Fabio Contestabile: ieri, oggi, domani
Nel 2024 Manni pubblica Derivare per sogni e opali, un volume che raccoglie una selezione di versi di Fabio Contestabile (1954-2022) a cura di Mila Contestabile e Giovanni Fontana. In questo articolo, Matteo Ferrari propone un itinerario nell’opera del poeta ticinese, esaminandone scelte tematiche, linguistiche, stilistiche e mettendo in luce alcune novità di questa antologia.
Cosa può decretare la fortuna di un autore? Parte da questa domanda il volume Derivare per sogni e opali (Manni, 2024), che raccoglie una selezione di versi del poeta ticinese Fabio Contestabile, nato nel 1954 e prematuramente scomparso nel 2022. Si tratta dell’antologia di una vita, che seleziona testi da ognuna delle cinque tra raccolte e plaquettes che Contestabile ha dato alle stampe in poco più di un decennio, dal 2007 di Con parole semplici al 2018 de Il senso incerto. A curarla sono Mila Contestabile, moglie e complice, e lo studioso Giovanni Fontana: alla prima la dedizione e lo sguardo intimo, persino affettuoso; al secondo, il critico che più si è occupato in passato di Contestabile, uno sguardo esterno ma sicuramente anch’esso partecipe. Due prospettive apparentemente diverse e complementari, ma così ben amalgamate nel lavoro da risultare a conti fatti persino indistinguibili. Dei due curatori è l’introduzione, nella quale si riflette sulle possibili ragioni che hanno tenuto Contestabile, schivo per natura, ai margini della coeva produzione poetica ticinese: non solo la posizione appartata da sempre propria dell’autore, ma anche una sostanziale eterogeneità – ipotizzano – rispetto alle vie oggi più battute dalla poesia svizzera in lingua italiana. Quella di Fabio Contestabile è infatti una poesia più esistenziale che letteraria, di chi concepisce lo scrivere versi come «indagine della propria interiorità» e come ricognizione di ciò che sta appena oltre il sé, in un mondo che incute timore. Partendo da questa premessa, l’antologia si pone un duplice scopo, per altro dichiarato in apertura: in primis rimettere in circolazione testi oggi difficili da reperire, perché solo un autore che circola può trovare lettori; e poi – più coraggiosamente – suggerire una rivalutazione dello stesso. Un libro dunque che non vuole segnare la conclusione di un percorso quanto piuttosto un nuovo inizio.
Da dove ripartire, dunque, se non dal centinaio di testi antologizzati e dalle altre particolarità che arricchiscono il volume? Tra queste un’ampia sezione con sette contributi critici su Contestabile, una bibliografia dell’ e sull’autore e infine, camuffate tra le pagine ma a loro modo interessanti, le riproduzioni di alcuni manoscritti, dove si leggono abbozzi poetici con il relativo lavoro variantistico. I contributi critici che completano il volume (avrebbe a questo proposito aiutato una nota complessiva sulla loro provenienza) occupano indicativamente un terzo dello stesso, a indicare come il poeta, malgrado sia rimasto ai margini dei circoli e dei circuiti di quelli che lui chiama «i poeti ticinesi» (p. 113), abbia comunque avuto una ricezione, per lo meno critica, di prim’ordine. Lo dimostra anche un recente numero della rivista Cenobio (3/2025), che raccoglie cinque interventi critici dedicati proprio a Contestabile, firmati, oltre che dai curatori dell’antologia, anche da Fabio Soldini, Sara Pacaccio e Matteo Ferretti.
Ma andiamo con ordine. In Derivare per sogni e opali, i testi che provengono dalle raccolte edite sono un’ottantina; a questi sono stati aggiunti quindici inediti, scelti all’interno di un corpus più vasto secondo criteri di vicinanza tematica e verosimiglianza stilistica: un’operazione che pone i curatori, e in particolare la moglie, nelle vesti non solo di custode della memoria, ma anche, o almeno parzialmente, di coautrice, in un rapporto creativo tra i due ancora da esplorare. Gli inediti aprono scorci sull’ultimo cantiere di Contestabile, rimasto archiviato (ma non ordinato, come si premura di specificare Mila) nel computer dell’autore, e che certo avrebbe preso la forma di una nuova raccolta se non fosse sopraggiunta la malattia.
