Rosagarda
Ariele Morinini su Rosagarda di Giorgio Orelli
Rosagarda, come spiegano nella Nota al testo Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi, attenti curatori dell’elegante volumetto edito da Casagrande, è nome di luogo che designa un pascolo nei pressi di Prato Leventina. Attorno al toponimo, promosso da Giorgio Orelli a nome del paese stesso, sono allineati, secondo un progetto d’autore, tre racconti di ambientazione alto-leventinese – «Primavera a Rosagarda», «La morte del gatto» e «Autunno a Rosagarda» – che formano un piccolo libro in tre tempi. Le prose, già note ai lettori, sono ora ripubblicate nella lezione trasmessa dai dattiloscritti conservati a casa Orelli, sui quali l’autore lavorò incessantemente fino alla morte. Ne risulta una stesura sensibilmente diversa dalle precedenti: «Primavera a Rosagarda» è una sostanziale riscrittura del racconto omonimo compreso in Un giorno della vita (Lerici, 1960); «La morte del gatto» e «Autunno a Rosagarda» testimoniano invece del travail infini o travail du travail (con le parole di Valéry) che ha coinvolto l’intera opera narrativa dell’autore, ripensata, rivista e rielaborata nell’arco di oltre mezzo secolo. Orelli è scrittore fedele a pochi nuclei tematici, sui quali ha lavorato alacremente per decenni producendo testi inediti, ma soprattutto rimaneggiando il già edito. Questa procedura creativa, strutturale nell’esperienza del prosatore, è confortata dall’impostazione stessa dei racconti, i quali sono privi di una struttura narrativa forte, sostituita da un principio di inferenza, da connessioni deduttive e da un’aggregante coerenza timbrico-tematica; non a caso la nomenclatura usata dall’autore per questi lavori è spesso musicale: si pensi alle numerose Suites o allo «Scherzo» che apre Un giorno della vita.
In questo senso, Orelli è in un qualche modo poeta d’occasione anche quando scrive in prosa, almeno nella misura in cui lavora per singoli nuclei, liberamente accostati «au fil interminable d’une intrigue superflue» (con Baudelaire) e dunque smontabili, rimaneggiabili e integrabili facilmente. Esemplare a tale proposito è la lezione ne varietur di «Primavera a Rosagarda», la quale si presenta come una sorta di racconto-summa, sviluppato negli anni inglobando altri componimenti: nel testo (pp. 36-37) confluisce ad esempio la breve prosa intitolata «Il camoscio», già apparsa su «La fiera letteraria» nel 1971. Sensibilmente accresciuta rispetto alla prima stesura, la narrazione è condotta da un io autobiografico in dialogo con il paesaggio e con l’amico Pasquale, nome topico, con Zalèk, Basilio e altri, dell’opera letteraria orelliana. Il colloquio attorno al quale si sviluppa il testo coinvolge da subito la geografia rustica di Prato Leventina, tratteggiandone una topografia geografico-architettonica che presto diventa una mappa mentale: case e luoghi sono di fatto il pretesto e l’innesco per il recupero memoriale. Nella prosa si radicalizza infatti il gusto dell’autore – acuito con la vecchiaia, anche in poesia – per l’aneddotica alto-leventinese, che sostituisce l’invenzione romanzesca. In questo modo Orelli racconta, o lascia raccontare, «i morti che erano vivi quando era ragazzo» (p. 12). A tale riguardo si veda, scegliendo tra i molti, un episodio concernente lo zio Andrea, che farà forse pensare alla bella poesia «Kawasaki», inclusa in Spiracoli (Mondadori, 1989):
[...] lo vedo che mi dice di quando aveva la Zehnder: «Andavo con la Zendru giù per il Piottino e boia bestia al casello sotto alle marianne del Dazio non mi passa innanzi uno con una motocicletta tre volte più grossa della mia, un demonio, rosso, e mi fa ciao e via; boia bestia, diciamo, è la maniera? Zoccolone d’uno zoccolone, gli ho gridato, va’ e spiaccicati contro il primo muro che incontri. Ebbene, diciamo, lì dove vicino ai Sassi Grossi c’è il tiro e comincia Giornico cosa vedo? vedo il mio socio che è là pitturato su una casa, gli ho detto anch’io ciao». (pp. 12-13)
Le “storielle” che danno forma al racconto, come le definiscono argutamente i curatori, sono scandite in paragrafi collegati tra loro da addentellati minimi, che fungono da trait d’union tra le varie parti e tratteggiano in filigrana il disegno del pensiero autoriale. Con movenze walseriane, accompagnando il lettore in questa passeggiata, fisica e mentale, Orelli ottiene molto con poco: in sostanza, nella prosa, «è la vita che festeggia sé stessa nel tempo ampio della memoria, dove le esperienze si confondono e i morti e i vivi, i presenti e gli assenti, possono tornare a incontrarsi» (p. 114).
