Recensione e sette domande a Giuseppe Curonici
Pierre Lepori su Nell'isola distante di Giuseppe Curonici
Con L'interruzione del Parsifal dopo il primo atto Giuseppe Curonici aveva segnato un ingresso sbalorditivo nel mondo letterario italiano: ticinese settantenne, già direttore della Biblioteca Cantonale di Lugano, questo fine intellettuale e critico d'arte aveva atteso fin dopo la pensione per dare alle stampe il frutto letterario di anni di lotta con la pagina scritta. Il romanzo - una intensa, rapsodica, commovente _plongé _nel genio umano, attraverso la bellissima figura di un direttore d'orchestra enfant prodige, scivolato nei meandri della follia - ha da subito convinto critica e pubblico, giungendo in pochi mesi a una seconda edizione e vedendosi attribuire il prestigioso Premio Bagutta 2002 per l'opera prima. Ma Curonici afferma di avere in serbo decine di migliaia di pagine, quindici romanzi da anni scritti in parallelo: sapevamo dunque che molte altre sorprese ancora ci riserva questo "esordiente", erudito e giocoso.
La prima sorpresa - leggendo il secondo libro appena dato alle stampa L'isola distante - è la singolare intensificazione dello stile di Curonici. Frasi brevi, incisive, rotte qua e là da sapienti descrizioni che possono richiamare la pittura metafisica o Hopper, affidate in gran parte alle voci dei personaggi principali, in una sorta di conversation piece dai toni solo apparentemente fatui, molto più spesso sferzanti e amari. Al centro: la storia di un ritratto, un pittore, un committente, quello che può svelare e celare nell'esporsi all'artista. Il racconto è composito, polifonico e si apre a plaghe più direttamente narrative, caratterizzate da un'ironia sferzante, come la magnifica scena della sfilata di moda, organizzata da una sperluccicante e improbabile signora Bathory, che tutto subordina alla bellezza del gesto (ma ormai, a quanto pare, gelatinosa e decaduta). In altri casi sono le riflessioni filosofiche, non prive di mordente, o di impennate surrealiste, a sciogliere la tensione dei continui dialoghi ("Certe grandiose musiche in fondo all'anima echeggiano tristissime e empie nello stesso tempo fanno un effetto esaltante, perché uniscono la vita e la morte. I pittori sopra il vuoto e le tenebre hanno dipinto forme dai colori incantati, con i quali mostrano lo slancio, la forza, l'audacia della vita. Come lampi. Sotto c'è la morte. Nei quadri di Van Gogh il turbine è molto vicino e si percepisce nettamente. Dal profondo sale dentro i cipressi, che si torcono").
Con una varietà compositiva impressionante - che può ricordare certe mise en abyme romanzesche di Kundera - Curonici riesce un romanzo dagli ingranaggi impetuosi, che se talvolta scoraggia il lettore con l'affastellarsi delle sue molte voci, lo conduce infine a una riflessione sull'arte che unisce intensità stilistica e labirintica complessità filosofica: "Tu vorresti un volto isolato come un blocco di basalto. Non avrebbe senso. Il ritratto si fa a tutti o a nessuno. Per vederci chiaro ci vogliono le connessioni totali e complete con tutti gli altri, e questo è il Giudizio Universale. In un certo senso il mio mestiere è impossibile".
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Conoscendo il gran numero di manoscritti che lei elabora e rielabora dagli anni '60 in poi (senza tuttavia pubblicarli), viene la curiosità di sapere se questa intensificazione stilistica corrisponda a un'evoluzione della sua "maniera narrativa", o se è il diverso tema a portare questo secondo libro a una tale raffinatezza (quasi decostruttiva) della narrazione. In che modo ha elaborato questo romanzo, così espressivamente denso, in cui i vari racconti, le varie voci, sembrano precipitarci in un gorgo conturbante?
