Una vita nella val Bregaglia
Gloria Lurati su La luna nel baule. Der Mond in der Truhe. La glina en l'arcun di Daniele Dell'Agnola
Con La luna nel baule, pubblicato in coedizione dalla Collana Letteraria Pro Grigioni italiano e Armando Dadò nel 2021, Daniele Dell’Agnola ci trasmette la testimonianza di Jolanda Giovanoli, ottantenne bregagliotta che ha deciso di affidare all’autore, musicista e docente, la storia della propria vita.
In copertina una fotografia di Milena Stokar ritrae la protagonista assieme alla bisnipote Yaeli che, come scopriranno i lettori più attenti, altri non è che la figlia dell’autore.
Questo progetto, che da un lato prosegue gli obiettivi tradizionali della Pgi a favore della coesione cantonale e della valorizzazione del territorio, presenta tuttavia alcune importanti novità: con La luna nel baule la Pgi pubblica per la prima volta un volume trilingue ed arricchito da un apparato didattico creato appositamente per le scuole. Il testo originale in italiano è difatti accompagnato dalla traduzione in tedesco di Chasper Pult (Der Mond in der Truhe) e da quella in romancio di Anna-Alice Dazzi Gross (La glina en l’arcun).
Da un punto di vista tematico, il romanzo non si limita alla realtà regionale della Val Bregaglia: accanto al turismo, la caccia e l’arte trovano spazio argomenti molto più ampi come la guerra, l’emigrazione, il rapporto tra le generazioni e la situazione delle donne nella seconda metà del Novecento.
Al centro di La luna nel baule si trovano le vicissitudini di quattro generazioni di una famiglia di gente comune, cresciuta “a chilometro zero”. L’autore ci trasmette la loro storia suddivisa in ventidue capitoli di varia lunghezza in cui si alternano il passato (a partire dagli anni ’40) e il presente. Nell’ultimo capitolo intitolato Titoli di coda, in una sorta di mise en abîme, fa capolino l’autore stesso, nuovo io narrante, nei panni di “Dani” che, dopo aver lavorato tutta la notte alla stesura della storia di Jolanda, discute con lei a proposito delle modifiche che ha dovuto effettuare al testo e di alcune libertà artistiche che si è permesso di prendere nell’adattare il suo racconto alla forma scritta.
Jolanda Giovanoli, una donna che “non ha nulla di speciale”, come ribadisce lei stessa più volte, ha gestito per cinquantaquattro anni l’albergo ristorante Val d’Arca, finché a settantanove anni ha deciso di andare in pensione, ma non ha nessuna intenzione di starsene tranquilla a riposare: «(tra poco) leggerò il mio “ciao ciao” al lavoro. Ma non dirò ciao alla vita, quello no, stai sicuro» (p.18).
L’unica cosa che le fa paura in questa nuova fase della sua vita, è quella di perdere la memoria, di dimenticare. Si è accorta che la testa ha già cominciato un po’ «a ballare» (p.21), ogni tanto. Per questo organizza i suoi ricordi in un baule, l’arcun, dove custodisce vecchie fotografie, giornali, agende, un vecchio telefono ed altri oggetti della memoria.
Nel capitolo Al val d’Arca, Jolanda rievoca la sera in cui ha chiuso per l’ultima volta la porta del ristorante:
«[…] esco dalla porticina del ristorante, infilo la chiave che fa doppio clic nella serratura e mi allontano, senza rimorsi, dall’ultima luce accesa nel salone. Stai sicuro che non guarderò indietro, mentre mia figlia si appresterà a spegnere il bar. Jolanda resisti, Jolanda resisti, non guardare indietro. […] Ma quanto è piena questa luna!» (p.20)
Il titolo del romanzo si rifà proprio a questo episodio: «Però se potessi metterci anche la luna, nel baule, ci infilerei un pezzettino per me, per tenere memoria di questa serata.» (p.21)
La luna ritorna più volte nel discorso di Jolanda: a volte possiede un’aurea romantica, altre volte appare come un oggetto concreto, ad esempio sotto le spoglie di una lampada tra le mani della bisnipote Yael. Ma alla fine Jolanda ci ricorda sempre che la luna è poi soltanto «roccia e polvere» (p.20).