Benché caratterizzati da un minore tasso di novità, altrettanto interessanti sono i racconti che seguono, «Autunno a Rosagarda» e «La morte del gatto», offerti al lettore in una versione ultima, conseguente un paziente lavoro di rilettura e di ampliamento della stesura vulgata. Sul versante tematico le prose non divergono di molto dalla precedente, presentandosi come una serie di divagazioni (o di divertimenti, in senso etimologico) assemblate, come detto, senza un’orchestrazione profonda dell’intreccio, che si riduce all’uccisione del gatto di Basilio nella Morte del gatto ed è ancora più snello in «Autunno a Rosagarda», nel quale sono narrati momenti di quotidianità alpestre. Anche questi racconti, come il precedente, sviluppano dunque un catalogo di episodi e aneddoti, passibile di crescite e arricchimenti continui. Nelle due prose gli incrementi sono perlopiù collocati nelle pause del racconto (in senso narratologico), non alterano cioè la struttura della narrazione. A tale proposito, si veda la breve descrizione della mazza del maiale nella prima pagina di «La morte del gatto», che nel volume del 1960 si leggeva in una lezione più sintetica:
Il maiale l’abbiamo ammazzato lo stesso, si capisce; ma stavolta, così senza neve, la funzione mi è sembrata meno violenta: meno rosso, il sangue sparso. (Un giorno della vita, p. 91)
Il brano è poi sensibilmente ampliato nel processo di revisione e riscrittura del testo, che risulta nella versione edita nel volume Rosagarda:
Il maiale l’abbiamo ammazzato lo stesso, due porci ingrassati come si deve e lustrati sull’alpe dove meno pietosi di sé ti arrivano tra i piedi mentre cogli mirtilli; ma stavolta, senza neve, la funzione è risultata meno impressionante, meno rosso il sangue. Nessuno dimentica quel che è capitato al Mario Battalora di Mascengo, che il maiale l’ha sempre ucciso con un colpo di scure al posto giusto, ma stavolta il colpo è andato storto e il maiale, straziato, gli è scappato e grugnendo spaventosamente si è messo a correre per il paese (p. 69)
Una dinamica analoga coinvolge anche il secondo racconto antologizzato nel libro, per il quale si trovano esempi ad libitum, quasi ad apertura di pagina. Queste interpolazioni, in alcuni casi, recuperano il già edito, mettendo in contatto varie parti dell’opera, come consueto nell’autore. Lo documenta, tra gli altri, un paragrafo di «Primavera a Rosagarda» concernente l’altura boscosa di Bedrina, nel quale l’autore ricorda gli avvisi di tutela del bosco scherzosamente alterati dai visitatori:
[...] Bedrina, un’altura così piacevole e invitante e varia che lo Stato, sempre vigile, dopo aver rapidamente permesso di adagiarvi una squallida polveriera, l’ha promossa a Riserva Protetta con tanto di cartelli appesi agli alberi, ritoccati da villeggianti villanzoni in Serva Protetta e altro. (p. 18)
Il passo riecheggia la poesia «Per Agostino» pubblicata in Sinopie (Mondadori, 1977), nella quale il poeta faceva riferimento a questo luogo (pur senza citarlo esplicitamente), ai cartelli affissi nella boscaglia e alla loro giocosa alterazione. Per individuare la parentela tra i componimenti è sufficiente trascrivere i versi centrali della lirica, vv. 6-8: «Poi guardi allegro dove i nostri passi | dettano, al bosco più noto | e saccheggiato: (RI)SERVA PROTETTA».