Nel precedente romanzo, L'interruzione del Parsifal dopo il primo atto, il protagonista era un uomo isolato che lentamente affonda nella sua solitudine. Davanti a lui c'è un discepolo che lo ascolta. Il linguaggio usato era quasi soltanto quello interno a tale colloquio. Nell'isola distante il protagonista è un uomo d'azione immerso nelle vicende politiche e nella vita mondana del nostro tempo. Nell'estate del 1965 ho davvero udito un ex comandante fascista raccontare una barzelletta non da ridere ma da piangere. Guardando com'è costruita la barzelletta triste, si scopre che essa contiene in sintesi la vita di chi l'ha narrata, inserita nel contesto storico, in mezzo a persone differenti, con alcune paurose ombre. Da queste situazioni deriva che gli episodi non sono schierati in successione lineare, ma formano un montaggio a rete. Quasi negli stessi anni ho conosciuto un'importante corrente culturale: la neoavanguardia italiana, il Gruppo 63. Ricordo che Enrico Filippini aveva organizzato in Ticino un incontro con Edoardo Sanguineti. Questo movimento, che mi interessava moltissimo, mi ha stimolato a respingere una volta per tutte la narrazione di solo intrattenimento, la letteratura sentimentale e pressappoco naturalistica, conformista e incosciente. E ho sentito la necessità di svolgere un tipo di racconto curato in modo da avere la massima trasparenza possibile. La massima consapevolezza. A questo scopo ho adottato vari punti di vista differenziati che si controbattono e si controllano l'uno in opposizione all'altro. Le memorie di un assassino pubblico diventato industriale di successo, i quadri dell'artista che si sforza di capirlo perché deve fargli il ritratto, il racconto di un medico militare con una mano sola, il contesto economico rappresentato dal finanziatore ex-cattolico passato al nichilismo.
La "trama" di questo romanzo ruota attorno a un interrogativo meta-narrativo: è possibile fare il ritratto (è il pittore Walter a doverlo fare dell'industriale Alberico) di una persona, con le sue contraddizioni e il suo pirandelliano "teatro di personaggi scatenati". A differenza di Pirandello, che lavorava in una tradizione ancora in parte verista, il suo lavoro letterario mi sembra che cerchi anche a livello stilistico di rendere questa "illusione saltata in aria" della personalità. Possiamo dire che lei cerca neL'isola distante di rendere con lo stile la frammentazione dell'identità e del mondo?
Ho fermissima fiducia nel valore della comunicazione, la quale però non è un dono automatico, ma il prodotto di un lavoro. L'argomento che ho trattato è grave per conto suo, non potevo sottoporre il lettore a troppa fatica caricandolo anche di un linguaggio oscuro e complicato. Ho usato vocaboli comuni e frasi brevi per facilitare il rapporto con il destinatario. Alcuni pezzi sono in linguaggio collettivo impersonale: stile popolare per la storia di padrone e cane, classico per un episodio della mitologia antica, scientifico tascabile per le notizie dell'enciclopedia dei cani. Ho cercato di eliminare il punto di vista del narratore onnisciente che sa tutto persino i pensieri segreti delle persone; riferisco le parole e descrivo i gesti dei personaggi percepiti dall'esterno (che è ciò che succede in realtà quando conosciamo qualcuno) in modo che il lettore possa provvedere di forza propria a capire l'animo di questi esseri. A sua volta lo stile breve ha un effetto di analisi, ossia aiuta a concentrare lo sguardo sui vari argomenti a uno a uno, in modo quanto possibile chiaro e distinto. Non tocca a me dire fino a che punto ci sono riuscito. È il mio programma di lavoro, metà per istinto e metà per riflessione. La frammentazione dell'identità dell'individuo e del mondo, è la situazione in cui si trova gran parte della reltà di tutti i giorni, a vari livelli, anche se non annulla la responsabilità di che cosa uno vuole e fa. Però questo problema appartiene al contenuto delle vicende e dei personaggi, non all'espressione. Detto ciò, l'espressione chiara e analitica aiuta a smontare i pezzi della realtà (decostruzione) per vedere come è fatto il meccanismo d'assieme.
