Una vita che sembra il mare

Roberta Deambrosi su Suona, Nora Blume di Claudia Quadri

Con il suo quarto romanzo, la scrittrice luganese Claudia Quadri ci regala un nuovo tassello delle sue esplorazioni delle «cose spaiate»: Suona, Nora Blume racconta di un breve, turbolento periodo della vita di una maestra di pianoforte, di solito regolata da una routine ben collaudata. È un momento cerniera, in cui la donna, quarantenne, si ritrova a fare i conti con il passato, con tutte «le scorie che si accumulano in una vita»; in primis, un’infanzia e un’adolescenza passate ad arginare un padre fallimentare e ad assicurarsi una propria difficile identità, quella di pianista. In seguito la gioventù passata al piano bar di una nave, «che la conduceva ovunque e in nessun posto», e dove echeggia il «Suona, Nora Blume», l’imperativo che le permette di distinguersi, la fa stare al mondo, la fissa in un presente atemporale che ora, rivisto dalla specola incrinata della crisi, pare meno rassicurante. Poi la vita, breve, da sposata; con Toni, conosciuto nel salone di una nave, marito un poco décalé, molto ricco e tuttofare del padre altrettanto benestante, che la lascia presto vedova, con a carico un cane, Cargo, da lei poco amato e dal nome ambiguo, che ricorda le infinite distese marine, ma che potrebbe anche alludere al peso dell’eredità. È la morte del cane a fare da discrimine, dopo una prima parte del romanzo in cui si accumulano tanti cambiamenti minimi, dalla preoccupante pressione al torace, alle modine alzate di fronte a casa, quasi a indicare che tutto il mondo di Nora, sia quello interiore che esteriore, sta per essere rimesso in questione.

Il passaggio di Toni nella vita di Nora avviene però a margine, pur incarnando la spensieratezza, il ritorno all’infanzia, la sollecitudine: «Nora Blume aveva suonato e suonato, con il ficus beniamino da una parte e Toni dall’altra, mentre fuori dagli oblò del Bar Orchidea, ponte 9, scorrevano i paesaggi pacificanti dei fiordi norvegesi in agosto», quasi a dire attraverso un fotogramma simmetrico, che la banalità del ficus si rispecchia nella banalità della scelta del marito. Le figure secondarie del romanzo compongono un paesaggio psicologico in cui trova rilievo la relazione con il corpo e con gli oggetti prima di tutto. Nel salotto della casa di Nora, appesa alla collina di una piccola città di lago, transitano gli allievi di pianoforte: Jean, «Ulisse delle periferie» si porta l’età difficile nelle ossa che puntano; Agnese «vergine guerriera», «usa il pianoforte come un mitra»; Lisa Platis è una ragazzina alle prese con lo sguardo degli altri e l’autorità dei genitori; la sfiorita Maria Hermani cerca di lenire le piaghe aperte dal divorzio picchiettando sui tasti con le sue unghie troppo lunghe. Il vicino Salvo invece, intrigato dalla presenza solitaria di Nora, affiderà alle tagliatelle e alle canottiere in bambù l’intercessione del suo nascente affetto.

La pianista è un personaggio a tutto tondo, certo, ma la protagonista che regge la trama, affiancata a Nora sin dal titolo, è la musica, attorno alla quale e per la quale si scatenano e si dipanano i piccoli e grandi drammi dell’esistenza: «Perché la musica ci rende così vulnerabili? Tutto si moltiplica per dieci e per cento. La musica ci rigira nelle sue mani come involtini da infarinare, ci passa nell’uovo e nel suo braciere diventiamo dorati e croccanti».

Quello di Claudia Quadri è un vivido racconto di destini di cui ad un tratto, come a volte anche del mondo, risalta, e fa male agli occhi e mette in crisi, il lato oscuro, quello che somiglia al «rovescio di un ricamo». Grazie anche al sapiente uso della capitolazione, l’autrice riesce a creare attesa e interesse. Come già nei libri precedenti, coglie con sensibilità e precisione l’essenza dei personaggi e ritaglia loro ruoli emblematici. Il romanzo non finisce per davvero, o in altre parole, non ha un finale spettacolare; eppure, in questo relativo «difetto» narrativo, c’è indubbiamente molta verità.

Post Scriptum

Non senza una nota di malinconia segnaliamo che con questa pubblicazione scompare un ulteriore pezzo di realtà tipografica ticinese: come indicato nell’occhiello editoriale in fin di libro, il volume è l’ultimo stampato nell’officina dell’Istituto grafico Casagrande di Bellinzona.

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