Recensione

Sebastiano Marvin su «Ecosistemi» di Jonathan Lupi

La parola più importante di Ecosistemi di Jonathan Lupi appare già sulla sua copertina. Ma non è il plurale del titolo, che pure ha una sua forza e che si rivela sicuramente azzeccato per questa raccolta di poesie. Il riferimento è piuttosto alla parola “volo” che, accompagnata da varie paia di ali in altri componimenti della raccolta, sorregge quest'opera solida e matura, sebbene si possa considerarla ‒ e l'autore stesso la consideri ‒ un debutto.

L'effettivo esordio poetico di Jonathan Lupi risale a dieci anni fa, alla pubblicazione della breve raccolta Agli istanti (Alla Chiara Fonte, 2015), seguita da altre pubblicazioni in rivista e nell'antologia Non era soltanto passione (Alla Chiara Fonte, 2019). Si arriva quindi a Ecosistemi (Dadò, 2024), libro più corposo e diviso in quattro sezioni. Biologo di formazione, nella prima ‒ Anfratti ‒ Lupi mette in scena lo sguardo sulla biosfera. Docente di scuola media di professione, nella seconda e nella terza ‒ Banchi vuoti e La scuola capovolta ‒ l'autore inserisce le dinamiche di classe, il quotidiano osservato e vissuto al di qua e al di là della cattedra. Cresciuto nella Valle di Muggio, a Bruzella, nella quarta ‒ Simboli del Mendrisiotto ‒ torna alle origini e alla sua terra. Ma sarebbe un errore fermarsi a questa lettura a compartimenti, suggerita dai titoli delle sezioni e dagli elementi biografici.

Per cominciare, il mondo naturale della prima sezione è molto presente lungo tutto il libro. Gli animali, in particolare, s'intrufolano in quantità nelle due sezioni centrali dedicate alla scuola, dove fanno capolino nell'ordine un riccio, una beccaccia, un cigno, una pernice, un'aquila, le falene, le lucciole, una cincia, un cavallo, un'ape e un generico insetto attirato da un'orchidea. Allo stesso modo, nella prima sezione dedicata espressamente al mondo naturale, è facile scorgere, riflessa nel comportamento animale e vegetale, una versione più o meno distorta di noi esseri umani: lo sguardo e il sapere del biologo sono indubbiamente presenti, ma tramite la poesia è come se tramutassero noi lettori e lettrici di volta in volta in una marmotta al cui fischio «fa eco la fine» o in un albero immobile che «subisce il morso del bruco». E viene il dubbio che le rane intente a «gracidare a pelo d'acqua» non siano altro che docenti di scuola media ‒ che ci attenderemmo piuttosto nelle due sezioni successive ‒ i quali devono fare i conti con uno dei limiti imposti dal proprio ruolo, quello di poter parlare solo della superficie della propria conoscenza; per loro, «l'obiettivo della vita è modificare / il paesaggio», magari quello formato dagli allievi e dalle allieve che si trovano di fronte a settembre e sul quale, sebbene siano coscienti che non avrebbe alcun senso provare a trasformare una montagna in pianura, possono certamente imprimere la propria impronta.

Per arrivare al volo è necessario tornare alla lunga lista di animali citata in precedenza. Non è un caso che solo due di loro siano privi di ali. Il primo è il riccio simbolo, più che di chi si chiude in sé stesso, di chi pur armato di aculei fatica a farsi largo, a farsi sentire sopra al rumore di fondo, figura piuttosto tipica dell'adolescenza (p. 27):

Te ne stai appallottolato e teso,
il naso in un angolo cavo
perché sai il tuo naso vulnerabile.

Riccio

se cacciare nella notte ti è concesso,
riconoscici le parole tra le spine

tra il chiacchiericcio.