Se il cardine del libro precedente era il sentimento del tempo e una triste malinconia con cui il giovane protagonista osservava il genio ormai decaduto, questo secondo romanzo è dominato da un tono aspro: le voci dei personaggi si intrecciano e raccontano, discettano, analizzano, con una particolare propensione al cinismo (soltanto alcuni personaggi femminili sembrano resistere a una sorta di generale pessimismo). La voce del narratore, come detto, non trova posto in questo affastellarsi di massime e considerazioni disincantate sull'umano potere e su un mondo molto simile all'alveare di Mandeville. C'è nel romanzo un'acre ritratto di una società ormai giunta al massimo grado di cinismo, di qualunquismo. Ma è il pittore, ancora una volta, e proprio alla fine, a prendere il largo e a decidere che il suo ritratto non può che affrontare il caos e la malvagità del suo committente. Ne L'isola distante, alla fine, l'arte si oppone all'orrore. L'arte è dunque per lei il massimo punto di concentrazione etica? E possiamo vedere un parallelo tra la sua lunga attesa prima di pubblicare e il rovello del pittore Walter?
Scopo del lavoro culturale è produrre meditazione e consapevolezza, fornire un chiarimento della coscienza: le scienze, la filosofia, la psicoanalisi, la storia, la meditazione buddista e altre attività. Anche l'arte. Abbiamo qui due questioni distinte e collegate. L'arte è in primo luogo uno dei massimi punti di concentrazione della consapevolezza, della riflessione approfondita. In secondo luogo contiene concentrazione etica, o può contenerla. Uno dei massimi scopi della coscienza consapevole è opporsi all'orrore del mondo. Un altro (forse sinonimo del precedente) è l'amore del prossimo. Per un artista la concentrazione etica è una necessità professionale. Se questa potenzialità non viene attualizzata, immediatamente il lavoro si impoverisce e la qualità comincia a diluirsi. Il rovello del pittore Walter prima di mettersi a dipingere un ritratto è un equivalente dei tanti anni di cui ho avuto bisogno io nel costruire il libro. L' attesa esprime la speranza di potercela fare solo a condizione di raccogliere le forze e lavorare a lungo. Quando dopo anni il lavoro è concluso, allora finalmente si può cominciare a un livello un pochino migliorato. E così di seguito.
La crudeltà umana, il Male, è il grande tema sotterraneo del romanzo, rappresentata in particolare dal mastodontico e tozzo Alberico (non a caso ancora il nome di un personaggio wagneriano), con il suo (quasi vantato) passato terribile di aguzzino. Nonostante l' "appello" finale per l'impegno etico degli artisti, il suo romanzo lascia un profondo disagio per le abiezioni descritte. È una scelta volontaria?
No. La mia scelta volontaria è stata questa: guardarmi attorno e cercare di vederci chiaro. Se poi ciò che si trova risulta pauroso e doloroso, questo non dipende dalla volontà dello sguardo che osserva, ma dalla realtà osservata. Nel 1945 nel bombardamento sui quartieri popolari di Tokyo sono state bruciate vive più di centocinquantamila persone, perché gli Alleati hanno fatto apposta a usare bombe incendiarie su una popolazione che viveva nelle case tradizionali di legno. È una delle tante notizie che si sono cercate di nascondere, ma poi si è saputo lo stesso. Una delle affermazioni più importanti della tradizione biblica e cristiana è la presenza del peccato originale. L'impero del male è la parte di malvagità contenuta nell'interno dell'essere umano. Non gli avversari politici ma noi. Albert Camus dice che la peste non è mai definitivamente abolita. Bisogna conoscerla, fissarla, non averne paura, e allora si può tenerla a bada. Mai abbassare la guardia, mai stancarsi. È un lavoro faticoso e continuo. Per uccidere un uomo bastano pochi istanti, per la risurrezione pare che ci vogliano tre giorni.
