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Che cosa significa che una forma artistica ha la sua propria lingua?

Lasciate che in questo scritto riflessivo che affronta questioni delicate, se non addirittura scottanti, mi esprima alla prima persona. Nessuna intenzione di provocazione gratuita da parte mia. Piuttosto, trovo preoccupante che alcune affermazioni formulate quest’anno nel mondo culturale, a mio avviso sconvolgenti e disfattiste, non provochino reazioni, mentre altre, che mi sembrano fondate, sollevino un vespaio. 

Diamo innanzitutto un’occhiata a un ritratto a tutta pagina pubblicato nell’edizione cartacea del quotidiano Le Temps. Il soggetto principale, un uomo, strizza un po’ gli occhi. Sembra che una luce intensa sia stata puntata appositamente sul suo volto, che peraltro appare ben eretto, come a voler guardare dritto verso l’avvenire. In una foto più piccola, pubblicata in questo stesso giornale che dedica ampio spazio alla celebre istituzione culturale diretta dall’uomo, il suo volto sembra simpatico, senza tuttavia nascondere nulla di un autocompiacimento che viene come messo in rilievo dalle sue labbra a forma di mezzaluna crescente. 

Alla domanda:
Come mai la letteratura è così poco presente nella programmazione del Centre culturel suisse? 
L’uomo dall’aria simpatica risponde: 
Era ben rappresentata prima dei lavori, lo sarà meno in futuro. Prima avevamo due appuntamenti annuali dedicati all’attualità letteraria, uno in autunno e l’altro in primavera. Erano appassionanti da organizzare, ma questi eventi non hanno avuto il successo sperato. Quando c’erano 25 persone in sala eravamo contenti. Nel CCS c’è però una libreria che ha la missione di mettere in luce le case editrici e gli autori svizzeri. Ci saranno sessioni di firmacopie e organizzeremo una fiera del libro. 
Il giornalista chiede allora: 
E letture con scrittori?
Risposta delle labbra a forma di mezzaluna crescente: 
Non c’è pubblico per questo tipo di evento. 

In questo preciso momento io, in quanto lettrice, ma anche in quanto scrittrice, ma anche in quanto giornalista, mi aspetto una replica del tipo: 
 – Si rende conto di ciò che sta dicendo? 
 – Le capita di leggere?
 – Come può affermare con tanta disinvoltura una cosa del genere, in questo periodo terrificante, lei che proprio in Francia, terra di letteratura e libri per eccellenza, dirige il Centre culturel suisse di Parigi (CCS), il quale ha appena riaperto i battenti dopo quattro anni di lavori?

Ma Alexandre Demidoff, il giornalista di Le Temps, non ribatte e passa ad altro. Certo, Demidoff potrebbe aver chiesto a Jean-Marc Diébold, direttore del CCS, se valutasse le implicazioni della sua affermazione, non lo sappiamo.
Sta di fatto che noi che siamo legati al vivacissimo mondo del libro elvetico (diciamo così) siamo stati in un certo senso presi a pesci in faccia da quest’uomo che dirige una delle più note istituzioni svizzere all’estero (anche perché non ce ne sono molte).

Ho letto quest’intervista pubblicata sabato 21 marzo al mio ritorno dal Salone del libro di Ginevra – che ironia! Così edificata (come scrittrice), ho avuto il riflesso (come giornalista) di cercare dei numeri, che ho trovato subito dato che Le Temps li aveva pubblicati. Il CCS è stato inaugurato nel 1985, i lavori di ristrutturazione sono costati 7,8 milioni di franchi, di cui un milione per le apparecchiature tecniche; l’istituzione necessita di un budget annuale di 1,8 milioni di franchi, metà dei quali serve a coprire i costi salariali (ci lavorano 13 persone). 650'000 franchi sono stanziati per le arti (speriamo che, a questo prezzo, gli artisti abbiano diritto a stanze d’oro) e altri 300'000 franchi servono a coprire i costi operativi (tra cui figurano di certo gli stuzzichini per i vernissage degli events di spicco). Forse resterà allora qualche spicciolo per organizzare una fiera del libro con un paio di stand di zucchero filato. 

Una primavera, davvero?

Il titolo principale di questo articolo che celebra il ritorno sulla scena dell’istituzione elvetica recita: «La Primavera del Centre culturel suisse». Il giornale non allude minimamente alla parallela sepoltura dei libri e della letteratura. 
Certo, il quotidiano ha fatto bene a non insistere. Un tempo si potevano annunciare buone notizie subito seguite, per lo stesso evento, da altre cattive, poiché il mondo era fatto così, e a tutti o quasi andava bene. Oggi è diventato molto più semplice; le notizie culturali devono essere buone dalla A alla Z, e sotto un unico aspetto: quello che può essere mostrato attraverso delle immagini e sostenuto con cifre in aumento – di affluenza, di vendita, di presenza di star instagrammate. Non è quindi più possibile far sapere che un evento è stato ritenuto interessante o addirittura appassionante dalle venti o trenta persone presenti, le quali hanno apprezzato questo o quest’altro. Le persone che si possono contare una a una non interessano più. Il loro giudizio tantomeno. Ciò a cui si mira è ormai una massa indifferenziata e visibile. Non serve che questa parli e dica ciò che pensa. E se si affretta a sua volta a mettersi in mostra su dei social che girano in loop, ben venga, dal momento che tanti loop che girano su sé stessi danno un bel capogiro.