Il titolo, Derivare per sogni e opali, è tratto da una poesia a stampa nel 2011 in Spazi e tempi (qui a p. 35): contiene e riassume tanto l’attenzione naturalistica di Contestabile, da erudito enciclopedico che, per provare ad addomesticare la vita e la realtà, trova rifugio nei meandri del sapere (è la vena scientifica, opalina, che, cangiante e al tempo stesso riconoscibile – come la gemma di cui porta il nome – attraversa l’intera produzione), quanto la dimensione onirica o per lo meno liminare, di veglia (concetto, questo, frequentissimo: si vedano ad esempio le pp. 48-53).
Per iniziare a capire chi fosse Fabio Contestabile basterebbero i primi testi antologizzati, perché sin dall’esordio, avvenuto oltre i cinquanta, il poeta offre un ritratto preciso di sé e della postura con cui si approccia al mondo. In Con parole semplici (2007) egli si definisce ad esempio «stranito commensale / In bilico sull’orlo del tempo» (L’addio, p. 16), o si ritrae in posizione defilata (ma, si badi, non rinunciataria, come dice la malizia del verbo «spiare»):
E mi vedo un po’ più magro
Stare di sghembo all’angolo
Del tavolo a spiare
Che non succeda niente
Che non muova vento (Foto, p. 13)
Il «vento» qui evocato (in assenza) è spesso chiamato da Contestabile insieme all’acqua a rappresentare la concezione che egli ha dell’esistenza come di un continuo fluire in balìa di forze superiori che non si controllano e che possono spaventare. È così sin dal primo testo antologizzato, L’istinto dell’acqua, in cui verso dopo verso si opera proprio uno scivolamento dall’acqua all’aria che coinvolge l’io (indicativo a tal proposito come la «corrente» del v. 8 sia generata dall’aria, con la conseguenza sinestetica di cui ai vv. 8-9):
Ho l’istinto dell’acqua
Quando ti chiedo un momento
Di sospensione – come un ragno
Stanco della tela che ha tessuto,
Dei pensieri, dei moscerini che vi s’impigliano.
C’è un filo di vento: a lasciarmi volo,
Mi libero, spalanco una finestra
Che fa corrente e solleva uno spolverio
Di suoni diafani: svuoto la mente,
Inarrestabile scorro
Finalmente per gravità – come quel ragno
Attratto dal niente. (p. 11)
Si veda a questo proposito, tratta invece da Il senso incerto (2018), la poesia in più tempi intitolata i battiti (movimento III), attenta a riprendere a breve distanza suoni simili ed evocativi (la -S-, la -L-, la -G-):
penserai
a come si piega la canna al vento,
a come si solleva la sabbia
sonante, a come rumoreggia la pioggia
che viene, a come sale e cala
l’onda in ogni tempo,
a come si quieta la luce del giorno
che precede il morire, lento (p. 67)
Al netto delle differenze formali (la punteggiatura che si rarefà, le maiuscole sistematicamente abbattute), la poesia non fa che riprendere e variare a distanza di una decina d’anni lo stesso tema.
Contestabile è poeta principalmente di aggettivi e di verbi, con ricorrenti e finissime variazioni. Nominare con cura i palpiti dell’esistenza è d’altra parte una delle missioni che egli si dà, attento a «parole» e «frasi» (due termini spesso accompagnati da aggettivi pregnanti: da «opache» e «monotone» a «taciute», «inarticolate», «indecise», da «boriose» a «innocenti») ma anche fiero del proprio silenzio. Sono ancora una volta due testi agli antipodi a dire la coerenza dell’autore: l’iniziale Foto («Io non avrò forse nessuna voce ma / Nessuno turberà / Il mio piccolo silenzio», p. 13), e l’attacco di uno dei testi anepigrafi e inediti raccolti in conclusione:
ogni parola
ha un suo silenzio
che mi è caro
poiché nel dire
spesso muoiono le cose
e c’è qualcosa di eterno
nel tacere (p. 114)
