Recensione
Natalia Proserpi su «Quaderno della Monteforno» di Sara Rossi Guidicelli
Nel suo ultimo libro, pubblicato dall’Istituto Editoriale Ticinese nel 2024, Sara Rossi Guidicelli racconta la storia della Monteforno, acciaieria inaugurata nel 1946 che nel corso del Novecento attirò verso Bodio e la Leventina centinaia di lavoratori italiani. All’origine del suo interesse per la fabbrica ticinese, una «piccola pubblicazione» curata per un’associazione culturale di operai sardi, prima tappa di un più ampio lavoro di ricerca che verrà spesso rievocato all’interno del volume. Mentre narra, attraverso brevi capitoli discontinui, le vicende dell’acciaieria e dei suoi lavoratori – dalla fondazione alla chiusura avvenuta all’inizio del 1995 –, l’autrice racconta infatti anche il percorso di indagine e ricostruzione che ha portato alla scrittura del libro, in una sorta di sdoppiamento dei piani narrativi che, già caratteristico di Voi che avete visto il mare (Bellinzona, iet, 2022), consente di abbracciare inchiesta giornalistica, lavoro documentario e narrazione.
Introdotto dalla rievocazione dell’«ultimo giorno» e dalle attività organizzate nel 2017 dalle scuole elementari di Bodio per rammentare ai bambini l’importanza della fabbrica (un edificio di cui non rimangono che «resti […] in lontananza»), il libro, che dedica ampio spazio al ricordo, alterna alla voce dell’autrice le parole di persone che hanno lavorato alla Monteforno, o che alla fabbrica sono state variamente legate in quanto parenti di operai o abitanti del paese. Essenziali per la ricostruzione della storia dell’acciaieria, tali testimonianze rendono più vive le esperienze narrate, e consentono di isolare alcune vicende all’interno di questo episodio che risulta essenziale per la storia del Ticino. Non è solo la vicenda di una fabbrica, del resto, ad essere raccontata nel volume: attraverso una narrazione corale che si costruisce frammento per frammento, l’autrice mette di fatto in luce i cambiamenti avvenuti nella società ticinese del secondo Novecento, affrontando tematiche centrali quali il lavoro o l’immigrazione. La vicenda della Monteforno, che viene anche ricostruita tramite le pubblicazioni citate nel corso dei capitoli, diventa allora l’occasione per riflettere su questioni più ampie, tra le quali l’evoluzione della concezione del lavoro e della «cultura industriale», la posizione della Svizzera nei confronti degli immigrati, o ancora lo sfruttamento della manodopera italiana e la mancanza di riconoscimento da parte delle autorità.
Tra attaccamento ed esaurimento dei lavoratori, passione e disperazione, quella della Monteforno è una storia ricca di sfaccettature. Teso a mostrare le difficili condizioni di lavoro e a illustrare i rischi e i sacrifici degli operai, il libro mette anche in luce i progressi avvenuti nel corso del secondo Novecento – i miglioramenti delle condizioni di lavoro, l’aumento della sicurezza in fabbrica, lo sviluppo della coscienza sindacale –, concentrandosi inoltre sulle iniziative umane e culturali nate all’interno dell’acciaieria, come pure sullo spirito di intesa e solidarietà degli impiegati. Teatro di lotte, tensioni, ingiustizie, ma anche di amicizie, speranze e conquiste che rivelano la straordinaria intraprendenza dei lavoratori, la fabbrica è a sua volta oggetto di un sentimento ambivalente, che l’autrice riesce a cogliere con sensibilità. Se si evidenziano a più riprese i pericoli di questa realtà che viene talvolta descritta come un inferno, ad emergere è di fatto l’attaccamento degli impiegati nei confronti della fabbrica – un attaccamento che si riconosce spesso nelle loro parole, le quali, nondimeno, tornano sempre a insistere sulle difficoltà e i patimenti:
Tutto un rimuginare, un ubbidire e un sopportare. Mi sono chinato, ah sì, mi sono chinato alla Svizzera. Era un po’ come andare in guerra, in acciaieria: si andava la mattina, faceva caldissimo e ci sono stati tanti morti. La prima regola è: non devi mai girare la schiena al ferro. Perché è un ferro bollente, che si muove, che ti ammazza. (p. 70)