Il Centre culturel di Parigi ha potuto così festeggiare la riapertura senza che nessuno si preoccupasse dello scheletro della letteratura nell’armadio. In questi tempi così splendenti per la cultura, tutti sanno bene che nessuno legge più o ha voglia di assistere a una lettura, non è vero? Meglio allora dare l’esempio e comunicare a tutti che, al giorno d’oggi, venticinque individui in una sala non sono più accettabili. 

Al tempo stesso, in questo periodo pieno di luccichii artistici le persone che scrivono e promuovono la scrittura si danno da fare ogni giorno per attirare la gente verso i libri e le letture. E la cosa incredibile è che spesso ci riescono.  

Dal Signor Diébold apprendiamo anche che la nuova generazione di artisti svizzeri sarebbe «festosa e politica». Ecco un motivo in più per rallegrarci. Perché è davvero un’arte, e delle più acrobatiche, far tintinnare i bicchieri in un mondo in fiamme. A quanto pare la nuova generazione eccellerebbe in questo. Dubito che tra le sue fila ci sia chi sa unicamente scrivere e attirare un pubblico di venticinque persone non festose e non politiche.  

E la politica, appunto, è molto importante

Al punto che per gli artisti è diventato praticamente obbligatorio, ancor prima di parlare del loro operato, piegarsi all’arte delle dichiarazioni attese. Devono indicare delle vittime senza ambiguità e denunciare degli aggressori senza compromessi. Anche quando tali questioni non c’entrano nulla con l’opera presentata. E nonostante queste dichiarazioni non impediscano loro di tornare subito dopo alle proprie piccole faccende. 
Lo abbiamo osservato nuovamente lo scorso febbraio in occasione della Berlinale. Durante la conferenza stampa, al regista Wim Wenders, presidente della giuria, è stato intimato di prendere posizione su Israele e la striscia di Gaza. Ora, ecco che questo artista poco festoso e per nulla politico (come provano a sufficienza i suoi film...), ha osato dire che «il cinema deve restare fuori dalla politica», rispetto alla quale si situa «all’opposto». Il boomerang non ha tardato a tornargli dritto in faccia. Anche dalla nota scrittrice Arundhathi Roy, che, «sconvolta e disgustata», ha immediatamente annunciato di aver rinunciato alla sua venuta al festival berlinese. In seguito, un gran numero di artisti hanno espresso la loro condannatoria condanna nei confronti delle parole insensate pronunciate dal regista tedesco, il quale ha tenuto a ribadire che un artista è votato alla sua arte.
E che la lingua dell’arte non è la lingua della politica.

L’ottantenne Wenders ha osato sottolineare questo principio da Berlino, città particolarmente tranquilla nella storia, sul palco di un festival appena collaudato, avviato nel 1951... Crediamo davvero che la Berlinale non sia mai stata scossa da dissensi tanto abissali quanto quelli sollevati dalla politica criminale d’Israele? Wenders, che di certo ha reagito in modo troppo laconico, ha pensato forse che lo avremmo capito ancora oggi. Così come lo avremmo capito prima che le diverse lingue – quelle della politica, dell’attivismo, molto spesso della stampa, dei social e persino delle nostre relazioni – diventassero essenzialmente quelle delle frasette perentorie che escludono e indicano senza indugi un nemico da abbattere. Ricordiamo che, pur essendo presidente della giuria, Wenders rappresentava un festival del cinema, non un tribunale. Il cinema, quell’arte che mostra, con più o meno talento e, se possibile, molte sfumature, il mondo e gli esseri umani per quello che sono. 

Il linguaggio di una disciplina artistica non è quello della politica

Che cosa significa tutto questo?
Significa che se ti vuoi dedicare all’attivismo politico o al settore umanitario diventi attivista e agisci sul campo. Ti impegni presso organizzazioni che portano avanti azioni concrete ed efficaci. Puoi anche scrivere un libro per parlare di come condurre simili azioni. O esercitarti in giochi di ruolo, come a teatro. Oppure diventi giornalista e racconti ciò che accade sul fronte, se possibile da entrambe le parti, come vogliono le regole del mestiere. Ma non pretendi di essere un artista e di sviluppare un linguaggio appartenente a una forma artistica, che si tratti di letteratura, di teatro o di cinema. Perché non è la stessa cosa. Non si tratta dello stesso livello. Non che un livello sia più “elevato” dell’altro, non è questo il punto. Non sono le stesse regole. E soprattutto non è lo stesso registro. Come nella musica. E non c’è motivo di confondere i registri, costringendo una forma d’arte in un linguaggio che non gli è proprio, in cui si troverà intrappolata, sfruttata, e in cui non potrà dispiegarsi. In questo modo si corre infatti il rischio che un libro, un film, una pièce presentino, anziché personaggi vivi alle prese con una realtà complessa, burattini governati al servizio di una dimostrazione. 
La storia della cultura non è forse piena di opere di questo tipo, realizzate da artisti che hanno accettato di mettersi al servizio di un regime politico o di una determinata causa, poi cadute nell’oblio? 
Cause che peraltro sono spesso legittime e assolutamente necessarie sul piano civico.

