Recensione

Natalia Proserpi su «Cinquanta lune» di Maria Rosaria Valentini

Ultimo romanzo di Maria Rosaria Valentini, Cinquanta lune (Castelvecchi, 2024) narra le vicende di una serie di personaggi femminili, inserendosi nel solco delle pubblicazioni precedenti, segnate da uno speciale interesse per le storie familiari e le genealogie femminili. Intrecciando alla narrazione in prima persona frammenti di storie raccontate da una voce esterna – nella quale, come si intuisce, vengono a fondersi la memoria della protagonista e le parole e i pensieri delle figure evocate –, il libro affianca alla vicenda di Gi le storie di vita di Fiorina e Coralla, donne forti e resilienti, rispettivamente bisnonna e nonna della narratrice. A queste tre figure se ne affiancano altre – in primo luogo la madre della protagonista, Cora – spesso evocate nei ricordi dell’io, i quali moltiplicano gli strati temporali di questo romanzo (quasi) tutto al femminile.

Al centro del volume c’è la vicenda di Gi, da cui si diramano, in un viaggio a ritroso nel tempo, le altre storie raccontate. Gi ha quasi quarant’anni e vive sola. Disegnatrice di scarpe di professione, ha scelto una vita appartata e solitaria, accontentandosi della frequentazione saltuaria di poche persone a lei care – la madre, rintanatasi in una strana forma di mutismo dopo la morte improvvisa del marito, avvenuta più di vent’anni prima; le sorelle Mara e Leda, a cui vuole bene ma che tiene a distanza; l’amico d’infanzia Bixio, unica àncora da quando la nonna Coralla se n’è andata. Il suo desiderio più grande è diventare madre, un sogno che queste premesse sembrano condannare, e che tuttavia, in seguito a un percorso pieno di difficoltà e di sfide, si realizzerà. Punto di partenza della vicenda raccontata è di fatto la decisione della protagonista di far ricorso all’inseminazione artificiale, una pratica che, vietata in Italia per le donne sole, affianca alle difficoltà di ordine privato una serie di ostacoli di carattere a un tempo legale e sociale. Più volte nel corso del libro la narratrice esprime a questo proposito il sentimento, spesso indotto dai comportamenti e le parole di chi la circonda, di star facendo qualcosa di anormale, una sensazione dolorosa a cui segue la riflessione che non ci può essere riprovazione laddove il desiderio è di «dare la vita» («Ho cominciato a piangere, di nascosto. Anche questo pare sia normale, perché non è normale quello che sto facendo. Ma perché non è normale? Non sto mica progettando di ammazzare qualcuno. Al contrario, voglio dare la vita a qualcuno. Perché la mia deve essere una lotta clandestina?», p. 136). Proprio questo tentativo di diventare madre, che la porterà – e noi con lei – lungo ripetute visite mediche tra Roma e la Danimarca, conduce la protagonista a un continuo dialogo in absentia con la nonna, come pure alla rievocazione delle vicende di Fiorina e Coralla, donne e madri a cui si sente ricongiunta nel momento in cui tenta (e poi sperimenta) la maternità. Al racconto delle sue ansie, sconfitte, speranze, si alterna pertanto la rievocazione della vita della bisnonna e della nonna materne, in una narrazione che, procedendo per frammenti, ripercorre vari decenni.

Ad accomunare le tre figure è la loro risolutezza. Sebbene in modi diversi, tutte si trovano a dover lottare per qualcosa, e ad agire e compiere scelte che le isolano e le portano a infrangere regole e convenzioni. La prima storia che viene offerta al lettore è quella di Fiorina, con la quale torniamo nel Novecento. Arrivata in Svizzera senza la sua famiglia, questa giovane italiana impiegata in una filanda si sposa a soli sedici anni con un uomo gentile ma distante e più anziano di lei, con il quale avrà un’unica figlia, Coralla, figlia-sorella con cui cresce e si crea il proprio spazio in un ambiente estraneo. Se il contesto in cui evolve lascia poco spazio alla libertà individuale (e di fatto la traiettoria di Fiorina sarà quella di molte donne vissute in Ticino nella prima metà del XX secolo: il matrimonio, il trasferimento dalla famiglia del marito, la cura della casa insieme alle altre donne, l’accudimento dei figli), alcuni gesti chiariscono la fermezza di questa figura per altri versi accondiscendente. Oltre alla scelta del nome della figlia, deciso a dispetto dell’usanza di chiamare i bambini come i «santi del posto» o con i «nomi di nonne e di prozie» (e come «augurio» alla neonata di vedere «un giorno» «le acque del mare»), la sua abitudine di vagare tra campi e boschi e di fare il bagno nelle «vasche» tutto l’anno, nonostante i rimproveri e i pettegolezzi che girano in paese. Un’abitudine che sarà forse all’origine della sua morte prematura, avvenuta quando Coralla è ancora una bambina.