D’altra parte, coerente con il «silenzio», vi è una costante, latente coscienza (che si fa talvolta desiderio) di dissoluzione, un centellinato annullamento di sé, come dimostrano i molti verbi del campo semantico («sbiadire», «dissolversi», «sfaldarsi», «svanire», «svuotarsi», «slacciarsi», «sfuggire», «liberarsi», per non dirne che alcuni) o gli aggettivi che sfumano confini e limiti, simboleggiati visivamente da colori stinti e ombrosi, dalle mezze tinte (i «chiarori» prima «smorti» poi «inconsistenti» delle pp. 29 e 38, che hanno il loro corrispettivo nella «fioca trasparenza» di 38; il «verde scipito» di 75; gli aggettivi «scolorito», 42, «incolore», 73, e «sbiadito», 91, le «ceneri di madreperla» e il «grigioazzurro» delle pp. 30 e 31, l’aggettivo «cereo», 81). Traspare l’idea di un margine al quale ci si avvicina ma che non si supera mai del tutto, restando sempre a ridosso di qualcosa, come dice uno dei molti titoli parlanti de Il senso incerto. Così a questo proposito l’attacco del quarto movimento di qualcosa che ci schiva, che va dalla «luce» al «sonno», passando dalla lacerante «ferita / del limite» e prefigurando uno dei tanti momenti di veglia dell’antologia:
quella luce che sopravvive nei metalli
un poco al tramonto è già nel tuo sguardo
trasparenza di concava sera
ma l’inesauribile dubbio, la ferita
del limite e del tutto non svaniranno
che nell’occhio addolcito dal sonno (p. 54)
L’«inesauribile dubbio» del v. 4 sembra tra l’altro riformulare a bassa voce, capovolgendolo, un celebre passo in cui Giuseppe Ungaretti definiva la poesia come «quel nulla / d’inesauribile segreto» (Il porto sepolto). La poesia di Contestabile è tesa lungo il filo potenziale che collega l’attesa all’ansia, senza la potenza orfica, rivelatrice, di altri poeti del passato, colma semmai di risvolti ossessivi (è il «rapporto difficile, ‘malato’ con il mondo» di cui parla Giovanni Fontana alla p. 125, in cui sempre può germogliare quel «seme d’angoscia» dichiarato nella poesia Viaggiare, p. 36): proprio per questo il poeta esplora le atmosfere meno esposte e più protette, quali la notte e la veglia, il non essere ancora, lo stare per essere, l’essere tra poco, forse. Così nel quarto movimento di a ridosso di qualcosa:
eccolo, il punto, l’esatto equilibrio
fra passato e futuro che tanto vorrebbe
esistere, essere in qualche modo
seppur imperfetto – così (p. 68)
Quella di Contestabile è per altro una poesia che ha una sua corporeità discreta, fatta soprattutto di «respiro», spesso appena percepibile (si veda in merito il «fiato sospeso» di p. 25) ma pur sempre vitale, come quello del secondo movimento di per un notturno, che parte da un «esile sonno velato / dai timori da nulla» e improvvisamente scarta: «invece ecco // che respiri con l’insopprimibile costanza / del mare che frange sul molo» (pp. 48-49). (Di nuovo la notte, propizia all’ascolto, insieme ai moti del cuore, di cui il respiro è a volte un affidabile sismografo, e al mare). Per dire di questa condizione di coscienza appena abbozzata, non ancora compiuta, insieme angosciata e lucidissima, si torni a mo’ di esempio alla poesia da cui è stato tratto il titolo dell’antologia (Da questa parte della riva), e si osservi quanto è rimasto appena fuori dall’obiettivo, poco oltre le parole che sono state ritagliate per intitolare il volume:
Eccomi quaggiù appena vivo
a derivare per sogni e opali
e niente, coperto
dagli anni del mondo
e dal soffocare ritmico
del sangue spento. (p. 35)
Si trova un percepirsi «appena vivo», uno stadio intermedio, cosciente della finitezza di ogni cosa ma ancora alla ricerca di un senso, e, due versi più sotto, un sommesso, persino semanticamente ambiguo «e niente», che non è il nulla eterno di ben più roboanti poeti ma la posizione ritratta da cui Contestabile guarda il mondo, alla ricerca di quel senso, fosse pure incerto, che può dare forma al vivere.
Di fronte alla natura e alla vastità delle domande sull’esistenza, Fabio Contestabile è il piccolo personaggio a bordo tela di un quadro di Caspar David Friedrich, con tutto il suo smarrimento angoscioso: come leggere altrimenti, ad esempio, un testo quale finis terrae, articolato tra i due poli del «fondo» e della «superficie», di un «qui» incerto e di un altrettanto labile «là»?
