Recensione

Marino Fuchs su «Sedici mesi» di Fabio Andina

Come si racconta ciò che non è mai stato raccontato? Come si dà voce a chi ha scelto il silenzio? Con Sedici mesi (Rubbettino, 2024), Premio svizzero di letteratura 2025, Fabio Andina costruisce una risposta narrativa a queste domande, sviluppando un romanzo che affronta la tragedia della deportazione attraverso una strategia della sottrazione consapevole.
Come scopriamo nelle pagine finali, il libro ripercorre infatti la drammatica vicenda di Giuseppe Vaglio, nonno paterno dell’autore, uno dei tanti «passatori» che aiutavano gli ebrei e i perseguitati politici a attraversare il confine sul fiume Tresa, tra Italia e Svizzera, arrestato dalle SS il 5 marzo 1944. Il romanzo si spinge in quelle zone oscure dove il memoir e la fiction s’intersecano: ripercorre i sedici mesi di deportazione e prigionia di Giuseppe senza affidarsi solo ai documenti, ma ricorrendo all’immaginazione per colmare i vuoti di una testimonianza negata. Giuseppe, infatti, non ha mai raccontato ciò che aveva vissuto, l’ha tenuto per sé; e il nipote, ora, gli presta voce.
La scommessa di Andina è ardua: trovare il tono giusto per far parlare chi non ha parlato, per dare consistenza a ciò che è stato deliberatamente taciuto. Nella struttura incerta e frammentaria della narrazione si avverte la cautela di chi sa di muoversi su un terreno minato, di chi percepisce la responsabilità assunta nel dar forma a un’esperienza limite che, nel suo caso, coincide con la storia della propria famiglia. Lo scrittore risolve saggiamente questo problema intrecciando due voci: quella oggettiva di un narratore esterno, che segue il percorso della moglie Concetta e dei figli (“la” Maria Pia e “il” Benedetto) rimasti a Cremenaga e poi sfollati in una zona più sicura; e quella soggettiva, in prima persona, che racconta dall’interno la deportazione di Giuseppe, i campi di prigionia, il ritorno a casa attraverso un’Europa devastata. L’equilibrio tra le due dimensioni mostra che la Storia non è un evento astratto ma qualcosa che irrompe nella vita concreta delle persone, modificando attraverso il trauma dell’assenza il tessuto di una comunità. Certo, si potrebbe obiettare che questa scelta rischia di attenuare la specificità dell’esperienza concentrazionaria, ma Andina sembra più interessato a rappresentare l’evento nella sua complessità relazionale che a isolarlo in una dimensione di purezza tragica.
Il punto di forza del romanzo è nella specificità dello stile che accompagna, plasma, protegge questa doppia linea narrativa. Andina adotta una scrittura consapevolmente minimalista che procede per piccoli nuclei, brevi paragrafi separati da una riga bianca, nei quali si alternano descrizioni essenziali, dialoghi scarni e pensieri dei personaggi. Un passo può illustrare la modalità espressiva scelta:

Il soldato biondo ha le mani sui fianchi ed è piantato sulle gambe muscolose nel luogo esatto dove la Concetta si inginocchia a pregare. Strizza gli occhi, li muove lungo la base del muretto. Si gira su se stesso, guarda i tronchi delle piante e poi ancora quel muretto. Abbassa lo sguardo. Fa due passi e gira attorno all’albero più vicino, poi s’arresta. Hm mh, dice tra sé. (p. 90)