Alla voce narrante della protagonista si affianca di tanto in tanto quella della sorella Vera Salis, madre di sei figli, che racconta prevalentemente episodi legati alla caccia e alla sua esperienza come emigrante in Canada. È attraverso la sua voce che Dell’Agnola ci trasmette la storia di Gian, marito di Vera, protagonista di un tragico incidente di caccia raccontato attraverso diversi flash-back sparsi tra i capitoli, quasi fosse troppo doloroso raccontarlo tutto in una volta.
Accanto alla gente comune della val Bregaglia, appare più volte il celebre scultore Alberto Giacometti, vicino di casa della protagonista durante il periodo estivo, nel cui atelier la piccola Jolanda scorrazzava da bambina:
«Per noi era un piacere giocare in mezzo a tante cose: statue di gesso, quadri, colori e attrezzi strani. Succedeva spesso che, facendo scorrere le statue magre e lunghe, fatte di fili e di gesso, qualcuna andasse a sbattere contro le pareti, così talvolta rimanevano solo pochi frammenti di gesso con alcuni fili di ferro. Quando eravamo bambini abbiamo distrutto dei Giacometti in corso d’opera!» (p.30)
I bambini bregagliotti giocano ad andare a caccia con dei pezzi di legno tramutati in fucile, gli stessi che servono loro per giocare anche alla guerra, una tematica ben reale durante l’infanzia di Jolanda, nata nel 1940, ma di cui non si parla:
«Politica? Mai, nemmeno a scuola, tanto che dal 1947 al 1955 nessun maestro ci ha mai nominato la seconda guerra mondiale, i fascisti, i nazisti, i comunisti, Stalin.» (p.27)
Riguardo all’educazione, Jolanda ribadisce l’autorità del maestro, che non viene certo messa in discussione, anche quando un allievo che ha fatto una stupidaggine viene punito con uno schiaffo: «Nessun genitore osava contestare, nessuno parlava» (p.30).
Anche tutto ciò che riguarda l’intimità viene taciuto. Nel capitolo La bambola Clara, la giovane Jolanda racconta come viveva l’approccio a queste tematiche:
«In verità la nonna aveva ragione, infatti qualche ragazza, dopo un giro di ballo, era proprio rimasta incinta. Mi convinsi che il giro di ballo devi concederlo a quello buono, se no perdi le tue cose.» (p.36)
La parità tra uomo e donna ci metterà ancora un bel po’ a trovare il suo spazio in valle, come testimoniano le reazioni della gente il giorno in cui si vede una turista che fa jogging:
«Cosa ci faceva una donna, alle undici, in giro a passo di corsa? Chi avrebbe preparato il pranzo?» (p.48)
Nonostante l’età avanzata, Jolanda preferisce volgere ancora lo sguardo verso il futuro, concedendo alla nostalgia solo qualche breve istante:
«E diciamola tutta, noi ottantenni abbiamo un bel futuro davanti. Come minimo cinquemilaottocentoquaranta giorni, ancora, di cose da fare. Poi, una volta compiuti i novantasei anni, si sta un po’ tranquilli ad ascoltare e a farsi servire fino ai cento. Dopo vediamo.» (p.71)
Anche ai giovani che hanno paura della crisi, lancia un messaggio energico ed ottimista: «Però, ragazzi, se non si rischia un pochino, non ti rimane niente in mano e sei infelice. Avanti, dai, avanti, penso ogni tanto» (p.38).
La Pgi si augura che il libro possa entrare nelle scuole del Cantone dei Grigioni e di tutta la Svizzera, al fine di coinvolgere attivamente anche il pubblico più giovane.
La sfida per i docenti consisterà allora nel catturare l’attenzione di un pubblico giovane e guidarlo attraverso delle vicende e delle tematiche almeno in apparenza lontane dalla loro vita quotidiana. Per sostenerli la Pgi ha realizzato in collaborazione con l’autore (lui stesso insegnante) e l’Alta scuola pedagogica dei Grigioni un ricco apparato didattico che comprende una Guida per l’insegnante e otto percorsi didattici a livello medio e liceale vertenti sui temi seguenti: Comprensione linguistica, Alberto Giacometti, Varlin, Condizione della donna in Svizzera, Aspetti storici nel romanzo, Officine di scrittura, I luoghi del romanzo, Le lingue nel romanzo. Le traduzioni in tedesco e romancio offrono inoltre lo spunto per il confronto tra le tre lingue cantonali.