Semi persi, semi che danno frutto: la memoria di Andrea Moser e Pietro De Marchi
Laura Piccina su Alla giusta stagione di Pietro De Marchi e Luce muta d’Andrea Moser
Nel 1941 Jorge Luis Borges pubblica il racconto La biblioteca de Babel, all’interno della raccolta El jardín de senderos que se bifurcan. Borges immagina una biblioteca infinta che raccoglie tutti i libri con 410 pagine in cui si susseguano sequenze di 25 caratteri, in tutte le combinazioni matematiche. Alcune sequenze hanno senso compiuto, altre no. Sono i lettori ad attribuire loro un significato, consultando un volume dopo l’altro e scervellandosi nel notare differenze e analogie, nella continua ricerca di un libro che contenga un senso universalmente condiviso o, in altre parole, la verità.
L’assurdo racconto di Borges, che ha avuto un’eco considerevole (per esempio, pare che abbia ispirato la ricerca sugli enzimi con cui Frances Hamilton Arnold si è aggiudicata un Nobel), fornisce al lettore e alla lettrice una semplice ma utile premessa metodologica: in fin dei conti, i libri a nostra disposizione sono più o meno infiniti e si richiamano l’un l’altro differendo molto o poco, per cui uno sguardo comparatista è l’unica arma a nostra disposizione per attribuire loro un qualche significato in merito a una qualche questione che ci ronza in testa o che ci appare con evidenza davanti agli occhi – e del resto la comprensione è etimologicamente un comprehendĕre, un “prendere insieme”, un “mettere in relazione con”.
In questo caso, i libri capitati l’uno accanto all’altro nella mia biblioteca e che dunque ho “messo insieme” sono le raccolte di poesie Alla giusta stagione (Edizioni Casagrande, 2026) di Pietro De Marchi e Luce muta (Manni, 2025) di Andrea Moser. Pietro De Marchi è stato ordinario di letteratura italiana all’Università di Zurigo per molti anni e ha parecchi volumi alle spalle pubblicati per Casagrande (come Parabole smorzate del 1999, Replica del 2006 e La carta delle arance del 2016). Andrea Moser invece è docente di italiano nelle scuole superiori, collaboratore di «laRegione» e autore di due libri di poesia, ovvero Poemetto del drago, edito da Il Verziere, e Morte del drago, uscito per Puntoacapo.
Alla giusta stagione conta una sessantina di testi in parte editi su rivista o in volume tra il 2017 e il 2025; Luce muta, invece, si compone soprattutto di inediti composti tra il 2022 e il 2025, con l’eccezione di alcune poesie apparse nei Quaderni Curzùtt Poesia 2023. Entrambe le raccolte sono divise in sette sezioni; Alla giusta stagione è formata da Terre nuove, Fermo immagine, Storie naturali, Bellezza, Sotto le nuvole, Fuori quadro, fuori scena, Nei terrestri confini; Luce muta da Origini, Verso Broca, Confini onirici, Cortisolo, Voyager 2, Domande senza risposte, La torre. Le sezioni di Luce muta sono precedute dalla lirica Bianca ortensia – tre quartine di versi che anticipano un grande tema della raccolta: la memoria. Si tratta di una questione centrale anche nel libro di De Marchi, che dunque ha naturalmente orientato il confronto critico.
In effetti, il «nucleo portante della raccolta» di Moser, scrive l’autore, è la sezione «Verso Broca che ripercorre la malattia neurologica di mia mamma, e più in generale il lacerante processo della vecchiaia e di tutti i dolorosi interrogativi che ne conseguono». Le lacerazioni causate dell’Alzheimer sono descritte nella poesia I grappoli della memoria:
A vederli ingranditi al microscopio
sembrano i frutti delle palme […]
si chiamano grovigli
neurofibrillari o semplici lesioni
cellulari. Barriere che impediscono
l’arrivo delle sostanze nutritive,
la causa di tutto è il gene tau
«Per noi l’insidiosa falla», conclude Moser,
è nella corteccia entironale,
porta dell’ippocampo,
il luogo che racchiude
tutta la nostra vita.
Senza memoria cosa resta di noi?
Solo il ricordo dei sani,
i semi sparsi nelle vite degli altri, forse.
La perdita della memoria è connessa con chiarezza al nichilismo, allo scomparire nel nulla. Lo si nota con evidenza anche nella poesia Dada dada dada, in cui, a causa dell’Alzheimer, il linguaggio adulto, che è ragionevole e strutturato, vero e proprio logos derridiano, si trasforma in linguaggio bambinesco e privo di forma: «Le tue parole preferite sono poche, / cosa, lui, sotto, davanti, e un miscuglio / di tedesco, dialetto e romancio. / A volte penso alle poesie dadaiste, / segni di un linguaggio infantile, / dada dada dada, / testi più assurdi del tuo linguaggio». Se tuttavia il linguaggio dadaista avvia una tabula rasa storico-culturale che è tutto sommato positiva, quello della madre del poeta non porta a nulla: il nichilismo per Andrea Moser non genera nient’altro che fantasmi, in una realtà spaccata come quella di Diffrazione: «tutti oggetti di un’altra realtà / dove i ricordi scorrono su più piani, / […] qualcosa che frulla nell’abisso. / Lo so che fa paura! / Non ho frecce da scagliare nel vento / per scacciare questi spettri» (da Il sarcofago dei vivi). E «Rimane ben poco, / se anche gli oggetti più comuni / non hanno più nomi» (da Agnosia e campanelli). Pure i «semi sparsi» a cui Moser accenna in I grappoli della memoria rimandano al nulla, o meglio, al fronte nichilista della Semaison di Jaccottet: se alcuni di essi si impiantano nella terra e danno frutto, altri restano sterili in superficie.