Una scelta tecnica significativa è l’uso sistematico del discorso diretto libero, senza virgolette né incisi esplicativi: una soluzione che fa emergere le parole direttamente dalla memoria orale, come frammenti che affiorano dal ricordo collettivo.
«Neve marzolina dura dalla sera alla mattina», si legge a un certo punto: uno dei proverbi che costellano il testo, insieme a battute in dialetto, detti popolari, frasi fatte che costituiscono il tessuto linguistico di una comunità e il suo modo di interpretare e affrontare il mondo. In questa precisa scelta stilistica si avverte la consapevolezza che, di fronte alla tragedia, siano le parole semplici a reggere meglio il peso della testimonianza; che sia una sorta di understatement a rendere più efficace il racconto dell’orrore, a sottrarlo all’enfasi retorica o all’indignazione postuma.
La caratterizzazione del protagonista conferma la coerenza delle scelte narrative. Giuseppe è un uomo normale: un falegname, un artigiano che intraprende l’attività di passatore non per adesione politica o eroismo, ma semplicemente per fare la cosa giusta. Quando viene arrestato, è un trentacinquenne con una famiglia, non un partigiano o un militante. La sua vicenda è paradigmatica perché le sue qualità – il senso pratico, il coraggio, la determinazione – sono quelle che hanno permesso a tante persone comuni di resistere, di sopravvivere e di tornare. Parallelamente, Andina evita di trasformare in tragedia anche la vita di Concetta. La donna aspetta il marito, cresce i figli, prega la Madonna in una cappelletta nei boschi, ma non si lascia consumare dal dolore: si prende cura dei bambini e dei nonni, mantiene le routine quotidiane, tiene in piedi la comunità familiare.
Le pagine dedicate alla detenzione di Giuseppe nei vari campi, dal carcere di Como a Fossoli fino a Mauthausen, non indulgono mai nella descrizione dell’orrore ma si concentrano sui momenti di umanità residua, sulle piccole strategie di sopravvivenza, sulle forme di solidarietà tra prigionieri. Quando un compagno di prigionia muore sulla strada del ritorno, Giuseppe lo seppellisce senza alcuna enfasi, senza alcun commento: è la pura materialità dell’atto, rappresentato nella sua nuda evidenza, a rendere giustizia alla tragedia di innumerevoli morti senza nome e senza sepoltura. È una scelta coerente, ma che solleva interrogativi: la scrittura minimalista riesce a restituire la dimensione dell’esperienza concentrazionaria o la attenua necessariamente?
E tuttavia, nella sua disadorna semplicità, il romanzo tocca motivi profondi e universali: la resistenza all’oppressione, la capacità della memoria di tenere insieme i vivi e i morti, la tenace affermazione della vita sul caos della Storia. Il «brandello viola» che Giuseppe tiene stretto in pugno durante la prigionia gli ricorda il foulard di Concetta, l’oggetto-talismano che costituisce l’ancoraggio con la vita precedente; la «stella» che entrambi guardano nelle notti insonni funge da coordinata spaziale che permette loro di sentirsi vicini nonostante la distanza.
Non mancano, nel libro, riferimenti che travalicano la dimensione privata e familiare per aprirsi a una rete di echi letterari: l’immagine della Svizzera come salvezza al di là del fiume ha una chiara valenza simbolica, mentre il viaggio di ritorno di Giuseppe riecheggia, in forma minore ma non meno toccante, il percorso di Primo Levi ne La tregua. Come accade per altri romanzi sulla Shoah, anche qui la tragedia è rappresentata indirettamente, attraverso gli effetti che produce su persone comuni, la cui vita viene travolta dagli eventi. A differenza della letteratura testimoniale, però, la scrittura privata, familiare, intima di Andina può permettersi di includere anche la speranza e perfino (con molta discrezione) la felicità: il finale, con l’annuncio della nascita di una bambina – la madre dell’autore – suggella infatti il cerchio di una storia in cui la catastrofe non ha l’ultima parola.

Leggendo le sorti di Giuseppe, il suo attaccamento alla moglie alla quale dedica lettere immaginarie per mantenere un legame altrimenti spezzato, viene in mente un capolavoro della letteratura concentrazionaria italiana: il Diario di Gusen di Aldo Carpi (Garzanti, 1973), che il figlio Pinin Carpi curò integrando il manoscritto paterno con propri ricordi per completare l’intera parabola della deportazione. Anche Carpi, deportato nel gennaio 1944 a Mauthausen come il protagonista di Sedici mesi, aveva affidato a lettere senza risposta scritte su minuscoli foglietti medici il dialogo immaginario con la moglie Maria. Come Giuseppe Vaglio, aveva trovato nella scrittura epistolare un modo per preservare il legame affettivo che il lager vorrebbe annientare.
Il confronto illumina però la specificità dell’operazione letteraria di Andina. Carpi scrive dall’interno dell’esperienza, conservando il diario a rischio della vita; Andina opera invece attraverso una doppia mediazione – generazionale e immaginativa – che modifica profondamente la natura della scrittura. Le lettere che Giuseppe “scrive” mentalmente alla moglie sono doppie finzioni: immaginarie nel mondo del racconto, immaginate dal nipote-scrittore. Questa differenza segna il passaggio dalla testimonianza diretta alla sua elaborazione letteraria di seconda generazione.
Sedici mesi intercetta dunque quella che Marianne Hirsch ha definito «post-memoria»: la relazione delle generazioni successive con i traumi ereditati. È una memoria mediata che non deriva dall’esperienza diretta ma dalla convivenza con i suoi effetti, dagli spazi vuoti che segnano il discorso dei nonni. La scommessa del libro è che la letteratura possa farsi carico non solo di ciò che è stato detto ma anche di ciò che è rimasto taciuto.
Una scommessa che il romanzo vince: Sedici mesi riesce a dare forma narrativa al silenzio senza tradirlo, trova nella misura stilistica un modo per rendere trasmissibile un’esperienza altrimenti indicibile.

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