Recensione
Federica Barboni su Fiumi nefrite vortici di Fabio Pusterla
L’ultimo libro di Fabio Pusterla, Fiumi nefrite vortici (Marcos y Marcos, 2025), segna una tappa importante nella parabola poetica dell’autore; non si tratta, in senso stretto, di una svolta: la raccolta riprende e continua a elaborare temi già cari al poeta, garantendo così al lettore affezionato un senso di familiare continuità con i libri precedenti. Si ha però l’impressione che la scrittura di Pusterla abbia raggiunto un suo apice, anzitutto per quanto riguarda la ricerca della parola precisa, che convoca sulla pagina i fatti più tragici della cronaca degli ultimi anni e assume, in qualche caso, anche una buona dose di sdegno.
Da sempre, in effetti, la poesia di Pusterla ingaggia un particolare corpo a corpo con la storia collettiva, sia geologica e millenaria – la storia che lascia una traccia nella geografia del paesaggio, diventando sedimento e testimonianza – sia recente – in Tremalume (Marcos y Marcos 2022), Requiem per una casa di riposo lombarda rievocava ad esempio i «tragici avvenimenti della primavera 2020» (p. 184) e l’isolamento degli anziani ricoverati durante la pandemia. Tuttavia, adesso lo sguardo del poeta scruta ancor più intensamente il proprio tempo denunciandone le contraddizioni; i testi centrali del libro paiono nascere nel “solco di un’emergenza” che pericolosamente minaccia di riconvocare, nel tempo presente, le atrocità del secolo scorso.
Con questi presupposti, è possibile interpretare il titolo del libro come allusione a una cancrena o infiammazione (la nefrite) che risale il fiume della storia, da un’epoca all’altra, così che il tempo pare riavvolgersi su di sé, in una sorta di effetto di eterno ritorno animato dalla circolarità e dal risucchio del vortice. Lo suggerisce uno dei primi testi, che riprende il titolo del volume, Fiumi, nefrite: «Europa di corsi d’acqua e fiumi macabri / io adesso vedo soltanto una vipera verde / una colonna armata che si avvicina // nefrite nefrite il mio rene è l’Ucraina» (p. 16).
Il ricordo della Seconda guerra mondiale alimenta, come una specie di oscura sorgente, la piaga attuale: i riferimenti al conflitto sono molteplici e si susseguono nelle prime sezioni, spesso filtrati dall’esperienza privata e familiare dell’io. La voce autoriale, appunto alla ricerca di quella parola precisa che almeno da Ungaretti diventa il cruccio del poeta che ingaggia la realtà, assume una concretezza espressiva estrema, restituendo i nomi alla storia e pronunciandola frontalmente: «Chi ha portato alla bambina / questa bella bandierina? […] // […] La bandierina sulla foto è: / probabilmente a fondo rosso, con un cerchiolino bianco // e dentro il cerchio la svastica nera. / […] // La bambina è: mia madre. / L’anno è: 1929» (Vortice, pp. 18-19). Più oltre nel libro, il rimando a una lirica chiave come I fiumi («Questo è il Serchio al quale hanno attinto…», p. 75) dice poi di una più diffusa affinità con l’esperienza ungarettiana: il «fiume» convocato nel titolo assumerebbe allora, a livello simbolico, anche il valore di una figura-garante dell’identità dell’io, una ipostasi delle sue radici culturali.
L’uso della rima è fitto in tutto il volume e, come accade in Vortice, si piega talvolta alla mimesi della filastrocca e del linguaggio infantile; l’effetto, tuttavia, è tutt’altro che rasserenante o positivo, e anzi fa stridere il “falsetto” della forma con la gravità del messaggio sin dall’apertura della seconda sezione, A che punto è la notte: «Molto male poco bene / torna il tempo delle iene. // Molto bene poco male / viene impazza il fortunale» (p. 29) – con riferimento piuttosto esplicito, dunque, alla “bufera” di ieri, che riprende a minacciare il presente. Al ritmo musicale delle filastrocche dei bimbi (più volte compare, a mo’ di intarsio, la ripetizione inquietante «non andare nel bosco nero / non andare nel bosco scuro», p. 19) fanno da controcanto riflessioni, moniti e domande rivolti in prima persona al lettore da un soggetto che coraggiosamente si posiziona nei confronti del proprio tempo e della propria storia, civile, sociale e politica, riflettendo sui nonsensi di quest’ultima. Accade in una lirica che tocca il punto più profondo della parabola tracciata dal libro, Addio a un’associazione letteraria, non a caso collocata in chiusura di Piccola sinfonia del fango (è dunque il vero cuore, per organizzazione interna, della raccolta); il soggetto scrive «da una cantina della storia, / un vecchio bunker trasformato in bilocale», p. 81 – viene subito in mente il blaue Bunker di Concessione all’inverno, così che il testo può anche funzionare da summa di un percorso iniziato nel 1985 – domandandosi se «la dignità del silenzio» sia «preferibile» ai «quotidiani massacri» (p. 81), e tira le somme delle stragi recenti, “fa i conti” con le «cifre in costante crescita», «30.000: Gaza. 40.000 (almeno): soldati russi in Ucraina. / (Quanti, quanti ucraini?) Nonsisaquantimila: in fondo al mare / o nei lager di Libia» (p. 83).
