Recensione
Sara Lonati su «Il mondo salvato dalle piante» di Alberto Nessi
Come le intelligenze vegetali dialogano tra loro attraverso le radici nella terra, così pure fanno le opere di Alberto Nessi. L’ultima, Il mondo salvato dalle piante (Interlinea, 2024) è ospitata coerentemente nella collana poetica «Lyra», sempre più all’insegna del mondo naturale. La raccolta, articolata in sette sezioni (Minimalia, La discrezione delle piante, Comparse, Nell’occhio della lucertola, Storie di valle, Sonetti, Autobiografia: frammenti), riprende il discorso di una via di salvezza arborea aperto nell’epifania de La seconda bellezza, poesia eponima della silloge del 2022:
Il sole se n’era andato dalle montagne
e d’improvviso tutto mi parve vano
dietro di me tutti gli amici perduti
che sedevano ai tavolini nelle piazze
o in campagna a spingere la bicicletta
a lottare coi sogni, involti in ombre
nel cuore dei nocciòli, tutti scomparsi
come se fossi io il solo salvato.
Scomparse anche le donne amate nelle erbe
alte delle prode o nel sottoscala
quando la vita esplodeva: e d’un tratto
tutto rutilò in una seconda bellezza (p. 106)
Il titolo-manifesto del 2024 richiama all’impegno. Nel 1968 con Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, Elsa Morante vedeva lo slancio salvifico nell’adolescenza, fulcro della sua riflessione letteraria; decenni dopo, Alberto Nessi porta la luce del futuro, in modo ancora più disarmante, laddove ogni forma di essere vivente ha potuto essere concepita sin dai primordi. Nella chimica elementare e prodigiosa della fotosintesi clorofilliana, nell’origine dell’ossigeno, stanno la genesi e la salvezza stessa del pianeta Terra.
Il fotografo amico di lunga data e traduttore iconografico di altre avventure editoriali nessiane, Giovanni Luisoni, si allinea con il messaggio-manifesto. La sua immagine in bianco e nero presentata in copertina trasmette la stessa portentosa semplicità nell’albero con le sue infiorescenze, in limine di un bosco svettante verso il cielo, tra luce e ombra nell’erba.
Steso in quella gramigna è il poeta nell’haiku d’apertura, espressione di tutta la forza sensoriale dell’utopia della naturalezza nel mondo urbanizzato di oggi. Il poeta che non scrive con un filo d’erba, per citare un’altra raccolta del 2020, è armoniosamente immerso nella comune erbaccia, in un momento di connessione intima di tutto il corpo con la terra.
Sin dall’inizio, il lettore è tuffato in un bagno di natura, per dirla modernamente alla giapponese in uno «shinrin-yoku», pratica terapeutica in espansione negli ultimi frenetici decenni, perfettamente in linea con la succinta forma poetica nipponica scelta da Nessi per la prima sezione Minimalia.
Sembrano giapponesi
questi rami fioriti che escono
da un vaso quadrato
invece è il nostro viburno
le sue labbra rosa (p. 16)
Come si legge in questo haiku, non si viaggia lontano: Nessi è il druido che sta nella casa permeata dal verde, nel suo giardino e nei boschi domestici per l’ancestrale «silvoterapia» e per comporre i suoi brevi versi di cose minime, di gesti semplici, eppure potentissimi, di relazione pura con altri esseri viventi secolari, in grado di farci respirare, di influire beneficamente sul nostro sistema nervoso, favorendo la produzione degli ormoni della felicità.
Ad introdurre l’erbario nessiano, c’è appunto la citazione di Dostoevskij. Nella sua semplicità spiazzante, l’idiota Myskin è incapace di spiegarsi «come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» (p. 5). Nessi, come esplicita nel componimento La bellezza di Dora, va oltre il personaggio dostoevskiano e alla scientificamente veritiera constatazione:
La bellezza delle piante
salverà il mondo, mi è venuto da pensare
– un po’ come il principe Myskin –
stanotte nel dormiveglia
mentre mi venivano incontro
visi deformi corpi obesi
anime contorte lamiere.