Nelle testimonianze riportate, che l’autrice uniforma stilisticamente a vantaggio di una maggiore efficacia comunicativa, si coglie di fatto l’orgoglio degli operai per aver contribuito allo sviluppo della Monteforno, come pure la tendenza a «identificarsi» con questa fabbrica alla quale hanno sacrificato buona parte della loro esistenza:
Alla Monteforno si passavano dieci-dodici ore in media al giorno, allora quella diventa la tua identità. Sei fiero di fare l’acciaio e di metterlo sui vagoni, che vanno sui binari che hai fatto tu. E, quando ti guardi intorno in questo paese che ti ospita, sei fiero che, se le sue case stanno in piedi, è grazie a quei tondini dentro al cemento che hai fatto tu. (p. 19)
Abbiamo capito che quelli più attaccati alla fabbrica eravamo noi. A noi stava a cuore la Monteforno; a quegli altri là, importava molto meno. Noi le abbiamo dato tutto di noi stessi, la gioventù, la patria, la salute. Ci ha accolti, ci ha dato un futuro. Per questo chiudere lei era un po’ come chiudere noi. (p. 107)
Se alcuni operai si riferiscono alla loro esperienza con i termini di «entusiasmo» e «amore», è proprio di «passione» che si parla significativamente all’inizio e alla fine del libro, una parola che, chiudendo circolarmente il volume, chiarisce come al centro dell’interesse dell’autrice ci sia prima di tutto la dimensione umana.
Messa in rilievo dalle parole dei figli, che non capiscono la gratitudine dei padri nei confronti della Monteforno e osservano con risentimento come «dovrebbero essere gli altri, quelli riconoscenti», questa ambivalenza tra sacrificio e lavoro estenuante da un lato, e attaccamento alla fabbrica e nostalgia dall’altro, viene espressa con efficacia attraverso la citazione di un passaggio di Cipolle e libertà, un libro di Federico Bozzini che, inserito nella riflessione, mette in luce il paradosso di chi, prigioniero della fabbrica, non sa in realtà come vivere all’infuori di essa:
Siamo come le galline ovaiole. Abbiamo passato l’esistenza in una gabbia di trenta centimetri per quaranta sotto la luce artificiale. Quando invecchiano e non danno più uova, le galline le liberano. In cortile e sotto il sole non sanno più camminare, inciampano sui fili d’erba. Ci hanno obbligato per una vita a scalar montagne e un bel giorno ci sbattono nei mari del Sud. L’isola può ben essere il paradiso. A essere sbagliati siamo noi: ci troviamo sulla spiaggia con addosso scarponi, braghe alla zuava, maglione e cappello alpino. La vita in fabbrica è come quella di caserma: finisci per camparvi stabilmente dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica sei in libera uscita, le tre settimane di ferie annuali sono un congedo limitato. La pensione è il congedo definitivo: deponi la tuta e diventi civile. A questo punto cominciano i veri problemi e, di sicuro, un’altra vita. (p. 88)
Tema centrale di questo volume estremamente ricco di spunti e di direzioni – e che, proprio come un quaderno, accosta temi, voci, materiali eterogenei – è come si diceva quello dell’immigrazione. Se si mettono in luce le umiliazioni subite dagli operai italiani, la precarietà, l’isolamento (tristemente nota la scritta che compariva all’entrata di bar e ristoranti nella Svizzera tedesca, «Eintritt für Italiener verboten!»), Sara Rossi Guidicelli rievoca alcuni episodi che hanno segnato la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera – le catastrofi di Mattmark e Robiei, l’iniziativa Schwarzenbach –, mettendo in luce la mancanza di tutela dei lavoratori e il trattamento disumano a cui erano spesso sottoposti. Passando da un episodio all’altro e citando alcune voci intervenute a denunciare l’indifferenza e l’opportunismo delle autorità – tra queste quella di Dino Buzzati –, l’autrice riesce così a farci sentire la sofferenza dei lavoratori italiani, invitandoci al contempo a riflettere sulla posizione della Svizzera e a interrogarci sull’odio e sul pregiudizio:
Negli anni Sessanta ci sono più di mille morti nei cantieri svizzeri. I livelli di sicurezza, da noi, erano bassissimi. In quel decennio entriamo nell’immaginario collettivo come un paese arrogante e crudele. (p. 29)
Il nostro cantone avrebbe dovuto mandare via più di cinquantamila persone, Zurigo centomila, in gran parte lavoratori. Ci aveva pensato a questo, Schwarzenbach?
