Stefano Raimondi, quando la poesia ci accompagna
Pierre Lepori su «La città dell'orto» di Stefano Raimondi
Nell’introdurre i due volumi di una sua recente antologia della Poesia italiana del Novecento (Carocci, 2002) – antologia con qualche mira normativa di troppo e chiari intenti pedagogici – Niva Lorenzini teme il peggio per le nuove generazioni poetiche: «I rischi di un neoermetismo di ritorno – di foggia nuovissima, dai nuovi manierismi formali alla riproposta della separatezza di una poesia intesa a contemplare il proprio ombelico – si intravedono tutti, e sono favoriti da una società che predilige le omologazioni e gli appiattimenti, e tollera a fatica il dissenso, la conflittualità, la presa di coscienza, il coraggio delle opinioni». Ci si prospetta quindi un quadro a tinte fosche.
Eppure, se si avesse il coraggio di abbandonare quel retrogusto marxiano che vuole la letteratura procedere per scatti e capovolgimenti e la contemporaneità dissugarsi nella volontà di sorpassamento costante, a noi pare che una nuova generazione di poeti– e parliamo specificamente dell’Italia – abbia davanti a sé lo spazio di una sfida ben più stimolante dell’idea di «fondare» una corrente. Non certo quella di concentrarsi sull’ombelico del proprio ego liricheggiante, quanto quello di ritornare all’umanità – per quanto possa sembrare banale dirlo - al bisogno di dire come essere umano, cui sta di fronte un lettore a sua volta alla ricerca dell’incontro. Fino al capovolgimento positivo, propositivo, di questo rapporto.
«Questo mi spinge a ritenere – scrive Fabio Pusterla – che il criterio della necessità, che io stesso adotto in quanto lettore, non riguardi tanto il rapporto tra testo e autore (era il poeta fortemente motivato a scrivere ciò che ha scritto? Ne aveva assoluta necessità? Non lo sapremo mai con certezza, vivaddio!), quanto piuttosto l’altro rapporto, che quel testo stabilisce con quel lettore che io sono. Mi è necessario, ciò che leggo? Mi urge leggerlo? E se le cose stanno così: è possibile credere che la poesia conservi oggi, nella sua condizione di esilio, una necessità siffatta? Che qualcuno (qualche lettore) chieda ancora qualcosa alla poesia? Che si possano dunque intravedere delle piste su cui alla poesia sarebbe consigliabile incamminarsi?».
Di fronte al commovente libro del milanese Stefano Raimondi La città dell’orto (pubblicato da Casagrande a Bellinzona, con una meritevole apertura al di là del confine), si ha l’impressione che il poeta – compiendo in poesia un doloroso scavo sulla propria esistenza di figlio, nel dasein di una città che gli è trasmessa dal padre – voglia proprio condurci in questa direzione, fare un tratto di strada per noi, essere onesto (come voleva Saba), perché un cammino si disegni davanti ai nostri passi stanchi. Stanchi di un mondo automatizzato dalle leggi del Management, di una città disfatta da una sporcizia planetaria, capace di corrompere il nostro stesso modo di percepire la realtà. I suoi occhi nuovi non sono né illusi né disillusi, non sono moralisti, non ci insegnano niente se non forse a vivere laddove la poesia ridiventa la «sorella maggiore dell’azione» (Saint-John-Perse).
Il volume è introdotto da Umberto Fiori: apertura sintomatica che segna al contempo una continuità e uno sviluppo. Si prenda l’ultimo volume di versi di Fiori (La bella vista, Marcos y Marcos, 2002): il poeta vi interroga la bellezza del paesaggio, si lascia mettere in scacco – fino alle ultime conseguenze – dalla «straziante, meravigliosa bellezza del creato» (è una frase di Totò, in un film sublime di Pasolini). Ma se in Fiori quest’interrogazione umanissima non può farsi senza una preoccupazione intellettuale (che lo accomuna a certe geometrie della percezione di Valerio Magrelli o al civismo di Antonella Anedda), in Raimondi la commozione del mondo è polarizzata intorno al sentire personale (non l’ombelico, no, semmai il Naked thinking heart di Donne!). La sovrapposizione tra biografia e topografia accomuna piuttosto Raimondi ai coetanei (Antonio Riccardi, oppure – ma in una versione ben più «cantabile» – Claudio Damiani), mentre l’attenzione al rapporto tra corpo e linguaggio s’avvicina a esperienze come quelle di Matteo Ceserani o Elisa Biagini:
come ciechi tastiamo le cose
gli amori e le persone:
diciamo di volerci bene.
Tocchiamo tutto come qualcuno
che dall’altra parte afferra
qualcosa e la rivuole. (p. 74)
Come si vede, con un linguaggio piano, retaggio di una generazione cresciuta con l’orizzonte semantico di un italiano «nativo», senza l’aporia di una lingua letteraria inutilizzabile nel quotidiano (e viceversa). La città, Milano, vero cardine (insieme alla lenta agonia paterna) del libro di Raimondi, non può più essere allora un luogo da trasfigurare poeticamente, come una voce che cerca di trarre gli ultimi barbagli di una mai rinnegata anceschiana «linea lombarda» (si pensi a Maurizio Cucchi): la città diventa corpo e respiro, sofferenza e viaggio, in cui si cerca lo sterrato di un cortile, l’apertura rachitica di un orto, come luoghi salvifici: «Ci sono notti indolenti / notti che sembrano orti» (p. 32).
E il lettore non è più convocato a una spettazione: aiutato dall’estremo pudore biografico di Raimondi, dall’evocatività di una lingua dalle trasparenze metaforiche, si trova invitato sulla barca di carta spiegazzata di un’umanità-per-quello-che-è. Senza narcisismo, senza che il poeta voglia porsi al di sopra o al di là della propria umana vicenda. E questo libro denso, aperto a una profondità senza ambizioni pedagogiche, scioglie allora le sue vele al largo di una prosa poetica (che è tutt’altro che una rinuncia alla poesia, tutt’altro che prosa d’arte), che il lettore potrà fare sua, come un golfino posato sulle spalle, quando fa un po’ troppo freddo per proseguire nell’inverno:
Ci sono notti per tutti, notti testarde, notti spostate dalle stelle.
Lì si trovano gli indizi, le prime fila, le rotte del bene. (p. 71).