La bellezza delle parole
che non vogliono uscire dalla tana
perché hanno paura
che qualcuno le rubi,
la bellezza di Dora
che sorride nel sole. (p. 35)
Nei suoi haiku nostrani talvolta straborda metricamente e l’immersione che attiva processi osmotici è «un diventare altro»:
Se guardi a lungo il carpino diventi lui
se lui ti guarda a lungo diventa te
se guardi a lungo il nibbio ti metti a volare
sopra gli umani (p. 10)
Nell’osservazione minuziosa del dettaglio, la natura si umanizza e l’uomo ridiventa elemento naturale. Nella Poesia in forma di foglie (pp. 55-60), anche la metrica è sottoposta a processi metamorfici, visualizzando stricto sensu quest’erbario di parole-foglie tondeggianti e cuoriformi, omaggio alle sigaraie di Terra Matta.
Bugole, celidonie, clematidi, convolvoli, verbaschi sono arieggiati sulla pagina, ognuno con il proprio nome come in un erbario cantato che non dà nulla per scontato e trasmette conoscenza. L’esigenza di dare «un nome alle cose» tipica anche Del camminare in pianura di Gustave Roud non è scientifica, bensì una lotta per aggrapparsi al reale naturale da cui proveniamo, generando una poesia semplicemente preziosa, carica di emozione di qualcosa in via d’estinzione cui si tenta ancora di abbarbicarsi. Riecheggia pure l’explicit della prosa di un altro camminatore-osservatore molto fotografico come Gianni Celati: «chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo» (Verso la foce). Nessuna fuga edenica, ma strenuo impegno nella parola e nel reale:
Sconfiggo
la bestemmia con
la poesia (p. 16)
Non è un’utopistica battaglia donchisciottesca: nell’occhio della lucertola, poesia eponima della quarta sezione interamente inedita, «si capovolge il mondo» (p. 106). Occorre quindi osservare i dettagli della natura e il saggio Nessi, dialogando con il suo daimon messaggero di salvezza «possibile / ma solo con la poesia» (p. 105), è portatore di speranza: «la fioritura è lenta / ci vuole un po’ di pazienza» (p. 105). La natura mostra la via nella poetica nessiana, rimandando al poeta botanico Camillo Sbarbaro e ai suoi amati licheni «che crescono sui tronchi, sui cadaveri» (p. 110), sconfiggendo anche la morte.
Prima di congedarsi con un’autobiografia in frammenti (pp. 135-146), ancora aperta a nuovi incontri con umili viandanti, a nuove comparse immediatamente fraterne, all’immedesimazione praticata con l’Ars poetica (altra metapoesia della raccolta a p. 92), l’autore si cimenta in una serie di sonetti, anch’essi inediti. Dalle sperimentazioni metriche giapponesi di Minimalia alla grande tradizione italiana della penultima sezione, attraverso le piante e la poesia che ovunque si rigenerano, un altro mondo è davvero possibile (p. 133):
Questa sera gli uccelli fra gli alberi
dicono sì, un altro mondo è possibile
dove la barca va senza paura
e l’onda non si trasforma in bufera.Dicono sì, un altro mondo è possibile
dove regina sarà la mitezza
più nessuno si butterà dal ponte
quando fiorisce la luzula bianca.Dove la barca va senza paura
e ciò che ti dirò sarà la foglia
che porta inciso il verde dell’infanzia.E l’onda non si trasforma in bufera
tutti saranno salvi e i senza nome
avranno il nome degli alberi in fiore. (p. 133)
In natura come in poesia, tutti hanno diritto a un nome, salvifico dacché averne uno attesta il reale e la terra di nessuno è in fondo non altro che la terra della reseda, erbaccia comune, sfottente delle bandiere e di altre umane sovrastrutture.
Un grazie sentito ad Alberto Nessi per riportarci a contatto con la terra e le parole, aprendo nuove vie e varchi di speranza.