Recensione
Ariele Morinini su Ricordi di suoni e di luci di Renato Martinoni
Nel romanzo biografico Ricordi di suoni e di luci, selezionato nella dozzina del Premio Strega 2025, Renato Martinoni sveste i panni del filologo e racconta liberamente alcuni anni della vita di Dino Campana, secondo una modalità narrativa già sperimentata con la biografia del pittore Antonio Ligabue (La campana di Marbach, Guanda, 2020). Entrambi, nella loro vita errabonda e disperata, vissuta nel segno del genio e della malattia psichica, del successo e dell’emarginazione, sono transitati dalla Svizzera ed entrambi sono stati frequentati in ambito accademico da Martinoni: le ricerche sul secondo confluiscono nel saggio Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919) (Marsilio, 2019); per quanto concerne il primo, sua è la fortunata edizione Canti Orfici e altre poesie (Einaudi, 2003), cui segue la raccolta di articoli Orfeo barbaro (Marsilio, 2017). Lo studioso offre così il materiale al romanziere, che interviene con la fantasia su un solido fondamento documentario. Ne risulta una formula ibrida che concede a Martinoni la possibilità di colmare inevitabili lacune biografiche, di entrare nella psicologia del soggetto e di dargli nuova vita: insomma, di andare oltre ai limiti del biografo stricto sensu. E questo è forse l’unico modo per sanare una biografia, quella di Campana, che è da sempre mescolata all’aneddotica, alla caricatura, all’eroismo maudit, allo stereotipo del naïf montanaro. La vita del poeta, burrascosa e travagliata, ha infatti acceso la curiosità di molti nel corso dei decenni: a partire dallo psichiatra Carlo Pariani, il quale pubblica nel 1938 la Vita non romanzata di Dino Campana, un resoconto dei colloqui intrattenuti con il poeta nel manicomio di Castel Pulci; a Sebastiano Vassalli, che nel 1984, quasi rispondendo al titolo di Pariani, dà alle stampe La notte della cometa, in cui convivono il fittizio e il fattuale; fino alla biografia di Gianni Turchetta, edita prima nel 1985 con il titolo Dino Campana, biografia di un poeta, poi in una nuova versione Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta (2020).
Varie sono state le letture della follia di Campana: qualcuno ha riconosciuto in lui una vittima della madre, della famiglia, del suo paese tutto; qualcuno ha sostenuto che fosse affetto da sifilide; qualcuno ha individuato nel trauma di un’intera generazione, sbalzata dalla Belle époque alla Grande guerra, l’origine della sua malattia. Il mistero della sua follia è destinato a rimanere tale, tuttavia Martinoni, confortato dal suo metodo di indagine-narrazione, avanza una tesi più romantica: a suo parere, la malattia psichica di Campana si intensifica nell’ossessivo inseguimento della Chimera, ovvero della poesia, che si sottrae sistematicamente al poeta (p. 142, «Noi invece pensiamo, e siamo certi che qualche lettrice o lettore, fra quelle e quelli che ci hanno accompagnati fin qui, la vedano come noi, che il vero motivo sta nel dubbio, prima, nel timore, quindi nel terrore, infine nella consapevolezza di avere perduto per sempre l’unico vero amore della sua vita: la poesia»). Questa ipotesi giustifica la scelta, forse inaspettata, di raccontare la vita di Campana da dopo la pubblicazione dei Canti orfici: le prime pagine risalgono infatti all’inizio del 1915. Vengono così taciuti, o al più recuperati come ricordo nel corso della storia, alcuni episodi memorabili della sua vicenda: le misteriose avventure in Argentina, dove si dice che il poeta fu pianista nei bordelli, pompiere, peón de vía, e altro ancora; o lo smarrimento, per mano di Papini e Soffici, del manoscritto Il più lungo giorno, nucleo originario dei Canti orfici, recuperato nelle pieghe della memoria da Campana e stampato poi da Bruno Ravagli a Marradi nel luglio del 1914, di cui si riferisce sinteticamente nel romanzo (pp. 70-71).
A fronte del disordine mentale del protagonista, il romanzo è ordinato attorno a una rigida struttura, suddivisa in quattro sezioni internamente ripartite in sei capitoletti ciascuna. Sull’impronta della fée verte, l’assenzio cui è votato Campana durante il suo soggiorno in Svizzera, le quattro partizioni sono intitolate Fata verde (l’assenzio), Fata bianca (l’amore, in particolare per Samia-Sibilla Aleramo), Fata rossa (la guerra), Fata nera (la morte). A loro volta, i capitoletti hanno tutti un’intestazione toponimica, a testimonianza del vagabondare del poeta, e in ognuno si ripete un incipit analogo, che dà la misura pagina dopo pagina del progressivo deteriorarsi della percezione del protagonista:
«Torino, dice il poeta, è odiosa e brutale» (p. 11, miei i corsivi)
«Palazzuolo di Romagna, mugugna il vagabondo, è un covo di nobili e monsignori» (p. 49)
«Rubiana, farfuglia lo strambo, è fredda e mortale» (p. 91)
«San Salvi, balbetta il matto con un filo di voce, è l’anticamera dell’inferno» (p. 125)
Come suggerisce tale progressione, Ricordo di suoni e di luci racconta di incontri e relazioni, in particolare del suo tribolato rapporto con le donne (Grisélidis, Artemisia, Olimpia, Anika, Samia, Amelia, la madre Nelly), ma soprattutto riferisce delle riflessioni e delle emozioni di Campana. È, come legge il sottotitolo, la storia di un poeta e della sua follia. In trasparenza alle vicende private si delineano poi gli eventi storici del tempo: la Grande guerra (p. 111, «È la guerra a distruggere i cuori degli uomini, le loro speranze, le loro illusioni. La loro vita»), che sconquassa l’Europa e che travolge una generazione; e, più in piccolo, la storia dell’emigrazione e degli emigrati, dei quali fa parte anche il protagonista (p. 38, «Ai tavoli delle mescite sostano esausti gli emigranti: italiani, tedeschi, francesi, polacchi. Tutti diversi, tutti uguali. Sono sporchi di calce, di cemento e di sudore. Non hanno fretta di tornare nei loro stanzoni, a dormire in quattro per letto, dopo che nei cantieri è suonata la sirena. Hanno voglia di respirare»).
