Storie di fallimenti

Ilaria Macera su Al figlio del pugile tremano le mani di Andrea Bianchetti e Il movimento elementare di Fabiano Alborghetti

L’esergo sartriano che Andrea Bianchetti ha scelto per Al figlio del pugile tremano le mani, edito per la collana Lyra di Interlinea nel 2025, potrebbe essere apposto senza difficoltà a Il movimento elementare di Fabiano Alborghetti, uscito quest’anno per Gabriele Capelli: «la storia di una vita, qualunque essa sia, è la storia di un fallimento». 

Per la vita al centro del libro di Alborghetti, nuovamente alle prese con il romanzo in versi dopo Maiser, il fallimento a conti fatti potrebbe essere doppio, o triplo. 

Il movimento elementare è la storia di un uomo nato in Valsesia negli anni Quaranta, emigrato a vent’anni nella Milano del boom, costretto in un matrimonio infelice, capofamiglia di un piccolo mondo domestico in cui la cronaca entra insieme alle cinghiate. A narrare è il figlio, che alla morte del padre tenta di ricostruirne la biografia alla ricerca delle radici prime del loro rapporto mancato. Ma sullo sfondo, come già in Maiser («E dicendo di quell’uno / di quanti altri avrai parlato?»), preme una mutazione collettiva di cui l’individuo è il punto di condensazione: il fallimento del padre è il fallimento di una generazione, incagliata tra le oscillazioni dell’economia e stati emotivi che non sa comprendere. A farne le spese è chi rimane: 

Noi figli, invece, cresciamo, 
pur se con la lentezza dei licheni.
Non siamo più gravitazioni lallanti 
bensì destini terreni, in preda alla brezza. 
Erbe selvatiche, ortiche animali:
occorre quindi ‘educarci’

L’educazione, a sua volta subita («mio padre è come può, attinge, ricalca») e legittimata dalla tradizione («si dirà che è normale / tirare ogni tanto un ceffone / non ha mai fatto male a nessuno»), è quella della violenza, che segna il fallimento ultimo: «abbiamo imparato a schivare la mano / persino quando si tende per una carezza».

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Se Alborghetti intreccia collettivo e individuale, per la sua serie di fallimenti Andrea Bianchetti procede invece per accumulo. Al figlio del pugile tremano le mani racconta in quaranta poesie brevi la vita di un istituto commerciale ticinese: le «piccole storie fragili di scuola» (così il sottotitolo) ritraggono dal punto di vista del loro professore studentesse e studenti di una scuola «difficile» («Le scuole professionali / sono una terra di niente»); la scommessa è «ricostruire l’essere umano» in chi già si conta nella schiera degli sconfitti. In questa coazione a perdere, chi scrive si assume la responsabilità del testimone («io mi sono accorto, / mi sono accorto di tutti voi») – non a caso la nota al testo presenta il libro come «testimonianza diretta» di quello che accade a scuola. Ma il processo d’indagine non lascia fuori l’io: la registrazione investe e include chi registra, e il libro diventa allora il racconto di una crisi identitaria (così sempre nella nota al testo: «una testimonianza di quello che sono, che sono diventato, del mio percorso di docente, di essere umano»). Il peccato originario, d’altra parte, si annida nella famiglia dell’io-professore: è lì che si apre la raccolta, non in un’aula ma nella cucina di casa, dove il padre convoca il fratello bocciato e ne decide «il destino avverso» – la scuola commerciale. 

Resta un ultimo oggetto da interrogare, lo strumento della testimonianza: la scrittura stessa. Bianchetti ne mette in scena la vulnerabilità: «Ho provato a scrivere questa poesia / decine di volte. Forse di più», si legge nel componimento che dà il titolo al libro. Il ragazzo ritratto è il figlio di un pugile, il primo della famiglia ad arrivare alla maturità; quando mangia, le mani gli tremano «un po’». Per lui l’io vorrebbe trovare le parole, e deve invece arrendersi: «Non so cosa scrivere di lui». Nei confronti del padre, la resistenza è ancora più antica: «Ho sempre avuto paura / di scrivere queste parole: / mio padre». La difficoltà dell’atto creativo si spinge fino all’ammissione dell’insufficienza: di fronte a una studentessa vittima di violenza non rimane che concludere «L’arte a volte non è abbastanza». 

