Recensione
Josephine Bohr su «L'animale estremo» di Prisca Agustoni
L’animale estremo è l’ultima raccolta di Prisca Agustoni, edita da Interno Poesia nella collana Interno Libri e candidata al Premio Strega Poesia 2025. Il libro nasce «dalla necessità di manifestare il mio spavento davanti all’ennesimo cantiere sorto nei dintorni di un quartiere immerso nel verde della città brasiliana dove vivo da anni. Giorno dopo giorno, e nel giro di pochi mesi, ho visto sorgere dal nulla dei mostri di cemento, capaci di ospitare al loro interno 250 persone ognuno». Così si legge nella nota dell’autrice collocata a fondo libro.
Pur esponendo temi dell’ecopoesia, la raccolta si sviluppa ben oltre l’intento iniziale, offrendo uno spaccato antropologico, riflessivo, a tratti disincantato. Significativa la citazione in esergo, di Zanzotto: «Quanto colmo è stato quell’indietreggiare nell’eterno». Con uno sguardo profondo che penetra nel tempo e restituisce «Storie e residui di un futuro fossilizzato», Agustoni percorre un viaggio che è attraverso il tempo, dove futuro e passato s’intessono in un processo capace di toccare sia la condizione umana interiore – «percorrere al contrario/ la rotta dell’uomo/ verso il seme» – sia la trascrizione stessa di questa esperienza: «passare dall’argilla al vetro ceramica/ […] indietreggiare come dei granchi/ dalla scrittura delle parole/ alla scrittura delle cose».
Le cinque sezioni del libro sono tutte introdotte da una citazione. Spiccano i titoli, cinematografici (Fotogramma di un nuovo cantiere, Piano sequenza), ed evocativi (Giardini verticali, Fiori di catrame, Lingua sommersa). Le linee tematiche si intrecciano lungo le sezioni in un dialogo continuo tra ciò che eravamo e ciò che siamo: la distruzione del verde, la città che avanza; la lingua e la città, la città e la lingua; la civiltà degli schermi e la civiltà delle caverne, la parola, l’intimità, quello che resta delle relazioni umane.
La prima sezione, Fotogramma di un nuovo cantiere, si apre con Calvino: «Se alzi un muro/ Pensa a ciò che resta fuori». La costruzione come esclusione, l’innalzamento di muri che ingabbiano l’essere umano nel suo individualismo, la fine di un contatto con la natura e con gli altri esseri viventi, la città che avanza inesorabile:
La città si è incollata alle tue ciglia e cala fitta come della nebbia che sfuma nei camini, entra nel corpo e lì decanta, in silenzio, graffiando le pareti del pensiero, parassita, come del muschio sulla pietra. (p. 31)
Nata in francese, poi “trascinata” verso l’italiano, inizialmente pensata come un dialogo con il testo originale e poi resa più autonoma, la raccolta presenta evidenti segni di contaminazione con il francese. Come l’autrice stessa afferma, ha «cercato di mantenere alcune atmosfere e modalità compositive derivanti dall’eco della lingua francese, in particolare nell’uso della poesia in prosa o dei brevi frammenti quasi narrativi». Del francese rimane anche, in modo un po’ inaspettato, la presenza diffusa di partitivi:
si aprono ovunque
dei pozzi dei canali delle vene
dei bacini vicino al parco
(p. 11)
Il libro è caratterizzato da forme molteplici, come i testi tra poesia e prosa, e l’uso del verso libero. Da notare la presenza di calligrammi, in particolare nella prima sezione: Prendere i blocchi in lego di tuo figlio, la città è una biscia incandescente, la sequenza Questi esseri primitivi hanno adesso delle braccia e hanno ormai un corpo. Qui, i grattacieli diventano esseri primitivi; prima compare lo scheletro, poi le braccia, le gambe, un corpo, e infine l’intonaco a ricoprire tutto. Il cemento avanza a scapito degli spazi dove un tempo si fermavano circhi e giostre. Un ambiente ormai arido in cui un merlo sembra l’unico essere vivente superstite, ancora per poco: «Lassù, al decimo piano,/ afferrato al davanzale,/ canta un merlo/ intriso nel silenzio del telaio/ dal quale contempla/ l’ossatura del vuoto» (p. 16).
