ci ha sorpreso scoprire che non soltanto affrontavamo temi simili: a volte si ripetevano anche motivi, scene, luoghi. Ciò era sicuramente dovuto in parte al fatto che eravamo amiche e che ci muovevamo in ambienti simili (all’epoca vivevamo ancora tutte a Basilea), nello stesso periodo, nella stessa situazione mondiale.

Eppure ci ha colpite notare quanti fossero i punti di convergenza tra i testi. Abbiamo deciso quindi di farli a pezzetti e di intrecciare i frammenti, rafforzando i collegamenti e facendo convergere la scrittura verso una conclusione congiunta: un finale travolgente, capace di spezzare l’intorpidimento dei nostri personaggi, tutti paralizzati dal tardo capitalismo.

Tra noi parlavamo spesso di jamming, come nella musica: invece di partire da un’idea già definita si lascia spazio all’improvvisazione, per poi dare forma a qualcosa di compiuto a partire dal materiale emerso.

Abbandonare le proprie pretese sul testo non è stato facile. È capitato che una di noi cancellasse qualcosa a cui l’altra teneva molto. Abbiamo litigato per abitudini stilistiche alle quali abbiamo dovuto rinunciare: la scrittura rigorosamente in minuscolo dell’una, l’assenza di virgolette dell’altra. Ma la scintilla comune ci ha sostenute durante tutto il processo e ha fatto sì che, nonostante tutto, il lavoro risultasse piacevole.

Lo stesso è accaduto anche in seguito, fino alla pubblicazione, all’inizio del 2026, di Das Auflösen der Ende presso la casa editrice del collettivo. Abbiamo collaborato con l’illustratrice Florence Fausch, che ha saputo tradurre l'atmosfera del testo in immagini deliranti e variopinte, sospese fra splendore e apocalisse. La grafica Soraya Koefer ha trovato una forma unica per il nostro testo caleidoscopico, a metà strada tra libro e rivista. Il nostro collettivo ha continuato a legarsi ad altre persone, anche in occasione della lettura durante il vernissage, per la quale siamo state accompagnate dalla musicista Naïma Winkler.

Confrontarsi

Quando ho iniziato a occuparmi di scrittura collettiva, confrontarmi con esperienze già esistenti è stato essenziale. Il primo testo di un collettivo che ho letto è stato wir kommen di Liquid Center, nel 2024. Sono rimasta colpita dal contenuto e al tempo stesso delusa dalla forma, nella quale si percepiva chiaramente la genesi di un documento condiviso. Ero convinta che la scrittura collettiva potesse essere ben più di una semplice giustapposizione di voci individuali.

Poco dopo sono entrata in contatto con altri collettivi: tra questi, Julia Rüegger e Valerie-Katharina Meyer, autrici a quattro mani di Und überlaut die Zikaden (E troppo assordanti le cicale), un volumetto di racconti di sorprendente intensità lirica. In questo testo, le voci narrative delle due autrici dialogano fra loro, fino a confondersi.

Questa primavera ho avuto l’opportunità, come membro di LITER, di partecipare a diversi incontri dedicati alla scrittura collettiva. Sul palco si parlava spesso anche francese – e non è un caso: nella Svizzera romanda i collettivi di scrittura sono più numerosi e occupano ormai una posizione consolidata nel mondo letterario. Alla Casa della Letteratura di Basilea, noi tre di LITER abbiamo dialogato con Anne-Sophie Subilia e Daniel Vuataz, due dei membri di Elen Fern, insieme a Leadora Illmer, dottoranda che si occupa proprio di questo tema. È grazie a lei che ho imparato ad affinare lo sguardo e a riconoscere forme di scrittura collettiva anche là dove non sono esplicitate. Che Elisabeth Hauptmann, per esempio, abbia contribuito alla stesura di numerose opere di Bertolt Brecht, pur senza comparire come autrice, è ormai un dato acquisito dagli studi letterari.

Alle Giornate Letterarie di Soletta mi sono trovata a dialogare, in rappresentanza di LITER, con Karine Yoaqim-Pasquier, membro del collettivo AJAR dal 2022. Fondato nel 2012, AJAR ha contribuito a plasmare il panorama letterario della Svizzera romanda ed è diventato un modello per molti altri collettivi. Anche Elen Fern, del resto, è nato dall'iniziativa di alcuni ex membri.

Per LITER, la scarsità di collettivi nella Svizzera tedesca e il grande interesse che suscitano rappresentano un’opportunità: ci permettono di raccontare la nostra pratica su molti palcoscenici del mondo letterario. E, allo stesso tempo, ci ricordano quanto quest’ultimo continui a non essere pensato per noi. Alla Casa della Letteratura di Basilea, per esempio, abbiamo potuto essere presenti tutte e tre. A Soletta invece no. Lì sono salita sul palco da sola, come rappresentante di LITER. L'onorario, comunque, finirà nelle casse comuni: non abbiamo ancora potuto pagare la grafica e, finché non lo faremo, nessuna di noi riceverà un centesimo. Anche questa è una realtà della scrittura collettiva. Il denaro è una risorsa scarsa nel mondo letterario. E più persone sono coinvolte, più bisogna dividere il poco che c’è.

Opporsi

Anche questo articolo mi hanno chiesto di scriverlo da sola. Quando ne ho parlato con le altre di LITER, una di loro ha detto: «In futuro dovremo decidere come gestire incarichi di questo tipo». Ci siamo quindi chieste: possiamo rifiutarci di essere separate? E, più concretamente, siamo davvero in grado di svolgere insieme incarichi del genere? Non è solo una questione di compensi. Anche i tempi di lavoro sono quasi sempre pensati per una persona sola.

Una volta, durante un incontro alla Casa della Letteratura di Basilea, abbiamo discusso proprio di questo, ossia del fatto che una singola persona si trovi spesso a parlare a nome di un collettivo. Un’ascoltatrice continuava a chiederci: «Ma se ho fiducia che gli altri se la caveranno bene, che importanza ha se sul palco ci sono io oppure no?» Come se la questione fosse la rappresentazione del nostro ego personale, che ci starebbe a cuore più del lavoro collettivo. Ad un certo punto, dopo vari tentativi fallimentari di spiegarmi, me ne sono uscita con un’immagine un po’ brutale: «Se un’autrice ha scritto un libro, non si invita a un’intervista soltanto il suo piede, la sua testa o la mano che ha scritto, no?» Ha funzionato.

Naturalmente il paragone non è perfetto. A differenza di una singola autrice, noi tre siamo effettivamente separabili. Eppure quando scriviamo, lo facciamo insieme, come LITER. Il collettivo è qualcosa di più, o meglio, qualcosa di diverso dalla somma di tre individualità, anche solo da un punto di vista stilistico. Insieme ci spingiamo verso nuovi vortici.

È proprio questa la magia della scrittura collettiva: ha la capacità di essere più coraggiosa, più selvaggia, più rumorosa. Tutti i collettivi che conosco sperimentano forme di rappresentazione che rompono con il formato, ancora dominante, della tradizionale lettura d’autore: lo scrittore seduto a un tavolo, intento a leggere, con accanto l’immancabile bicchiere d’acqua. Il mondo letterario non può che trarne beneficio. E con tutto il rispetto per i budget limitati di redazioni e organizzatori: questi costi aggiuntivi – tutto sommato modesti – varrebbero davvero la pena.