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Da indagine a indagine, per il libro di Alborghetti il pensiero corre alla nekyia di matrice debenedettiana: l’incontro con le anime care che possano con il loro vaticinio mostrare la strada. Eppure, anche qui, già nelle premesse di metodo si insinua il dubbio. La ricostruzione biografica del figlio si basa su fatti parziali, ricordi d’infanzia, racconti familiari, qualche foto, un diario avuto solo «dopo le esequie»; in mancanza di prove, il narratore è costretto a lasciare la cronaca per l’invenzione: «ma del primo anno a Milano non ho tracce certe / praticamente nessuna, ed è tardi per chiedere ora. / Non esiste nemmeno una foto / e se esiste, è camuffata da altro / e pare quindi un altrove. Immaginiamo, allora». È la confessione di un’impotenza: voler ricostruire la vita altrui, anche di chi tanto ha influenzato la curva della nostra, significa ammettere zone buie che non ci è dato illuminare, e, a sforzo compiuto, riconoscere un nuovo fallimento – non è nella storia minuta che si trovano i come e i perché. I versi de Il movimento elementare non saranno allora una fotografia seppia, la mise en abyme del padre che sviluppa i rullini con le foto di famiglia, «tangibilmente stampate», e «ripete guardando / questa vita è la mia»; la chiave la darà invece l’immagine del figlio bambino che insieme al fratello accoltella di nascosto il divano: «Sono quelli gli anni della cinghia, e del battipanni / che non schiviamo. Per reazione / a turno, io, mio fratello / pugnaliamo il divano, col tagliacarte / infieriamo senza bene sapere il perché / ma dà sollievo».

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Non spiegare, chiarire, sondare, ma raccontare. Per entrambi, i modelli sono di una certa linea poetica antilirica e narrativa che attraversa il Novecento italiano e riaffiora a più riprese, con alterne fortune, fino a oggi. Si parla di storie, per tornare all’esergo in apertura, con soluzioni formali diverse: per Fabiano Alborghetti il romanzo in versi e per Andrea Bianchetti – che pure ha già percorso la strada del romanzo in versi con Gratosoglio – il canzoniere narrativo. Per entrambi, la dimensione orale non è secondaria, ma è legata alla necessità comunicativa.

Il ritmo di Alborghetti si costruisce nell’intessitura metrica – il verso libero nasconde un’ossatura di misure brevi, quinari, senari, settenari, che nei versi lunghi si sommano a scandire le campate narrative, rime e assonanze lavorano come echi – a cui si aggiunge tutto un repertorio stilistico: la formularità degli attacchi, le chiuse gnomiche («come sempre fu per quei tempi», «ci vorrà tempo, si sa»), le anadiplosi, i chiasmi. La forma-elenco, da sempre modo della trasmissione orale, è sapientemente usata per ricostruzioni di setting. Valga, per tutto, l’incipit: 

Il faccia a faccia
             dell’essermi padre
             dell’essergli figlio
inizia nel luglio millenovecentosettanta.
C’è ancora il Carosello, i Camaleonti
Don Backy, i Dik Dik 
mio padre guida ancora la Fiat millecento 
(è la stessa del viaggio di nozze)
ma tra poco passerà alla Ford Anglia, i fari a pinna 
la carrozzeria che è bicolore.

Ma ci sono anche le marche specifiche della narrazione ad alta voce: «Dicevamo: via Canonica al numero otto / forse al piano alto, forse di sotto» (corsivo mio). Solo nelle ultime due sezioni, quando la prospettiva si avvicina e la famiglia si disgrega, con le sue monadi che si allontanano per traiettorie diverse, arrivano versi più corti e mozzi, piccoli accenni traumatici, sofferti. 

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La lingua di Bianchetti si libera di ogni tentativo di sovraordinarsi. Lasciato alle spalle l’affresco tra memoria individuale e collettiva di Gratosoglio, Bianchetti presenta qui istantanee emotive che sembrano piegarsi a un processo istintuale: la forma si assottiglia sotto l’urgenza di mettere su carta, il lessico più che domestico è colloquiale, la sintassi è quella del parlato, rare le concessioni alla rima. Le immagini sono accostate come si presentano, riportate come sono riferite (anche nella delicatezza della sospensione: una «ragazza inquieta», dalla cattiva condotta, che racconta «ogni tanto dorme con la figlia / della compagna di suo padre: / lei ha una camera da bambini, / troppo stretta per entrambe»). La freccia punta nella direzione della comunicazione spontanea, la stessa di Alborghetti, ma l’arco è diverso, e l’oralità prende il valore della deposizione.

A volte penso che non ci sia niente 
per certe persone. 
Niente soddisfazioni,
nessuna vittoria. 
Ma è forse questo il punto:
c’è solo la vita.
Una profonda, inquieta, 
forse troppo semplice 
vita. 

Verrebbe, allora, da recuperare questi versi finali della poesia sul figlio del pugile, per tentare la facile sostituzione vita/poesia. Dei danni che possono fare i padri si potrà parlare un’altra volta.

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