Violenza e poesia
Il parto nella letteratura contemporanea
Sempre più autrici contemporanee esprimono a parole un evento fisico che si è a lungo detto sfuggisse al linguaggio. I loro libri contribuiscono a una comprensione culturale più ampia del concetto di «parto» e fanno emergere la poesia di un’esperienza violenta e potente.
«Everyone always tells you that you will forget. [...] I, however, remember labor» (Hall 2024, pp. 70-71). Non è la tanto ipotizzata amnesia post-parto a interessare la protagonista del romanzo Reproduction di Louisa Hall, quanto piuttosto il bisogno di un’elaborazione estetica di questa esperienza. La descrizione del parto dal punto di vista della narratrice partoriente occupa un intero capitolo dell’opera – oltre quaranta pagine di «parto letterario». «Parto letterario» nel doppio senso del termine: cosa s’intende infatti con «parto letterario» nella cultura occidentale?
In ambito letterario e artistico si fa in genere un uso metaforico del concetto di «parto», con cui si definisce l’atto creativo o «generativo» di opere artistiche. Ed è proprio a questa metaforizzazione millenaria del parto che intendo dedicarmi, per poi mostrare quanto siano numerose oggi le opere in cui al concetto di «parto letterario» viene attribuito un significato più ampio: nelle pubblicazioni contemporanee, i «parti letterari» non si compiono solo attraverso la creazione di nuove opere, bensì anche tramite il racconto delle esperienze di parto da una prospettiva interiore.
Fra le tante opere attualmente in circolazione in tutto il mondo incentrate sul tema del diventare e dell’essere madre affrontato da una prospettiva interiore[1], alcune delle quali dedicate alla verbalizzazione estetica dell’esperienza del parto, ho scelto di porre a confronto due opere letterarie svizzere – Die Vermengung di Julia Weber (2022) e Walwerdung di Iris Keller (2025) – con due opere statunitensi: The Argonauts di Maggie Nelson (2015) e Reproduction di Louisa Hall (2023). Confrontando questi testi intendo presentarne i racconti, le metafore e i motivi letterari, per poi osservare come viene descritta l’esperienza del parto. Si tratta di «parti letterari» in senso metaforico e concreto, che danno alla luce opere e descrivono la messa al mondo di un essere umano.
Metaforizzazione del parto
Uno degli atti costitutivi della filosofia occidentale risiede nel paragone con cui Socrate si equipara a una levatrice con il compito di stimolare gli uomini a «partorire» delle idee[2]. In confronto al parto femminile, fisico, sporco, quello maschile viene considerato come spirituale e puro[3]. Da allora, al parto maschile viene attribuito un significato culturale: è il parto spirituale sul quale la filosofia occidentale riflette e di cui la letteratura racconta[4].
La filosofa Christina Schües ha constatato che «nella storia della filosofia» il parto «è stato fagocitato, scarsamente considerato o dimenticato e che si è inscenato il discorso di una seconda nascita, ossia una sorta di autogenenesi, attraverso la quale un soggetto può presentarsi come attore» (Schües 2016, p. 13, corsivo nell’originale). Lo stesso scrivono le ricercatrici Christine Lötscher e Sylvia Sasse su letteratura e arte: «Nei racconti popolari e nelle arti, si nasce e – simbolicamente – si rinasce spesso. Eppure in questi casi l’esperienza fisica del parto femminile non ha, di norma, alcuna rilevanza; essa viene piuttosto taciuta, rendendo la prospettiva della partoriente oggetto di assimilazione filosofica, rilettura religiosa e oggettivazione medica. Nella storia della letteratura tali racconti servivano a narrare, tra l’altro, la venuta al mondo di un eroe, possibilmente senza madre» (Lötscher & Sasse 2025).
Questa dicotomia fra «prima» e «seconda» nascita viene superata dalla letteratura contemporanea. Precorritrici di tale superamento sono le femministe francesi che, con la loro écriture féminine, hanno esplicitamente messo in relazione queste due «nascite». Nel suo saggio La venue à l’écriture, Hélène Cixous scrive:
Partorisco. Amo partorire. Ho amato i parti – Mia madre è ostetrica – Ho sempre provato piacere nel vedere una donna partorire. Partorire «bene». Vivere l’atto, la passione, lasciandosi guidare, spingendo come si crede, per metà travolta dalla contrazione, per metà controllandola, mentre si confonde con l’incontrollabile che fa suo. […] È guardandole partorirsi che ho imparato ad amare le donne, a intuire e desiderare la potenza e le risorse della femminilità […] Lei partorisce. […] E sulle tracce del bambino, una raffica di Soffia! Voglia di scrivere! Confusione! Che cosa le prende? Un bambino! Della carta! Ebbrezze! Trabocco! I miei seni traboccano! Latte. Inchiostro. L’ora della poppata. E io? Anch’io ho fame. Il sapore di latte dell’inchiostro! (Cixous 1987 [1976], p. 41,corsivo nell’originale)
Nell’atto di partorire, afferma Cixous, la donna dà alla luce non solo un nuovo essere umano, ma anche sé stessa (partorirsi). Il parto e la creazione artistica sono retti dalle medesime dinamiche: la creazione è, in entrambi i casi, un atto fisico guidato dalla passione, ma che può essere compiuto solo abbandonandosi a ciò che sfugge al controllo. Corpo e arte sono un tutt’uno: «Il sapore di latte dell’inchiostro!»