A questo esempio si può aggiungere, pescando da una sede ancora più marginale, il curioso paragrafo, sempre in «Primavera a Rosagarda», che riferisce di un incontro avvenuto sul Campolungo con un curioso entomologo:
Sono tornato altre volte a Campolungo. Con mio padre ne ho visto uno un mattino che girava tra i laghetti con l’acchiappafarfalle, un belga venuto apposta per cercare una farfalla unica al mondo, visibile solo per pochi giorni, poche ore al giorno verso la metà di luglio. (p. 11)
Il bizzarro personaggio, facilmente riconoscibile nonostante alcune discrepanze, era il protagonista di uno dei Disegni giovanili pubblicati nel 1948, intitolato «Erpete Zoster»:
Io mi ricordo di un uomo felice. Seppi che si chiamava Erpete Zoster. Venuto dall’America sul Campolungo per acchiappare una farfalla rarissima, anzi unica al mondo. (Piccola, bruna, simile apparentemente a centinaia di farfalle che spesso, sui sentieri di montagna, corriamo il rischio di calpestare coi nostri piedi) (Convegno, p. 120)
Questi percorsi di rielaborazione e di diffusa riflessione sul testo, ben documentati da Rosagarda, testimoniano, oltre alla severa disciplina, lo spirito etico e il rispetto per la letteratura che guidano l’esperienza di Orelli. Dopo aver imbastito un’impalcatura narrativa di base, l’autore continua insomma “a interpolarla con fatti nuovi (come un pollo magro col ripieno)”, per usare una calzante similitudine impiegata dal cugino Giovanni in una lettera a Vittorio Sereni (ed. da. F. Soldini, «Cantonetto» 2018, 2, p. 54). La trafila genetica rapidamente tratteggiata permette inoltre di saggiare l’evoluzione nel tempo del prosatore, il quale segue una traiettoria coerente con gli sviluppi accertati in ambito poetico. Nel volume del 1960, il giovane scrittore ha come modello di riferimento la prosa limpida e lirica della narrativa toscana del tempo: Bilenchi, Cassola e Benedetti sono i nomi a ragione fatti dai curatori (p. 111); nella maturità i racconti si fanno invece più inclusivi, più mobili e vicini al parlato, accogliendo distesamente le possibilità espressive della lingua.
Il punto di arrivo dell’esperienza narrativa di Orelli, tormentata e irrequieta sul versante filologico, è facilmente inquadrabile proprio osservando le soluzioni linguistiche impiegate dall’autore in queste ultime stesure. I racconti di Rosagarda presentano una lingua ricca e stratificata, la quale fa ricorso a un parlato proverbiale, a espressioni idiomatiche che traducono una precisa realtà e un modo di essere attraverso una sorta di “dialettalità interna”, che solo raramente si raggruma in coloriture vernacolari vere e proprie: Orelli, più che il dialetto, che pure è presente in alcuni passi, impiega il dialettalismo, ovvero la costruzione sintattica o morfologica dialettale. Si vedano, come esempio a tale proposito, i frequenti costrutti mimetici: spigolando nel testo si possono citare i sintagmi «non pareva tutto lui» (p. 42) o «muffo di starsene qui» (p. 47); o ancora le interferenze del lessico, nel quale sono generosamente accolti calchi vernacolari: basti il verbo graneggia (p. 22), per ‘nevischiare’, formato sulla forma dialettale granelaa e già presente nell’Anno della Valanga (1965) del cugino Giovanni. Nel complesso, la scrittura di Orelli è agile e originale, ricca di una vitale quotidianità e irrobustita da una rigorosa attenzione stilistica, che può giungere sino alle accensioni verbali caratteristiche del poeta. Un esempio in questo senso si trova nelle ultime righe di «Primavera a Rosagarda», dove si diffonde un gioco di assonanze piuttosto scoperto:
[...] dimenticando che è una vipera e non un colubro d’Esculapio o una lumaca allunghi le dita nel groviglio senza guardare, o guardando da tutt’AlTRA parte dove un’AlTRA vipeRA sta ARrivando, bella, ATRA, la CleopATRA che vuoi fotografare insieme a quell’AlTRA, grigiochiARA, che ARrotolATA come la luganighetTA [...] (p. 49)
Il volumetto di Rosagarda, che prosegue la preziosa iniziativa di promozione e riscoperta dell’Orelli narratore, già avviata da De Marchi e Terzaghi con Pomeriggio bellinzonese (Casagrande, 2017), presenta insomma, attraverso aneddoti e singolari storielle, le vicende di una comunità alpina oggi quasi scomparsa, mai osservata dall’alto o con distacco dall’autore. Le prose valorizzano una memoria di paese, che da un lato assume forme affettuose e familiari, dall’altro riverbera tensioni e sensi universali. Rosagarda rappresenta (per ora) l’estremo di questa ricerca letteraria, condotta per decenni attraverso il lavoro quotidiano, fallibile e perfettibile. E forse proprio in questa onesta operosità va cercata l’origine di una prosa che riesce a un tempo rigorosamente letteraria e autentica, profondamente umana.