sono andato fino in fondo al molo
perché più nulla mi separasse dall’oceano,
dal suo muovere greve
come enorme destino
mi sono detto: non c’è niente
al mondo, in fondo, se non cose
che noi vediamo e mettiamo un po’ qui,
un po’ là
e ho lasciato
che il mio sguardo vagasse a vuoto
per un tempo strano e incalcolato
eppure m’era ben chiaro
che per quel volo in superficie
d’estasiato gabbiano di certo
non si sarebbe prosciugata
l’enorme profondità che là
mi aveva chiamato (p. 74)
Una delle novità che l’antologia permette (pregio di ogni buona antologia) è di ripercorrere in un unico luogo la produzione di un autore e di scovare, allacciare, ripercorrerne le coerenze, o a rovescio di misurare gli scarti, che pure ci sono. L’antologia di Contestabile ha un ulteriore vantaggio (se questo è un vantaggio): la selezione che è stata operata tra i testi permette forse di superare una certa impressione di omogeneità e di interscambiabilità che, complice la raffinata variazione all’interno di un insieme tematicamente molto coerente (secondo un modello che può definirsi petrarchesco), e soprattutto complice un’estrema, simile politura formale, si poteva percepire nell’ultima raccolta, Il senso incerto.
Di un’altra novità (curiosa, certo insolita) si è finora solo accennato: tra le pagine sono riprodotte alcune carte autografe, che rendono possibile uno scorcio sull’officina del poeta. È il caso ad esempio delle pp. 54-55, dove a destra è riprodotto un primo getto manoscritto, comprensivo di incertezze e riscritture, mentre a sinistra, nella metà inferiore della pagina, si legge quanto è infine approdato a stampa dopo un’ampia ed ellittica asciugatura. Si può così notare come sia caduto l’attacco dell’abbozzo («L’una vicina all’altra / le foglie di betulla fanno morbida la valle», ridotto a «le foglie di betulla fanno morbida / la valle»), coerentemente con la poesia de Il senso incerto, più sfumata ai margini (non solo testuali) di sé e più consapevole, forse, del valore dell’inarcatura per dire un profondo stato di asincronia nei confronti del mondo.
Due note in chiusura anche sugli inediti e sul rapporto forse non solo di vita che intercorreva tra Fabio e la moglie Mila. La prima: negli inediti si trova l’unico cenno di critica civile dell’antologia, in una poesia (da Immagini della scrittura) che la nota avvisa esser stata letta a Poestate nel 2020. Cresce nel testo e si sfoga nel finale un sarcasmo che forse apparteneva all’uomo ma che non pare appartenere altrove al poeta («eppure già pretendete che parli la vostra lingua, / che io non voglio più, che rigetto / tale il commercio che gelosamente ne fate, / tale il giuoco delle vostre scatolette: / parole boriose ed umile approccio / negozio pitocco // io non voglio le vostre scatole / le scatole sono per Amazon e i cinesi / per i poeti ticinesi / per i poeti / forse», pp. 112-113). Chissà se questi versi sarebbero sopravvissuti nella nuova raccolta che Fabio Contestabile aveva iniziato a considerare? Se addirittura non rappresentino l’inizio rimasto allo stadio potenziale di una nuova vena?
Seconda postilla: è innegabile il ruolo di congedo che è affidato all’ultima poesia, senza titolo, che si vuole qui riprodurre per intero (e che, informa Mila Contestabile in Cenobio 3/2025, alla p. 58, è davvero l’ultima poesia scritta da Fabio):
io che ti ho parlato
dei miei fondi silenzi,
e che ho sussurrato come brezza
indecise parole della trasparenza
e tu che m’ascolti ancora
filando il tempo paziente che viene
d’uno sguardo benevolo o breve
e noi che saremo ciò che saremo,
forse una stretta, forse il mare (p. 120)
Non è solo la transizione ‘io-tu-noi’ a colpire, che interessa per altro strutturalmente le tre strofe, ma anche il ricorrere, proprio nel finale, di un concetto e di un’immagine tanto cari a Contestabile: l’incertezza del «forse», ripetuta due volte nell’ultimo verso, e poi l’acqua di cui già si è detto, qui nella forma del «mare», con la sua vastità insondabile, il suo respiro, il suo fluire costante. Non è purtroppo dato sapere quali e quante altre poesie l’autore avrebbe scritto dopo e oltre a questa, ma certo la presenza di un simile testo e della sua conclusione in un luogo così esposto e significativo è un lascito importante. Come è importante che nella selezione degli inediti ci sia, una volta di più, la traccia della moglie Mila; un dato che sembra provare quanto il coinvolgimento di quest’ultima nel percorso poetico del marito sia stato, oltre che figlio di una sintonia umana, anche e almeno in parte risultato di una complicità creativa.