Recensione

Valeria Versari su «Sarà la montagna» di Luca Saltini

Sarà la montagna di Luca Saltini, pubblicato da Neri Pozza, ci immerge profondamente nei paesaggi della montagna, trasformandoli in una forte metafora dell’esistenza e delle relazioni umane. La montagna di Saltini, però, non è un luogo di calma, che riappacifica. Non si presenta come una realtà idillica e rassicurante: è invece austera, sublime e perfino temibile. È un ambiente freddo, che parla, si lamenta e si contorce, un’entità viva che sembra capace di ferire quanto di svelare verità nascoste. Questa rappresentazione inaspettata capovolge l’idea tradizionale del paesaggio montano come rifugio sereno, trasformandolo in uno spazio fuori dal tempo carico di tensioni, specchio delle inquietudini delle persone che scelgono di viverci.

Il libro si apre con Nando che trova Enrico (detto il «milanese») ferito e visibilmente scosso nella sua stalla e che lo porta fino al villaggio per farlo soccorrere attraversando la neve fitta. Da qui nasce un mistero: Enrico sostiene di essere caduto dopo aver sentito la porta raschiare, nonostante l’incredulità di tutto il villaggio. Cominciano così a diffondersi le voci: un mostro, per tanti anni dimenticato, si nasconde nelle viscere della montagna e la sta divorando dall’interno. Starà a Nando, insieme al solitario cacciatore Franz, decifrare i messaggi della montagna, udibili solo da chi sa ascoltare.

Ascoltare non dovrebbe essere così difficile in un luogo del genere: Sarà la montagna si distingue per il suo silenzio, una «presenza opprimente, una creatura mostruosa in grado di annidarsi sotto la gola e rubare il respiro dai polmoni». Le poche parole dei personaggi, il vento freddo, la foresta che scricchiola: tutto contribuisce a creare un’atmosfera densa di inquietudine, dove ogni suono sembra echeggiare amplificato e minaccioso. Fin dalla prima pagina, dove il milanese Enrico rimane ferito e si trova a doversi difendere «dal freddo, dalla solitudine, dalla notte pronta a calargli di nuovo intorno», il silenzio non è solo un tratto che caratterizza i diversi spazi del romanzo, ma è il riflesso della solitudine interiore dei protagonisti, persone segnate da traumi, da rimorsi mai risolti e da una disconnessione che le separa da se stesse, dagli altri e persino dal luogo in cui si sono rifugiate.

Tra i personaggi spicca Nando, che sembra essere uno dei pochi abitanti del villaggio a essere nato e cresciuto in montagna, e non qualcuno che ci si è rifugiato per lasciarsi alle spalle una vita lontana, come altre figure del libro; lui la conosce e la comprende. La sua storia è intrecciata con quella di Silvia, una misteriosa ragazza in fuga dalla città dove è cresciuta e dai propri demoni. Eppure, nonostante il desiderio di entrambi di trovare un punto d’incontro, il loro dolore sembra una barriera insormontabile, che li lascia intrappolati in una distanza emotiva che riflette quella fisica e ostile della montagna.

Le loro vicende sono emblematiche del modo in cui l’autore intreccia le vite dei personaggi, e allo stesso tempo le mantiene inesorabilmente distanti. La solitudine è infatti uno dei fili conduttori principali: nonostante il villaggio sia un luogo popolato, con il bar, la piazza e l’hotel che ospita i turisti, la distanza tra i personaggi è palpabile. Ciascuno di loro è chiuso nel proprio mondo, oppresso da rimorsi e ricordi che li separano da chi li circonda. Questa solitudine diventa quasi un personaggio a sé, un’ombra che aleggia su ogni scena, rendendo il villaggio più simile a un’isola sperduta nello spazio e nel tempo che a una comunità.