Anche la madre di Hélène Cixous, come quella di Socrate, era ostetrica. Tuttavia, mentre Socrate distingue tra procreazione e creazione delle idee differenziandole specificatamente in base al genere, Cixous ritiene che i due atti creativi siano uniti. Le sue opere femministe dimostrano come «prima» e «seconda» nascita non siano in contraddizione tra loro, bensì possano arricchirsi reciprocamente. Questo è ciò che testimoniano i racconti sulle nascite nella letteratura contemporanea.
Parti letterari I: violenza nel corpo e vicinanza alla natura
«Prima» e «seconda» nascita si mescolano in Die Vermengung di Julia Weber, che riassume questo concetto sin dal titolo: la mescolanza fra vita e arte, fra avere figli e scrivere, fra realtà e finzione, fra gravidanza, parto e accudimento da un lato e atto creativo dall’altro.
Sono infatti proprio queste le tematiche che Julia Weber tratta nelle sue opere: paure, difficoltà, relazioni e questioni esistenziali, fra cui il parto. Per raccontarlo, l’autrice individua un linguaggio particolare, descrivendo il dolore attraverso un paragone: «Un dolore come se fossi ferita interiormente. Come se qualcuno sfregasse la parte interna del mio utero con della carta vetrata. […] Ondate di dolore […] come se il mio corpo venisse sciacquato con del pietrisco e, ad ogni riflusso, i miei organi venissero abrasi» (Weber 2022, pp. 101-102). Anche in Reproduction di Louisa Hall si ricorre a un paragone per esprimere a parole il dolore delle doglie: «They felt as though someone had laced wires through and around my pelvis and were tightening the wires with levers, pulling apart the bones in my hips» (Hall 2024, p. 65). Entrambi i paragoni evocano la violenza nel proprio corpo, una volta come violenza naturale, una volta come violenza meccanica.
Per descrivere le pause fra una contrazione e l’altra le due opere propongono immagini diverse, che tuttavia evidenziano alcune similitudini. Quando le contrazioni si attenuano, la narratrice Julia Tannenwipfel immagina: «E chiudo gli occhi, vedo le cime degli alberi color verde scuro, quasi blu, che si muovono al vento. Avanti e indietro, avanti e indietro» (Weber 2022, p. 102). L’immagine degli abeti oscillanti è in netto contrasto con la descrizione dell’intervallo fra le contrazioni della narratrice in prima persona del racconto di Hall, distesa sul divano, con una libreria davanti a sé e il suo cane accanto: «Between contractions, trying to focus on something other than waiting for the next contraction to start, I looked at the bookshelves. [...] All these books were meaningless now. […] Below me, fearing the worst, the dog trembled wildly» (Hall 2024, pp. 65-69). I libri non aiutano in situazioni fisiche estreme, realizza la narratrice. L’unica cosa che la conforta è il tremore empatico del cane. Quando più tardi, in ospedale, il suo compagno tenta di darle sostegno, lei sente piuttosto la mancanza del cane: «[S]ometimes, when the contraction had passed, and my husband had sunk back into his chair in utter stupefied blankness, I’d look at him in pure fury and think that the dog, at home, had been more helpful. I’d wish it was the dog who had come with me: the dog, who did not try to help, who did not try to do anything to alleviate my suffering, but only huddled there with me, his whole body trembling. His was the species to which I now belonged» (Hall 2024, p. 74). In entrambe le opere è la natura, con la sua presenza (immaginaria) e la vicinanza reale a piante e animali ad assumere significato per le partorienti.
Parti letterari II: metamorfosi ed esistenzialità
Anche in Walwerdung[5] di Iris Keller e The Argonauts di Maggie Nelson sono presenti animali (immaginari) e anche in questi casi la natura, intesa come forza naturale della morte, viene evocata per illustrare la violenza naturale del parto. In Walwerdung, la metamorfosi della partoriente in una balena simboleggia il suo sentimento di alienazione dal proprio corpo e dal personale medico: «Un’enorme balena denudata su uno stretto lettino, da ogni parte delle persone le infilano aghi, allacciano cavi, le inseriscono oggetti nella vagina. Cuciono. Premono. Vorrei cacciarli via da me, colpirli con le mie pinne, vorrei urlare loro di sparire una buona volta, sono muta. […] Nessuno ha riguardo per me, si interessano solo al mio corpo disteso sotto di me. Io non esisto più. “Ma che state facendo?”, chiedo nel vuoto. Forse non capiscono la lingua delle balene» (Keller 2025, p. 84). L’interesse per il corpo unito alla mancanza di attenzione nei riguardi del sé in ambito medico conduce a una dissociazione dal proprio corpo e alla sensazione di non essere presi in considerazione come soggetti parlanti.