Una volta terminata la storia di Fiorina, comunque rievocata anche oltre nel corso del romanzo, è su Coralla che si focalizza la narrazione. Riprendendo il filo della vicenda, il romanzo ne ripercorre l’esistenza, dalla fuga dal Ticino all’arrivo e al ritrovamento della zia materna a Spilunga; dalla scoperta di un nuovo ambiente familiare premuroso e accogliente all’inizio del lavoro; dalla gravidanza precoce e inaspettata alla scelta di lanciarsi in una nuova attività. Se gli eventi la portano lontano dai luoghi in cui è nata – verso una terra che, anche grazie a Violina, madre adottiva che la amerà come una figlia, la fa sentire più vicina a Fiorina –, della madre Coralla conserva la forza e l’indipendenza. Come lei difende infatti le proprie scelte e non si cura dello sguardo altrui (in particolare quando rimane incinta e decide di portare avanti la gravidanza). Come lei affronta le difficoltà di una realtà che, pur concedendo maggiori libertà, continua a essere caratterizzata da ingiustizie e disuguaglianze. Figura ferma e decisa, Coralla costituirà un punto di riferimento costante per la narratrice, in particolare in un momento della sua vita segnato da ansie e incertezze – un momento che, tuttavia, ne rivelerà la grande forza:

«È di marzo che ho cominciato a pensarci. E a inzuppare coraggio nel profilo di nonna Coralla. È stata lei, nel ricordo, a foraggiarmi, a ripetermi che si può tentare sempre, che vale la pena sempre.
Il coraggio me l’ha dato lei e io l’ho preso, tutto.
Non ho finto di volerlo risparmiare o condividere. Ho preso e basta, per me, perché ne avevo bisogno.» (p. 10)

Pur vivendo in epoche diverse, tutte e tre le protagoniste si trovano quindi a dover compiere delle scelte e ad affrontare delle difficoltà – delle difficoltà che, sebbene di natura molto diversa, invitano a riflettere sulla condizione femminile. Al di là di questo elemento, che consente di osservare la vicinanza tra queste figure appartenenti a generazioni differenti, varie corrispondenze si osservano poi tra le diverse vicende. Oltre all’esperienza della maternità, che trova un’eco anche nel mondo animale – molto forte, a questo proposito, l’attenzione dell’autrice per l’universo naturale e in particolare vegetale –, l’assenza di figure paterne e la necessità (o la scelta) di crescere i propri figli in autonomia. Se il padre di Coralla rimane sullo sfondo e osserva dall’esterno il duo formato da madre e figlia, il padre di Cora è inesistente, tanto che nessuno ne conosce il nome. Allo stesso modo – anche se per motivi diversi – Gi crescerà la propria figlia da sola, rinunciando alla presenza di un padre-compagno (va detto comunque che il «donatore», a differenza del padre di Cora, si manifesta e offre il proprio affetto, in una lettera che, se ha il merito di aggiungere sfumature a questa situazione che si ripropone in maniera a un tempo simile e diversa, appare nell’insieme un po’ semplificatrice). L’unica ad avere un vero padre è Gi, che per tutta la sua infanzia preferisce tuttavia rifugiarsi dalla nonna, sentendosi esclusa dal rapporto complice e passionale dei suoi genitori, non a caso presenti più marginalmente nel romanzo.

Pur affrontando il tema della maternità e interessandosi in particolare al rapporto tra madre e figlia, il romanzo presenta nondimeno alcune figure maschili in grado di assumere un ruolo paterno – tra queste Aurelio, marito di Violina e sorta di padre adottivo per Coralla, che trova in lui un genitore buono e affettuoso; o ancora Bixio, che andrà a colmare il vuoto (che in fin dei conti vuoto non è) nel duo formato da Gi e da sua figlia. Giocando abilmente su ripetizione e variazione ed evitando facili schematismi, l’autrice riflette pertanto sui rapporti familiari, invitandoci a considerare altre forme di genitorialità e possibilità diverse di stare insieme e formare una famiglia.

Se recupera alcune tematiche centrali nella produzione dell’autrice, anche a livello linguistico il romanzo si pone in continuità con le opere precedenti. Ritroviamo infatti, in questo volume in cui i personaggi sembrano condividere l’amore di Valentini per fiori, piante, colori, e la sua passione per l’analogia e l’associazione di immagini, la ricchezza e la densità tipiche della sua scrittura. Ricca di metafore e similitudini, la prosa di Cinquanta lune intreccia al tono narrativo momenti evocativi, che portano ora in direzione di una marcata visività, ora verso una densità di stampo quasi lirico:

«Il buio è un morbillo innocuo.» (p. 15)

«Il sonno s’inceppa.
Avanza e retrocede.
Ma infine mi ricopre.
È una slavina.» (p. 49)

«La piazza è deserta.
Le campane ciondolano sulle ore.
Il mare si sfastidia, avanti indietro. Insegue il maestrale.» (p. 142)

Fondendosi in uno stile unico e riconoscibile, questa lingua ricercata, che fa ampio uso della ripetizione e della sinestesia («Il mare sciama nel buio, è una voce gonfia, molle, elastica, serena», p. 119) e crea associazioni spesso sorprendenti («Però fa caldo, un caldo asfissiante, stranito, appiccicoso», p. 63; «Saranno notti brevi attraversate da sogni larghi, incubi cocciuti, dolore scontornato», p. 161), convive – come già nei libri precedenti – con l’attenzione evidente per il dato concreto. Se le descrizioni arricchiscono (e a volte trasfigurano) la realtà, è proprio il reale nella sua consistenza ad interessare l’autrice. Non sorprende allora che a passaggi più densi e poetici si affianchino riflessioni sul corpo, il cibo o altri aspetti legati all’ambito medico.

Seguendo diverse generazioni di donne, questo romanzo a più livelli si presenta in definitiva come un inno al coraggio femminile, oltre che come un invito a riflettere sull’importanza di chi ci ha preceduto e abbiamo amato, e che, come una presenza fissa e rassicurante, ci plasma e ci accompagna:

«Si dice che per una gravidanza siano necessarie dieci lune. Dal concepimento alla nascita passano dieci lune, sembra. Allora rincorro calcoli e conto. Dieci lune per Fiorina, dieci per nonna Coralla, dieci per mia madre, dieci per me, dieci per Verde. Fanno già cinquanta.

Cinquanta lune dentro di me.
E tanta luce mi attraversa.»
(pp. 208-209)

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