La parola poetica risponde insomma all’urgenza di denunciare l’«irragionevole dolore» (p. 83) dei conflitti e condannare le Cronache ingloriose del nostro tempo, come la tragica morte del bracciante indiano Satnam Singh, «l’amputato», «l’abbandonato» di un’Italia «“…fondata sul lavoro / nero, sull’ingiustizia e sul caporalato”» (p. 78).
L’indignazione che fa da fil rouge a questi testi è come controbilanciata dalla tenerezza che ispirano le figure dei nipoti e che anche in questa raccolta come in Cenere, o terra (il libro del 2018 si chiudeva con una poesia per Lucio, primogenito di un’altra protagonista delle liriche di Pusterla, Nina) irrompono sulla scena colorandola di un senso di positività e speranza, magari anche di un «principio di rivolta gioiosa», come si legge nel testo conclusivo di Viandanti, sentinelle, comete. Ancora, Pusterla non rinuncia all’ironia, tagliente nei testi dedicati alla guerra e nonostante ciò motivo di sincero sorriso in Schizzo metropolitano, in cui condivide un aneddoto della sua esperienza di docente universitario: «[…] E la ragazza, poco prima, / incerta sulla data in cui era finita la guerra, / con l’aria di chi pensa che non sarà poi / una cosa tanto importante, che domanda stronza mi fai, / per un esame di lettere sul Neorealismo italiano. / Il ’43, il ’45, cosa cambia? Cosa vuoi? // Così camminavo intristito e forse non avrei visto nemmeno / i tre gamaldi che sfrecciavano in bici di dodici, tredici anni / se uno di loro non mi avesse gridato, passando: “Ti consiglio / di tingere i capelli!” […]» (p. 54).
Nel vero finale del libro, il lucido disincanto con cui il soggetto guarda al mondo lascia spazio a un approccio che «batte piste almeno in parte inconsce» (p. 138): Ultimo fiume, riallacciandosi al primo elemento del trittico che dà titolo alla raccolta, si svolge sulla falsariga di una fantasia di regressione o sprofondamento nella natura in sé, dopo il vagabondaggio nelle Terre alte «senza traccia // apparente d’umano» della penultima sezione (p. 104). Attraversato «l’ultimo fiume alle spalle già invisibile» (p. 113), è forse finalmente possibile mutare forma e diventare «rabdomanti di un vecchio sogno già scaduto», che camminano «a passi lenti, un’altra età sulle spalle / nel disastro e nella speranza» (p. 117). Emerge, nella suite, un certo stupore nell’osservare il mondo che si rivela così com’è: la prospettiva pare in bilico tra il raggiungimento di un rapporto di armonia con l’elemento naturale («Si cammina verso quel bianco di neve o dolomia. // Basta poco, anche solo un miraggio, per riaccendere / quel che credevi ormai per sempre perso», p. 118) e l’impossibilità di scardinarne il mistero («[…] Dal terriccio / sbucano il teschio di un cane e due corna / forse di capra. Cosa diventeranno questi resti? / Lentissimi, mondi sprofondano quaggiù», p. 116).
Alla concretezza della realtà attuale, pronunciata con precisione, subentra ora un paesaggio popolato di «vite minime caparbie» (p. 125) liberate dal limite del nome, del tempo e dello spazio: come a dire che una volta che la parola ha adempiuto la responsabilità, anche etica, di indagare razionalmente l’orizzonte vicino, può tornare a “fingersi”, leopardianamente, l’orizzonte più vago e indeterminato. Pusterla sceglie quello del mare, sul cui profilo congeda il lettore: «Il mare adesso, un braccio / di mare imprevisto di fronte. / […] / Ecco quello che resta / ancora da traversare // il mare senza tempo, / né immagini o parole / il mare con il vento / il mare con il sole» (p. 129).