Chi è ancora in grado di comprendere queste distinzioni, ora che nessuno legge più?
Che nessuno è disposto a discutere di cosa sia una lingua?
Ora che così pochi artisti e persone nel pubblico capiscono che l’arte, qualunque sia la sua forma, non deve in alcun caso essere ridotta a un «tema», né essere interamente racchiusa in esso? 

Essere votati alla propria arte

Creatore di immagini e autore del film Il cielo sopra Berlino (1987) e di molti altri che attraversano i decenni, Wenders ha cercato di dire questa cosa semplicissima, antica come il mondo, da quando gli esseri umani non si sono più accontentati della realtà e si sono messi a immaginare e creare: un artista è completamente votato alla propria arte.
Fatica sprecata nel 2026! 
Come scrittrice, anch’io difendo questo principio quando mi cimento in un testo letterario. Il mio lavoro non è servire una posizione politica o una causa sociale, ma sviluppare un linguaggio letterario che possa mostrare il mondo in tutta la sua complessità, brutalità, bellezza, che ne metta in luce le ambiguità, le sfumature, la parte che ci sfugge proprio perché destinata a sfuggirci. Un linguaggio che possa anche comunicare il mio senso di vertigine, la mia inquietudine, il mio disagio, la mia poesia. Come Wenders e tanti altri, credo che sia questo il modo in cui un film d’autore o un testo letterario si rivolga non a una massa di consumatori di intrattenimento o di indignati del momento, ma a degli individui, diversi gli uni dagli altri. E spesso in disaccordo tra loro. E che una creazione artistica possa diventare politica. Non nel senso in cui lo si intende quando esce sul mercato, ma piuttosto per il fatto che riesca ancora, decenni o addirittura secoli dopo, a parlarci di ciò che ci unisce, ci separa, ci tocca, ci assomiglia, ci distrugge.

Una storia di vampirizzazione

Oggi il livello di violenza politica è tale da rendere insopportabile il nostro senso di impotenza. È quindi più che mai comprensibile che ci si voglia impegnare come cittadine e cittadini. La domanda rimane tuttavia la stessa che in passato: per che cosa adoperarsi attivamente, come e a quale titolo? Wenders – ed è d’altronde ciò che dice in una dichiarazione successiva in cui si esprime con parole più chiare – esorta a non confondere le lingue. Più concretamente, a non lasciare che un legittimo attivismo vampirizzi la lingua dell’arte, al punto da spingerci, proprio attraverso questa, ad affermare: ecco i nemici da abbattere. Mi pongo molte domande quando vedo degli artisti partecipare, in qualità di artisti, a manifestazioni di protesta, sfilando dietro bandiere e altri simboli nazionali, qualunque essi siano. Ahimè, non li ho mai sentiti rivendicare bandiere bianche, né fare appello all’empatia verso tutti coloro che soffrono a causa delle guerre. Il mio disagio cresce ancora quando istituzioni e luoghi culturali si dichiarano Apartheid Free Zones. La domanda è la seguente: che cos’è un luogo culturale? Un luogo destinato a definirsi zona bianca in opposizione a una zona nera? A erigere cordoni sanitari per forza di cose sempre più ristretti? Legittimato a lasciar entrare i buoni e a respingere i cattivi? Oppure un luogo dove si discute e dove si scontrano visioni del mondo differenti? 
Ognuno risponda come crede. Il dibattito è lungi dall’essere risolto, ed è fondamentale. Ognuno è anche libero di credere che un film, un libro, una mostra che affrontano problemi sociopolitici attuali possano cambiare il mondo e offrire soluzioni. Per me non è affatto così. Credo invece – e lo constato in primo luogo come lettrice, spettatrice, ascoltatrice – che un’opera letteraria, una pièce teatrale, una mostra mi aprano la mente e mi rendano sensibile ad alterità, sfumature, complessità che non avevo percepito. Penso che, a lungo andare, l’arte ci modelli. Un po’ come l’acqua di un fiume che, con il suo flusso, modifica lentamente la forma delle pietre. Sono anche convinta che, proprio in virtù di questo lavoro lento e sotterraneo, dieci, venticinque o cinquanta persone in una sala intente ad ascoltare, riflettere, porre domande durante una lettura abbiano un senso. Non dal punto di vista commerciale. Ma più che mai in un mondo in cui il vocabolario della brutalità e dell’esclusione colonizza le nostre menti e, sempre più spesso, le nostre pratiche artistiche.
 

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