Taedium vitae

Yari Bernasconi su Taedium vitae di Angelo Casè

Ci si potrebbe facilmente lasciare avvolgere dalla nostalgia nello scrivere dell'ultima, testamentaria opera di Angelo Casè, che, poco prima di morire (il 10 marzo del 2005, all'età di 68 anni), aveva deciso di lasciare sulla sua scrivania - un po' come nei film che non si riguardano - un fascicolo con il materiale pronto alla stampa: "il dattiloscritto delle sue poesie, completo di glossarietto, [...] e le note critiche", indica l'editore in una nota. Il libro, che comprende le poesie scritte tra il 1986 e il 1997, è stato pubblicato l'anno scorso da Giampiero Casagrande, ed è intitolato Taedium vitae.
"Taedium vitae": indifferenza e insofferenza verso i problemi dell'esistenza propria e altrui; accentuato pessimismo che allude a disgusto del vivere, rafforzando uno sconforto morale, un crollo psicologico, ai quali è difficile reagire", spiega Casè nel Glossarietto. Le quasi 300 pagine della raccolta, però, non sembrano specchiarsi in questa definizione, e anzi: il vigore e l'insistenza dei versi sembrano proiettare la locuzione latina in una sua versione parallela che arriverei a definire ad hoc. Prendiamo l'ultimissimo componimento, Sarà giocoforza, in un certo senso quello dell'addio:

Del gelo tormentoso s'è stancato il calicanto - fiorito

d'incanto, nell'orto è un totem antico. Un'ardua

menzogna ci tocca inventare per sfuggire alle ambigue

angherie: l'età non perdona. Presto / tardi, sarà giocoforza

svelarci l'inganno, se tra i rami un oriolo

il nascondiglio ad amaca ci rivela col canto

insistito. Col senno di poi, arbor sancta ciascuno

si sente, nato / morto per donare i misteri dei grani

al rosario. E se lo sconcerto ricusa l'esiguo

gorgheggio, incontroversa l'opzione finale rispicci tra noi.

Puntualissime le parole di Gilberto Isella (sua la bella Introduzione), che sottolinea come Casè, della nozione di "taedium vitae", "insegue piuttosto le radici nascoste, la investiga e personalizza a dovere, temprandola nel fuoco di un "esame di coscienza" che sarà ora, per forza di cose, inesorabile e definitivo".
La raccolta, introdotta da quattro vecchi brani "salvati" (è la breve sezione Recuperi, 1965-1987), è strutturata in un Preludio (diviso nelle sezioni Fuori tiro, 1986-1987 e A ritroso, 1988-1991), un Interludio (che consiste nel "diario/canzoniere" Dalla clinica, 16.XII.1994-14.I.1995) e un Postludio (Sul discrimine, 1995-1996 e il conclusivo Dies irae, 1997, primavera), un modo per evidenziare una precisa macrotestualità (in questo caso d'ambito musicale) e, quindi, per suggerire una lettura continua, corale, da considerarsi non solo passo dopo passo, ma anche - e forse soprattutto - nel suo insieme.
Non per niente, se dovessi indicare un pregio della poesia di Casè, penserei alla coerenza della sua opera, alla coesione, alla continuità di un discorso piano, perseguito a testa bassa. Anche se, da un altro punto di vista, questa caratteristica tradisce alcuni problemi. Pier Vincenzo Mengaldo, per esempio, ha giustamente parlato della "sensazione, che il lettore ha, di un'affannosa serialità in cui ogni testo corregge il precedente e quasi vi si monta sopra; e di una lingua mai rifinita e definitiva, né mai autonoma ma piuttosto strumentale", aggiungendo: "Qui consistono il limite ma anche il fascino di questo poeta". E riflettendo sull'opera di Casè, questa bipolarità mi pare sintomatica, per nulla casuale. Si pensi a uno dei tratti caratteristici della sua poesia: la metrica. Non c'è stato critico o recensore, che, distrattamente o puntigliosamente, non si sia soffermato sulla metrica del locarnese, sulla sua incredibile libertà, dove l'incalzante - e talvolta violenta - discorsività implode in versi che, non riuscendo a reggere la pressione, si sfilacciano in ritmi selvaggi e dimensioni che spingono a inarcature inimmaginabili (come in Osando non osando, da Dalla clinica):

S'è ammansito il male creduto feroce, terminale. In confidenza

nell'animo mai s'è annegata l'aspra menzogna, mai sfocato

s'è l'asperrimo dubbio. Appena l'abbaglio si spegne

del sole, rapido dal terrazzo s'invola l'uccello

canterino, altrove cercando un provvido

riparo, la pastura preferita - il viso pure tu nella penombra

ripari, reticente, corrucciato: ogni frase si spegne,

in te che, osando / non osando, da chissà

quale cruccio, fraternamente, vorresti rincuorare l'infermiera.

E dove, puntualmente, per via dei lunghi, lunghissimi versi, compare il nome di Cesare Pavese. Anche in questo caso, però, occorre tracciare le giuste divisioni, mostrare entrambe le facce della medaglia: i versi del ticinese, infatti, "non hanno la regolarità ritmica di questi [i versi pavesiani], né contengono in sé misure tradizionali [...]: il verso lungo è lasciato alla sua deriva e non mima un respiro regolare, meno che mai un "canto", ma una discorsività che Luzi ha definito "fitta e anelante" e che si trova via via i suoi diversi cunicoli" (Mengaldo); nella poesia di Casè, "il modello di Pavese, quello ben inteso di Lavorare stanca, subisce le più inaspettate scosse" (Giorgio Orelli). Ha ragione Isella:"Vi si oggettiva il rifiuto di un lirismo intessuto di brevi illuminazioni nominali alternate a spazi bianchi (nel solco di Ungaretti e di molta produzione primonovecentesca), a vantaggio della discorsività piena, che per Casè è il fine da perseguire all'interno dello spazio poetico: vale a dire l'evento descritto nel suo incessante, reale o ipotetico costituirsi, nella sua temporalità". Da cui la "deriva" del verso di cui diceva Mengaldo.
Ecco che, allora, chiuso Taedium vitae, è forse naturale il sentimento contrastante, quel sentirsi combattuti o colpevoli d'eccessiva perentorietà per aver riordinato ancora una volta la poesia di Casè in due cassetti ben distinti: da una parte, i versi che, "nei componimenti migliori, appaiono giusti e sicuri come i rami di un albero" (Orelli); dall'altra, delle misure ansimanti che paiono piuttosto una poesia sfuggita chissà come alla prosa.

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