La seconda sezione, Giardini verticali, alterna alle poesie frammenti di prose brevi, ed esplora lo spazio chiuso dell’appartamento: l’intimità, la luce che si accende entrando, la borsa che viene posata per terra, i rumori e gli oggetti quotidiani. Nell’isolamento della casa, la ricerca dell’altro, il rapporto che si sgretola o rimane, la speranza di un contatto: «l’altro, di fronte, esiste/ fratello d’ombra e di fuoco/ come una visione di verde/ nel deserto […]» (p. 39).
Fiori di catrame, la terza sezione, riporta in esergo due versi di Cohen: «Then I started to pray for the angels/ But the angels forgot to pray for us». Una sequenza di prose brevi precedute da un titolo: Appartamento e un numero decrescente, compresi Pianterreno 001 (la portineria) e La cantina – anche questo, in fondo, un piano sequenza. Con una lingua semplice, scevra di ornamenti, l’autrice sviluppa descrizioni evocative e toccanti, una fotografia della recente quarantena. Frammenti di una vita in cui gli altri sono solo immaginati, oltre le mura che ci separano, esistenze dimenticate da tutti, persino dagli angeli.
Di notte ne ascolti i sospiri, le risate, le solitudini. Con un po’ di sforzo riesci a coglierne persino le derive dei cuori, dall’altra parte della parete, e l’eco attutito del loro esserci rischiara il buio della stanza, il tuo ascolto in agguato come di chi vuole e non vuole ascoltare. (p. 47)
«Écrire tout, ce serait comme entrer dehors» è la citazione di Antoine Emaz che apre la quarta sezione, Piano sequenza, segnando il ritorno a una forma più verticale. Eterogenea, ricca di cambi di scenario, è un’inquadratura infinita della civiltà umana, che attraversa secoli di storia. Dall’alienazione dell’appartamento-prigione, il guardare dalla finestra si declina in infinite case, infinti sé che guardano il mondo attraverso un vetro, sempre più indietro nel tempo, per arrivare a chi il mondo lo guardava da una caverna. In questo vortice temporale si trova il verso che dà il titolo alla raccolta:
[…] sullo schermo, invece,
le parole riflettono mondi in rotazione,
caleidoscopio d’ombre
che girano attorno al fuoco
a rischiarare luoghi sconosciuti
verso dove vaghiamo
da sempre in preda
all’istinto di animale estremo
(Guardare attraverso la finestra, p. 61)
Suggestiva la serie Impronte I, II, III, IV, dai dipinti rupestri visti in Patagonia, nella Caverna delle mani; un dialogo tra l’io narrante e una mano anonima, voce antica. I temi della scrittura, della prima comunicazione, di una lingua fatta di impronte di mani su una caverna conducono con una lenta dissolvenza verso l’ultima sezione, Lingua sommersa, aperta da una citazione di Orídes Fontela: «deste tempo múltiplo o que nascerá?». Sette componimenti numerati, in cui la distanza tra passato e contemporaneità si accorcia sempre di più: «una carovana silenziosa che sale/ lungo il tempo fino al tempo dello schermo» (p. 83). A questo si affianca un altro grande tema dell’autrice: la lingua, e in particolare la lingua madre dimenticata, morta, uccisa dalla lingua altra: «cette langue qui tue ma langue maternelle» nella toccante poesia in dialogo con Agota Kristof, dove la lingua che fa dimenticare la lingua madre è “nemica” e si «aspetta/ il ritorno della lingua/ recisa» (p. 89). Ma vale senz’altro la pena di spingersi fino all’ultimo componimento della raccolta per scoprire il sublime riscatto della lingua nemica: un ritratto su pellicola della lingua acquisita dell’autrice, il portoghese brasiliano. Il libro si chiude, resta in bocca il sapore di un mango.
Esplode il sapore di un mango
dalle fattezze di un cuore
duro e dolce, giallastro:
è la polpa che mastico
quando uso le parole
di un altro dizionario,
e mi turba, mi angoscia
il gusto che sempre resta
in bocca, questo scampolo
di lingua tropicale
che stringe tutto in una morsa
con le sue fibre e i filamenti
tra i denti, un suono che tinge
di giallo l’intero linguaggio,
dove è tutto un frutteto
che s’incastra tra i versi
(p. 90)