Sul versante stilistico, l’autore, che ha letto pazientemente e ha introiettato la poesia di Campana, tenta in modo rispettoso e delicato di imitarne i tratti più vistosi: riconducibili a questa mimesi sono ad esempio le frequenti iterazioni, strutturali e non (passim, «c’è il mio sangue e il mio sperma»; p. 155, «“Vuoi un libro?” “Sto bene così”. “Un giornale?” “Sto bene così”. “Una cravatta per i giorni di festa?” “Sto bene così”. “Qualche pasticca alla liquirizia?” “Sto bene così” “Tre o quattro toscani da fumare in santa pace, mentre scendi verso il cancello?” “Sto bene così” […]»); o ancora la forza lirica di alcuni passaggi, che ammiccano all’intensità di Campana (p. 75, «Si ferma incantato dalle nubi. “Sono le anime del vento”, dice mentre le osserva da una rupe»; p. 149, «Comporre versi è come sbriciolare grumi di terra. Con le dita, quando si è tranquilli e sereni. Con le scarpe ferrate, quando la rabbia ti prende, e la terra è dura e ti viene voglia di calpestarla»). A questo, si somma e si confonde la citazione di versi del poeta, che in alcuni casi vanno a costituire le parole pensate o pronunciate dal protagonista: si veda ad esempio «“Tremulo scendi, bacio, e ridi”» (p. 24, da Io povero troviero di Parigi), «“Non c’è grazia che vinca quella di aprile”» (p. 24, da Firenze), «“Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo?”» (p. 32, da Arabesco - Olimpia) o ancora, fuori dal discorso diretto, «Sogna, quando sogna, un cielo, dice lui, non deturpato dall’ombra di nessun dio» (p. 42, da La notte). In alternativa, ai suoi versi si sostituiscono quelli degli autori prediletti, ripetuti come un adagio: «A volte sussurra all’orecchio cose strane, come questa: “Gli inventori del nuovo hanno sempre abitato lontano dal mercato e dalla fama”» (p. 25, da Nietzsche); «Ripete volentieri: “La misère et le mauvais œil m’ont fait une âme de vieux prisonnier”» (p. 44, da Verlaine). Questo non significa tuttavia che il romanzo è condotto con toni libreschi o letterari, basti a dimostrarlo il controcanto di un repertorio paremiologico popolare, culturalmente caro al «poeta montanaro»: si leggano, ad esempio, «E qui occorre dire qualcosa sullo strambo che, ognuno lo avrà capito, non è proprio farina da farci le ostie» (p. 41), «chi si pasce di vento crepa di fame» (p. 65) «parole di sera, il vento se le mena» (p. 94).
Il romanzo Ricordi di suoni e di luci si presenta come una sfida all’aporia, all’impossibilità di stabilire una verità univoca e certa, perseguita con l’invenzione, con il tentativo dichiarato di ricostruire anche gli aspetti più incerti dell’esistenza di Campana (p. 128, «Infine lo hanno posto in isolamento e nessuno sa bene, meno che meno chi narra questa storia, se non che voglia inventarla, a quali altri trattamenti sia stato ancora sottoposto»). Nell’opera lo scarto dalla realtà documentaria è reso manifesto, ad esempio, modificando i nomi dei personaggi: lo stesso Dino Campana è citato esplicitamente solo nell’ultima pagina del romanzo, prima solo con il suo soprannome francese Cloche e per i nomignoli spregiativi, «lo spostato», «lo strambo», «l’urlator di giornali» (così Ardengo Soffici), «il poeta pazzo», «l’uomo del bosco», «l’Hölderlin d’Italia», «l’ultimo bohémien d’Italia». Allo stesso modo, nel romanzo la madre Fanny diventa Nelly, l’amatissima Sibilla Aleramo diventa Samia, lo psichiatra Pariani che ebbe in cura il poeta è Mariani.
L’autore definisce il libro un «romanzo d’antan» (p. 109), forse proprio perché recupera una modalità narrativa che, con l’avvento dell’accademismo scientifico, è stata di più in più marginalizzata. Una modalità che supera la distinzione manzoniana fra realtà e finzione, tra fittizio e fattuale, e tenta così di raggiungere un risultato, complementare alle indagini del saggista, con un metodo e un linguaggio alternativi: una tesi che, sebbene indimostrabile, ha una sua credibilità storica e psicologica. Quello di Martinoni, oltre che esercizio narrativo, è dunque il tentativo di chi ha lungamente frequentato il poeta, lo ha studiato in profondità e ha capito qualcosa di indimostrabile attraverso gli strumenti canonici, di dare spiegazione dei tratti più profondi della umanità e della psicologia di uno dei maggiori poeti italiani del Novecento.