In The Argonauts di Maggie Nelson il racconto del parto viene intessuto con quello della morte. L’intreccio dei fili narrativi mostra come questi due processi siano accumunati dal «lasciarsi andare». La persona in punto di morte deve lasciarsi andare, proprio come la partoriente. In entrambi i casi ciò risulta difficile. «I am alone with the baby. I try to commit to the idea of letting him out. I still can’t imagine it. But the pain keeps going deeper» (Nelson 2016, p. 162). Parallelamente a questo evento, il compagno della narratrice, Harry, racconta come egli abbia tentato di aiutare la madre agonizzante a lasciarsi andare: «each of the volunteers told me that my job was to let my mom know that it was ok to go. I believe that I was unconvincing for the first 33 hours of my time with her» (Nelson 2016, p. 161, corsivo nell’originale). L’impossibilità di lasciarsi andare è legata alla paura, da un lato di perdere la vita, dall’altro di perdere l’integrità fisica, «falling to pieces» (Nelson 2016, p. 135) – due sentimenti non poi così dissimili.
In The Argonauts, nascita e morte si incontrano: «If all goes well, the baby will make it out alive, and so will you. Nonetheless, you will have touched death along the way. You will have realized that death will do you too, without fail and without mercy. It will do you even if you don’t believe it will do you, and it will do you in its own way. There’s never been a human that it didn’t. I guess I’m just waiting to die, your mother said, bemused and incredulous, the last time we saw her» (Nelson 2016, p. 167). La certezza che la morte coglie tutti indistintamente diventa palese nel momento stesso del suo arrivo. Secondo la narratrice, tuttavia, questa certezza si percepisce anche quando si partorisce: durante questo processo, infatti, si sfiorerebbe la morte. Nel testo la vicinanza di nascita e morte viene non solo ipotizzata, bensì anche dimostrata a livello testuale. L’intreccio dei due fili narrativi rivela le similitudini fra queste esperienze fisiche e le rende percettibili, oltre che comprensibili a livello cognitivo.
L’abbondanza di paragoni e metafore attraverso cui nella letteratura contemporanea ci si accosta linguisticamente all’esperienza del parto da una prospettiva interiore ne arricchisce le rappresentazioni e la comprensione culturale. Unendo «prima» e «seconda» nascita, le autrici di oggi creano espressioni linguistiche e metafore per descrivere un evento fisico che si è a lungo detto sfuggisse al linguaggio. I «parti letterari» dimostrano invece quanto sia vero il contrario, rivelando la poesia insita in questo atto di violenza fisico.
Bibliografia
Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe. 1: Les faits et les mythes, Paris, Gallimard, 1976 [1949].
Alice Braun, Motherhood and Creativity in Contemporary Self-Life Writing, New York, Routledge, 2025.
Adriana Cavarero, Platon zum Trotz: Weibliche Gestalten der antiken Philosophie, Übersetzung Gertraude Grassi, Berlin, Rotbuch-Verlag, 1992.
Hélène Cixous, La venue à l’écriture, in Hanna Segal (dir.), Délire et créativité: essais de psychanalyse clinique et théorique, Paris, Des Femmes, 1987 [1976], pp. 9-69.
Louisa Hall, Reproduction, London, Scribner UK, 2024 [2023].
Luce Irigaray, Speculum de l’autre femme, Paris, Editions de Minuit, 1974.
Iris Keller, Walwerdung, Zürich, Geparden Verlag, 2025.
Christine Lötscher & Sylvia Sasse, Seminario «Geburt (nicht) erzählen», Università di Zurigo, 2025.
Luisa Muraro, Die symbolische Ordnung der Mutter, Übersetzung Gesa Schröder, Frankfurt am Main, Campus-Verlag, 1993.
Maggie Nelson, The Argonauts, London, Melville House UK, 2016 [2015].
Anna-Maria Post & Anna Sennefelder (Hrsg.), Mothering., Formen, Politiken und Potentiale von Mutterschaftsdarstellungen. Kulturwissenschaftliche Zeitschrift, Hamburg, Meiner Verlag, 2026 (in uscita).
Christina Schües, Philosophie des Geborensein, Freiburg-München, Verlag Karl Alber, 2016 [2008].
Julia Weber, Die Vermengung, Zürich, Limmat Verlag, 2022.
[1] Cfr. Laura Lazzari in viceversa n. 20 (2026), inoltre: Braun (2025) e Post & Sennefelder (2026).
[2] Sull’appropriazione epistemologica del concetto di parto nella maieutica platonica si veda Schües (2016), capitolo 2.
[3] Cfr. Beauvoir (1976 [1949]), p. 247.
[4] In Europa, le femministe della differenza definiscono il trasferimento del parto alla figura paterna e il parallelo svilimento del parto materno un “matricidio originario”, concetto sul quale sarebbe stato edificato il fondamento epistemico dell’ordine metafisico assegnato al padre, cfr. Irigaray (1974), Cavarero (1992), Muraro (1993).
[5] Letteralmente “Il divenire balena”, con riferimento al concetto di “Menschenwerden”, ossia “farsi / divenire uomo” come processo dinamico, biologico, culturale o spirituale attraverso cui l’individuo si sviluppa e realizza la propria essenza. [N.d.T.]