L'unico altro animale non alato presente nelle due sezioni centrali è il cavallo: all'opposto del riccio, «scalcia e nitrisce» (p. 43), il che richiama un'altra figura tipica dell'adolescenza, quella di chi ancora non ha un pieno controllo delle proprie emozioni e delle proprie reazioni.

Quanto agli altri animali presenti, dicevamo, sono tutti alati. Ma quello verso il volo si rivela un processo difficoltoso. Sin dalla prima sezione troviamo una certa precarietà: l'airone «plana» (p. 16); il panorama «vacilla» (p. 22). Più avanti, la beccaccia «è come se fosse volata via» (p. 28), ma di fatto il volo rimane un'ipotesi. Poi il pendio «frana» (p. 29) e, quando viene citata la possibilità di «orbitare» (p. 31), ci viene immediatamente ricordato che, pur apparendoci molto simile al volo, da un punto di vista fisico l’essere in orbita non è altro che essere «in caduta libera» (p. 31).

Ciononostante, le ali sono numerose in questi versi. Tutto ciò che serve per spiccare il volo è letteralmente a portata di mano: «in laboratorio impugno le loro ali» (p. 34). Ma sembra proprio che non ci sia modo, per questi allievi e allieve, di staccarsi da terra. Sin dal primo giorno di scuola, le zavorre sono troppo importanti: «ci siamo visti / come si fissa il vuoto / o il buio o l'avvenire» (p. 38), invece che ali ai piedi, «sotto i loro piedi ali» (p. 39), schiacciate dal loro peso. Persino la loro energia giovanile sembra fare il gioco della gravità: «uno scroscio impetuoso / piove la loro esuberanza» (p. 39). Finché quando, finalmente, si arriva a citare il tanto agognato volo, l'enjambement lo fa diventare «dell'aeroplano di carta» (p. 40):

Dialoghiamo. La distanza che ci unisce
è la piega da cui dipende il volo
dell'aeroplano di carta.
Ci tiene sospesi.
[…]

Insomma, un'altra planata destinata a durare poco e a finire nel cestino della carta straccia dopo l'ultima campanella. In prospettiva, però, quelle ali d'aeroplanino ‒ non d'animale, non naturali, ma costruite dall'essere umano ‒ portano con loro un nuovo potenziale. Nell'ultima poesia delle due sezioni dedicate alla scuola ‒ in assoluto la più corta dell'intera raccolta e, in un certo senso, la più leggera, o comunque la meno carica di parole ‒ si legge infatti questa supplica, che è anche una soluzione (p. 50):

Tirami come un aquilone, ti scongiuro!
e se si tende la fune e mi gonfio
lasciami tra le nuvole e il cielo.

Siamo dotati di ali, sì; ma sono ali fisse. Soli, senza propulsione, non voliamo. Per librarci nell'aria abbiamo bisogno di vento e di qualcuno che ci tiri. Vale in particolare per chi sta ancora imparando. Ma è forse la cosa più importante da imparare per potersi librare nell'aria come esseri umani.

Ma come si inserisce il Mendrisiotto dell'ultima sezione in questo discorso? Come l'aula scolastica e la biosfera, è uno dei luoghi che Lupi può definire casa. Inoltre, anche qui lo sguardo del poeta si posa spesso sul mondo naturale. Ma il Mendrisiotto rappresenta forse soprattutto le radici, che tuttavia non vanno viste come ciò che ci ancora a terra, non come l'ennesimo ostacolo al volo. Piuttosto ‒ biologicamente ‒ come ciò che ci permette di raggiungere il nutrimento necessario a crescere, ciò che ci permette di alzarci lentamente verso il cielo; magari non di volare come un uccello o un insetto ‒ ciò che per noi esseri umani rimane un sogno impossibile ‒ ma di realizzarci, di trasformarci da seme ricco di potenziale a chioma rigogliosa colma di frutti. Che è verosimilmente ciò che sta facendo Jonathan Lupi con la sua poesia, un anello di accrescimento alla volta.

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