Recensione

Laura Piccina su «Negli anni» di Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, autore e critico letterario cresciuto tra il Ticino e la Sicilia, già responsabile delle pagine culturali del «Corriere della sera», pubblica con Manni la raccolta Negli anni: quasi una quarantina di poesie in parte edite tra gli anni Novanta e il 2024, spesso solo su rivista. I testi di Negli anni sono organizzati in otto sezioni (Minuti contati I, Minuti contati II, Mirtilli contati, Prima e dopo l’insonnia, Il domani della vita, Un limonium, Al di qua del confine e Come va?) e affiancati da sedici disegni dell’artista Tullio Pericoli (1936). Il volume costituisce la ricapitolazione di un’esperienza letteraria lunga più di trent’anni, in continuità (come è evidente anche dal titolo) con i versi del libro d’esordio, Minuti contati (Scheiwiller, 1990).
I legami familiari fanno da cardine a tutta la raccolta, che comincia con dei quadri lirici sulla paternità. Dei figli Simone, Luca e Maria si percepiscono i giochi, il calore delle mani, gli accenti della voce. Di Stefano riproduce con accuratezza le parole dei piccoli, il lallare, il canzonare, dando vita a un pastiche che è espressione originaria. L’autore (che ha un passato da medievista) sembra creare una personale versione di quell’idioma considerato il più puro da Dante: il volgare che il bambino prende dalla balia insieme al latte. Tale lingua, nonostante talvolta ammicchi agli adulti e celi riferimenti letterari (si sente Palazzeschi in formulazioni come «Conosci tolòlo / pontòla conosci / cunilio filino / non conosci bevilacqua»), pare priva di sovrastrutture e contribuisce dunque a un cambiamento di tono e prospettiva: la morte, così presente in Negli anni, diventa alla portata anche dei bambini («Papà, andiamo via. Non mi piace camminare sui morti»).
Il gioioso vitalismo dell’infanzia, che si rispecchia nelle poesie dedicate alla bellezza femminile e alle trasferte romane, fa da contrappunto all’oscurità del trapasso. I fantasmi abitano i versi di Di Stefano, dalla seconda sezione della raccolta in cui prende la parola il fratello Alberto, scomparso nel 1987, fino alla conclusione con un poemetto dedicato agli ultimi giorni della madre (unico elemento in prosa di Negli anni, insieme ai frammenti composti durante il Coronavirus). I morti, per Di Stefano, non si piangono ma si invocano, si vivono e si aspettano (e infatti «piangere i morti / son lacrime perse», come recita il proverbio popolare che chiude Al di qua del confine, riprodotto pure in apertura del libro).
Anche quando il tema della morte non viene affrontato direttamente, la poesia di Di Stefano abita lo spazio tra gesto e suono, veglia e sonno. Le parole si congedano con grazia, «fioriscono in autunno / come il gelsomino azzurro» e tramontano alla fioca luce dell’inverno. In questa atmosfera liminale, lungo tutta la raccolta, spira un vento primordiale, un ànemos che dà forma alle cose e le abbandona: «Se ti soffio le labbra e il soffio / discioglie il pianto lasciando solo / un battere di ciglia ma la pupilla / ansiosa osserva l’arietta / che lieve sfiora la lingua risuona / nel palato ne esce / come vento di tramontana».
Così fa il tempo di Negli anni, il tempo che heideggerianamente attraversa i personaggi, li conduce al compimento del loro esserci nel mondo e poi li svuota, lasciandone però una traccia che non si esaurisce. Se in Minuti contati si percepiva l’urgenza del catturare ogni istante, in Negli anni Di Stefano sembra avere il desiderio di creare una lunga eternità, di abitare una dimensione arcaica dove l’origine corrisponde all’inizio e il tempo è fermo (così l’aforisma di Goethe in esergo alla raccolta: «Fai che l’inizio e la fine / si uniscano in un solo punto»). E tuttavia, anche se gli anni si dilatano nel dialogo tra passato e presente, tra vivi e morti, l’orologio non smette di girare.
A fronte di questo tempo che smangia e corrode, Di Stefano sembra trovare consolazione nella vita semplice e piccola (del resto, fu Orelli a firmare la prefazione a Minuti contati), nei rapporti umani, nella poesia come dialogo con l’altro. Di fatto, Di Stefano produce una lirica relazionale dove gli incontri, i colloqui, le apparizioni e i “ritorni” del passato sono elementi portanti: i testi sembrano acquistare senso solo in un sistema di rapporti (che si riflette in parte anche nella produzione narrativa dell’autore, per esempio nei romanzi Baci da non ripetere e Noi). Anche nella morte, Di Stefano intreccia un colloquio vivo e ininterrotto con i suoi personaggi, con la tradizione letteraria e con il lettore, che non può fare a meno di empatizzare e sentirsi accolto nella casa del poeta. I disegni, eseguiti da Tullio Pericoli con tratto chiaro e fragile ma rigoroso, non fanno che rafforzare questa dimensione relazionale con simmetrie, volti di profilo, sagome una di fronte all’altra: attraverso l’arte, Di Stefano e Pericoli prendono per mano chi legge, lo conducono senza esitazione attraverso il labirinto degli Anni svelandogli il rapporto misterioso del poeta con il mondo visibile e invisibile.

Se ti prendo per la mano e ne sfioro
I solchi i piccoli buchi
In fila ne pizzico il dorso
Ne mordicchio la polpa il saliscendi
Lungo le dita lungo
La vita che si perde nei polsi.

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