Un altro tema centrale è quello della fuga. Ogni personaggio sembra essere approdato in montagna per sfuggire a qualcosa: un passato doloroso, un trauma irrisolto, una verità troppo difficile da affrontare. L'illusione di poter lasciarsi tutto alle spalle si infrange però contro la durezza della montagna, che non offre rifugi sicuri ma solo specchi che riflettono le ferite. Saltini sembra suggerire che non è possibile fuggire da sé stessi, e che il vero percorso di guarigione richiede una riconciliazione con il proprio passato.

Le vite dei personaggi sembrano appese a un filo, pronte a crollare sotto il peso delle loro fragilità. Questo senso di instabilità è ben reso da Saltini, grazie alla sua scrittura incisiva. Nando, per esempio, realizza di aver creduto per tantissimo tempo che la sua vita fosse «un crepuscolo senza emozioni», e il suo rapporto con Silvia si degrada e si ritrovano a potersi parlare «soltanto da lontano, come se si guardassero da due versanti opposti della stessa valle». Le descrizioni della natura, in particolare, mostrano paesaggi aspri che riflettono il vissuto e le emozioni dei personaggi, creando sintonia tra l’ambiente esterno e il loro mondo interiore: quando Nando è in difficoltà nel salvataggio di Enrico, la neve cade fitta, «come se avesse deciso di ingoiare tutta la valle dentro il suo soffocante abbraccio». Quando da ragazzo voleva restare solo con la montagna, ci trovava «una pazienza ostinata, instancabile, come la vita stessa». Ogni gesto, ogni parola o sguardo non è mai casuale ma parte di una trama più ampia, nella quale la montagna è complice e testimone.

Infatti, la montagna non è mai ridotta ad un semplice paesaggio, uno sfondo decorativo alle tragiche vicende dei personaggi: è viva, respira, borbotta e comunica, attraverso rumori che squarciano il silenzio e grazie a delle creature che possono trasmetterne i messaggi. Tuttavia, le persone che dovrebbero prestare attenzione ai suoi messaggi sono troppo assorte nei loro dolori e nelle loro vite per fermarsi ad ascoltare. Per chi vuole ascoltare, come Franz, il messaggio è chiaro e spaventoso: la montagna è anche lei ferita: c’è un «nemico nascosto sotto la montagna, pronto a uscire allo scoperto con tutta la sua violenza».

Un altro elemento distintivo del libro è proprio la rappresentazione della montagna come simbolo di precarietà, che riflette ancora quella dei personaggi che vi cercano rifugio. Tradizionalmente percepita come eterna e immutabile, qui la montagna è minacciata da un mostro che la sta divorando dall’interno, e che rivela come nemmeno la montagna possa proteggere e proteggersi da tutto. Questa immagine non solo arricchisce la dimensione metaforica del romanzo, ma sottolinea anche una tematica attualissima: il fragile equilibrio tra uomo e natura, e la necessità di ascoltare i segnali che quest’ultima ci invia. Saltini lo dice: «Purtroppo gli uomini si erano allontanati dalla montagna. Avevano frapposto tra le sue esigenze di gigante roccioso e sé stessi una spessa serie di muri fatti di agi, tecnologia, trucchi per non essere più costretti ad affrontare faccia a faccia il freddo, la fatica, la solitudine». La minaccia alla montagna diventa, così, un potente simbolo delle conseguenze del nostro rapporto conflittuale con l’ambiente, un tema che risuona nel contesto contemporaneo.

Sarà la montagna è un’opera che si nutre di contrasti: la bellezza e il timore della natura, la ricerca di connessione e l’impossibilità di raggiungerla, la fuga dal passato e l’incapacità di lasciarselo davvero alle spalle. In questo equilibrio delicato emerge una storia capace di farci riflettere sulla condizione umana e sul legame imprescindibile con la natura. La montagna, con il suo mistero e la sua forza, non è solo un luogo fisico, ma una condizione dell’anima, un invito a guardare dentro di sé e ad ascoltare ciò che spesso ignoriamo: le voci degli altri e quelle del mondo che ci circonda.

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