Ma la sua iniziativa, seppur respinta, lascia un germe che attecchisce e perdura: lo straniero non è il fondamento della nostra ricchezza, è quello che la vuole rubare. (p. 40)
Come le altre tematiche trattate, il tema dell’immigrazione viene affrontato sia attraverso le testimonianze e i racconti dei singoli – a cui si alternano, a contribuire alla ricchezza del volume e alla pluralità delle voci, estratti di lettere e altri documenti d’archivio –, sia tramite le riflessioni più generali dell’autrice, le quali si nutrono della lettura degli studi citati (si ricordano, tra gli altri, Monteforno. Storie di acciaio, di uomini e di lotte di Mattia Pelli, Morire a Mattmark, l’ultima tragedia dell’emigrazione italiana di Toni Ricciardi o ancora Monteforno Addio di Bruno Gatti). Ricco anche di riferimenti a canzoni, articoli di giornale, racconti popolari, il libro, che riesce a organizzare armonicamente questi materiali disparati, alterna narrazione, testimonianza e riflessione, in una sovrapposizione di diversi piani che si riflette anche nella composizione del volume.
Corredato di una bibliografia e di una serie di fotografie scattate nel 1963 – a cui segue, a esemplificare la compresenza di epoche differenti, una foto personale realizzata nel periodo che precede la pubblicazione –, il libro, che sembra per certi versi più prossimo al documentario o alla ricostruzione storica, si legge però soprattutto come un romanzo. Se consentono di organizzare il materiale in modo originale, lo sviluppo frammentario, l’intrecciarsi di diversi piani temporali e il rispecchiarsi della voce narrante all’interno della vicenda sono infatti tecniche proprie della scrittura letteraria. Accanto a certe riflessioni che mostrano la sensibilità dell’autrice per la dimensione linguistica, si notano poi alcune scelte stilistiche che si discostano dal tono discorsivo prevalente nel volume (significativo in particolare l’incipit del libro, caratterizzato dalla presenza marcata di ripetizioni: «E qualcuno, l’ultimo giorno, spegne la luce. Una fabbrica, l’ultimo giorno, lavora come il primo, come al solito, a pieno regime. Una fabbrica non si spegne un po’ alla volta: si spegne di colpo»).
È proprio grazie al richiamo alla letteratura, infine, che riusciamo forse a cogliere meglio il «tormento» della fabbrica, invitati in un certo senso dall’autrice che, rievocando Omero e i testi sacri, scrive: «il fuoco, il caldo, la fornace sono stati scelti come i più tremendi dei castighi, come la pena più lancinante». Il mito, la leggenda, la letteratura, che investono il fuoco e il calore di un significato fortemente simbolico, vengono allora tacitamente a intrecciarsi a questo racconto costituito di «storie vere», in cui la Storia si interseca continuamente con le vicende dei singoli e che attraverso le parole di alcuni di loro riesce a farci sentire con forza la voce di chi la fabbrica l’ha conosciuta e vissuta.