Recensione

Valeria Versari su Ingombranti di Giorgio Genetelli

Ci sono libri che conquistano dalla prima pagina, altri che richiedono più tempo per entrare in sintonia. Ingombranti, l’ultima raccolta dello scrittore e giornalista Giorgio Genetelli (temposospeso, 2025), appartiene a questa seconda categoria: non perché sia ostile o poco appassionante, ma perché richiede una lettura attenta, disposta a lasciarsi sorprendere. Proprio per il suo «sguardo sorprendentemente fresco sulla periferia e altri luoghi laterali e marginali», la Giuria del Premio Piero Chiara 2025 le ha conferito una menzione speciale. Ingombranti è una raccolta frammentaria, fatta di testi eterogenei per tono, stile e ambientazione, che spaziano dalla Samaria al Ticino. Alcuni sono punteggiati di dialetto, che però non esclude grazie alle note. Se all’inizio può esserci un momento di assestamento per chi viene “da fuori”, è perché il libro resta fedele alla sua voce, senza semplificarla. Ma proprio per questo, alla lunga, conquista.

Il volume si presenta come una raccolta di «pezzi di scarto» (così recita la sovraccoperta). Se è vero che i racconti appaiono frammentari a primo impatto, diventa poi evidente che ognuno ha il suo tono, e soprattutto il suo posto all’interno della raccolta. Non c’è la struttura classica del racconto, ma ci si muove piuttosto dentro a una forma ibrida, che somiglia talvolta a un diario, un monologo, una confidenza fatta a un amico, un racconto orale o una profezia. Le voci alternano stili e registri ma restano coerenti. Alcuni testi sono quasi dei bozzetti; altri, più narrativi, sviluppano microstorie dense, spesso senza scioglimento o morale esplicita. Ogni pagina sembra rispondere a un’urgenza diversa, che trova una sua forma e misura.

Leggendo si ha la sensazione di mettere insieme una costellazione. All’inizio i testi sembrano episodi isolati, senza legami evidenti, ma col tempo cominiciano a tracciarsi linee invisibili tra una pagina e l’altra: i racconti presentano frammenti di vita, soggetti e luoghi diversi, ma ricorrono ambienti, voci, personaggi, riferimenti biblici, culturali e letterari, che progressivamente creano un senso di familarità. La raccolta si apre e si chiude con due momenti che dialogano con l'immaginario cristiano: il primo racconto, Nascerò tra qualche giorno, dà voce a un nascituro che ha un padre adottivo che lavora in Samaria, e che è destinato a nascere maschio – «perché se nascesse femmina nessuno lo ascolterebbe, per adesso» – e a essere il primo bambino nato dall’«inseminazione artificiale». Nel penultimo racconto invece, Tre giovani uomini, due condannati a morte, Tito e Dimaco – due ladroni – sono accompagnati da un uomo che dice di essere stato abbandonato dai suoi amici e che la sua morte sarà celebrata, e che rimpiange di doversi separare dall’amore di Maddalena. Sono allusioni che non chiedono di essere decifrate, ma che offrono un contesto più ampio in cui leggere anche le storie più quotidiane.

E infatti, se questi racconti “ingombranti” non parlano di eroi nel senso tradizionale, lo fanno in una forma alternativa. Nessuno salva il mondo, ma qualcuno — come il maestro Passeri in In quel paese disperso — cerca almeno di lasciarlo un po’ meglio di come l’ha trovato, a partire dai banchi di scuola. Oppure come Anna, protagonista del racconto Anna si alza alle sei e quaranta, che ogni giorno si prende cura dell’anziana signora Marlene con la fragile speranza che qualcosa, un giorno, possa cambiare. È una forma di eroismo silenzioso, privo di pathos, che si misura non nei grandi gesti ma nella continuità ostinata dei piccoli.

In sottofondo prende forma anche una riflessione sulla moralità, e su come questa si riveli spesso ambigua. Questo vento, uno dei racconti più ostici – ispirato a La Strada di Cormac McCarthy – mostra un padre e un figlio in fuga in un mondo in rovina. Quando il padre uccide un uomo per proteggere il figlio, non c’è spazio per giudizi netti. È il mondo stesso a non offrire appigli, e in quella grigia incertezza ogni gesto sembra giustificato — o almeno inevitabile. Ma il dubbio resta, e si rimane in sospeso fino alla fine.

Nonostante le diverse tematiche, per niente facili, uno degli aspetti più piacevoli del libro è proprio la sua leggerezza nell’affrontarle. Non quella superficiale, ma quella che nasce dalla familiarità con il dolore e dalla capacità di stemperarlo con l’autoironia. I personaggi che affollano queste pagine, vivi o morti, giovani o anziani, portano con sé esperienze dure, a volte tragiche – morti improvvise, malattie, una precarietà che può condurre alla delinquenza, la solitudine della vecchiaia – ma non c’è mai autocommiserazione, né indulgenza. Genetelli scrive con rispetto, senza mai relegare i suoi personaggi al ruolo di “poveretti. Il risultato è un ritratto sfaccettato di un’umanità periferica, eppure universale.

Chiude il libro una frase che resta: «Forse abbandonare questo corpo che cade a pezzi significa non essere più da nessuna parte. O forse resterò solo con la capacità di pensare, senza arti, senza organi, senza capelli, senza voce. Una goccia di splendore nel vomito del mondo». Un’immagine forte, ma che condensa bene il cuore di Ingombranti: l’idea che, nonostante il disordine, qualcosa di irriducibile rimane. Una scintilla, anche nella rovina.

Ingombranti è un libro che invita a tornare indietro, a rileggere, a ricollegare. Perché ogni racconto – anche il più breve – sembra avere un’eco, un prolungamento altrove. E perché in fondo, come accade con certe persone, a volte si capisce davvero qualcosa solo quando ci si è già salutati.

Scoprire di più su Ingombranti