Molteplici sono i riferimenti eruditi che costellano la sua narrazione: dall'opera lirica, alle leggende, al mondo scientifico (impressionanti le osservazioni tratte dai manuali cinofili). L'altra grande presenza forte è, ovviamente, la storia dell'arte: da Rembrandt a Bacon, non pochi sono i pittori che incrociamo in Nell'isola distante. C'è una continuità tra il suo lavoro di critico d'arte - già ampiamente riconosciuto - e l'impegno narrativo?
La conoscenza dell'arte è un esercizio a riflettere sul significato delle immagini viste. Un ritratto aiuta gli altri a percepire bene in faccia le persone, e cercare di capirle. Inoltre l'arte figurativa è un allenamento della memoria visiva: se ho imparato a ricordare un volto dipinto, potrò ricordare anche un volto o un gesto dal vero. Per quanto riguarda il modo di scrivere, mi pare che l'esercizio della narrativa mi sia servito almeno un po' a chiarire le frasi negli articoli di critica d'arte.
Al centro di Nell'isola distante, continuamente rievocato come la variazione di un tema musicale (procedimento ormai tipico, si può dire, della prosa di Curonici), v'è "L'apologo di Medoro", storia del cane che, dopo aver tratto in salvo su un isola il proprio padrone, per solo ringraziamento viene da lui mangiato. Quest'apologo, e altri exempla e detti, spesso crudeli, trapuntano sardonicamente tutto il romanzo. Ancora più forte, appare allora la volontà, più che di raccontare una vicenda, di costruire una sorta di romanzo filosofico. In che misura, per lei, è importante la tensione filosofica in ambito narrativo?
Sì. La filosofia procede con la riflessione radicale astratta. L'arte invece adopera immagini fantasiose e se possibile emozionanti. Una narrazione che si accontenta di fotografare fatti è un oggetto incompleto, poco significativo. Soltanto una soap opera. Bisogna pur sforzarsi di capire che senso hanno i fatti, qual è il loro valore. Una filosofia può essere esplicita, o anche soltanto implicita e soggiacente, ma è un'esigenza primaria per ogni essere umano. Emanuele Kant dice che l'esperienza sensibile senza intelletto è cieca, e l'intelletto senza l'esperienza sensibile è vuoto. Ci vogliono tutt'e due. La realtà si manifesta nel pensiero concettuale a base concreta.
La domanda è d'obbligo, viste le sue anticipazioni, che ingolosiscono assai il lettore: quale altro romanzo sta prendendo la via "definitiva" della pubblicazione? Quali altri temi ribollono nel suo calderone creativo e secondo quali priorità vi lavora? Ed infine: quale rapporto intrattiene - dopo quarant'anni di frequentazione intima - con questi due primi romanzi che sono diventati pubblici?
In questi mesi sto rifacendo una storia che ho iniziato a scrivere tra il 1963 e il 65, lasciata interrotta per trentotto anni, e portata a conclusione nel 2003. Forze ignote l'hanno espulsa dal buio e fatta riaffiorare in luce. Mi è imposibile dire perché. La scelta è inconscia. Me la trovo davanti. Indico i soggetti di dieci o dodici libri, tutti da riscrivere parecchie volte ancora.
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Conversazione con replica. Uomo e donna. Teatro. Nel secondo atto si ripetono esattamente le stesse parole del primo atto, ma rovesciando le parti. Ciò che ha detto l'uomo ora lo dice la donna, e viceversa (esiste attualmente in forma di radiodramma, ma dev'essere rifatto).
Racconti.
Altra serie di racconti, più brevi.
Il Buddhismo, elementi per cominciare.
Uno studio semiotico dei sistemi visivi a confronto con i sistemi verbali. Fare l'inventario di tutti i motivi per i quali una casa fotografata o disegnata non ha lo stesso senso di una casa pronunciata a voce.
Esercizi di testi in versi.
Alcuni altri argomenti per i quali sul momento dispongo solo di appunti allo stato greggio.