Sebbene il nucleo della raccolta di Moser sia il nichilismo dell’oblio, si intravedono grani di speranza che avvicinano Luce muta a Alla giusta stagione. De Marchi infatti insiste proprio sul côté opposto del ricordare, cioè sulla memoria che si impianta nella terra, sulle sue funzioni positive e proattive. La memoria è ben presente nella quotidianità dell’io e gli permette di ricomporre una realtà altrimenti smangiata dal tempo. La memoria, per De Marchi, è innanzitutto una tensione sistemica verso il futuro. Così in Incipit:
Dici che in fondo in fondo basterebbe
incominciare dai ricordi sparsi
senza sentirsi in obbligo di rispettarli
[…]
perché la memoria si sa
è creativa come i sogni, figli
del desiderio e del rimpianto?
[…]
De Marchi, che ricostruisce il reale dall’irreale del ricordo, conserva un’apertura verso il possibile, inserendosi in una lettura ben precisa: «memoria che ancora hai desideri», scrive Vittorio Sereni negli Squali, citando dalla Waste land di T.S. Eliot: «[…] genera / lillà dalla terra morta, mescola / memoria e desiderio, pungola / radici ottuse con pioggia primaverile». La memoria unisce atti mancati e potenzialità, morte e rinascita. Questo slancio verso l’avvenire è esplicitato da De Marchi in Cambio di consonante, in cui l’io «trasformò il passato in futuro, / esprimendo nel modo più discreto / il desiderio di riavere vicino / chi da troppo tempo / era lontano».
Qui spicca anche un’altra funzione cardine della memoria di De Marchi: il fatto di essere relazione, di avvicinarsi a cose e persone lontane altrimenti perdute (e capita però che De Marchi si faccia prendere dal nervosismo e smetta di idealizzare il passato, allontanandosi da quel luogo di riferimento per tutti i malinconici che è il Pont Mirabeau di Apollinaire, vedi Notte, pioggia). Ad ogni modo, questo è un primo aspetto condiviso da Moser per cui la memoria, se rimane, apre la possibilità del ritrovarsi: «Forse è giusto così, / basta ritrovarsi ancora una volta, […] / ricordare gli anni su quella panchina / a filare la lana, […]. / Tutto il resto è portato via dal vento, / rimarrà solo una fotografia / a dire di loro, e di questo giorno / di nostalgia e ricordi» (Turnar a chasa).
E poi, la memoria di De Marchi è anche strumento del poeta: l’io ordina i ricordi come Homo Faber che mette «ogni frase al suo posto / come i pezzi di legna / della catasta»; il poeta tramanda la tradizione letteraria. Alla giusta stagione, che è piena di ricordi personali e rimandi poetici (Dolce stil novo, In modo quasi classico, Come la pantera di Rilke ecc.), fa riferimento alla memoria letteraria in quanto memoria collettiva. Lo stesso vale per Moser. Luce muta è ricca di allusioni, dalla menzione en passant dell’estetica petrarchesca (il verso «gli uomini preferiscono le bionde» di Bionda o scura richiama il volume I poeti preferiscono le bionde. Chiome d'oro e letteratura di Roberto Fedi) all’estensiva presenza della memoria dantesca. La raccolta di Moser si chiude proprio su Dante, con una citazione da Purgatorio V premessa a La torre, «Sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti». Si tratta di un passo in cui Virgilio invita Dante a non farsi influenzare da ciò che non è importante, ma, forse, Moser vuol dirci qualcosa d’altro:
Ma la torre è speranza,
luce sulla pianura devastata
da cemento e uomini senza volti,
luccicanti banche di cristallo
[…] o imperi lontanissimi
di cui non rimangono che rocce
sbriciolate dal tempo,
[…] Precaria la torre resiste,
è solo una fragile idea,
una bandiera lacerata,
musica che perdura, tuttavia.
L’immagine della torre sferzata dai venti (che in Dante rimanda a Orazio, Odi, II, 10) in Moser sembra richiamare piuttosto un passo celeberrimo di Odi, III, 30 in cui la poesia è descritta come
monumento più duraturo del bronzo
e più elevato della mole regale delle piramidi,
che non la pioggia corrosiva, non l'Aquilone impetuoso
potrebbe distruggere o l'innumerevole
serie degli anni e la fuga dei tempi.
Non tutto morirò e molta parte di me
eviterà Libitina: continuamente io crescerò
mantenuto in vita dalla lode dei posteri.
Anche in un contesto in cui i ricordi vengono smangiati dal tempo e dalle «lesioni cellulari», la memoria poetica rimane l’unico baluardo contro il nichilismo e l’avanzare dell’oblio; l’unica cosa che nemmeno la malattia ci può portare via. Non si può fare a meno di ripensare all’infinita biblioteca di Borges: in tutti quei libri che ci affanniamo a consultare l’uno dopo l’altro, alla disperata ricerca di un significato, si conserva la nostra imperitura memoria collettiva.