Recensione
Josephine Bohr su Il manuale del fosforo e dei fiammiferi di Matteo Terzaghi
Matteo Terzaghi scrive prose brevi. Il manuale del fosforo e dei fiammiferi è il suo terzo libro edito da Quodlibet, dopo Ufficio proiezioni luminose e La Terra e il suo satellite. Le prose brevi del primo erano quasi tutte in dialogo con un’immagine, quelle del secondo erano in forma di variazioni sul tema in classe, corredate da foto e disegni. Ne Il manuale del fosforo e dei fiammiferi compaiono una sola foto e due disegni, come se, con il passare del tempo, la scrittura stesse prendendo una direzione più solitaria. Tornano, però, gli argomenti cari all’autore: manuali, enciclopedie, favole (è questo il titolo della prima sezione), le vite marginali, i dettagli e gli oggetti della vita quotidiana, gli autori e gli artisti amati e l’infanzia.
Il prologo, Si comincia con un funerale, prende pieghe surreali, come in un sogno, con un cammello del circo che finisce a tirare il carro funebre e macchine trasformate in bolle di sapone dal tocco di una bacchetta magica. Un racconto spiazzante, difficile da inquadrare. Un modo di cominciare dalla fine e malgrado la fine:
Era un modo di allargare il respiro e lodare la vita anche se finisce, e quando le nuvole si diradarono e il sole della sera cominciò ad accecare tutti come riflesso da tanti specchietti mobili, la mestizia lasciò il posto a una specie particolarmente pura di allegria. (p. 9)
Nella prima sezione si trova il testo che dà il titolo alla raccolta: Il manuale del fosforo e dei fiammiferi è un manuale Hoepli che l’autore, redattore della casa editrice Casagrande, non manca di ammirare nelle sue caratteristiche tipografiche. Grazie al manuale, Terzaghi risolve un grande mistero dell’infanzia che ha che fare con i cowboy e le bande di sfregamento attaccate sotto le suole degli stivali rubati alle mamme. I fiammiferi e il fuoco percorrono in modo più o meno evidente l’intero libro e ne sono, potremmo dire, la chiave di lettura: li ritroviamo ad esempio in I fiammiferi di Jack London, a partire da un celebre racconto dello scrittore inglese. In Altri manuali Hoepli, L’apprendista meccanico descrive e riporta disegni tecnici di vari tipi di viti. L’attrazione per i manuali è strettamente legata a quella per gli oggetti – ed ecco ancora i fiammiferi:
In effetti esistono viti così seducenti nel tracciato delle loro spire – come, tra le mie preferite, quelle «a pane quadrato» – da indurci a tenerne una scelta a portata di mano, in una scatola di fiammiferi, dove pare che anche Giacometti riponesse le sue figurine in fuga verso l’infinitamente piccolo. (p. 39)
Il motivo dell’attenzione che Terzaghi dedica ai manuali può forse trovare risposta in questa frase, usata per descrivere un passo del manuale Hoepli di telefonia: «l’esattezza della formulazione coincide con la sua poesia» (p. 41). Frase che viene spontaneo dirottare verso la poetica dell’autore. A proposito di manuali e ossessioni, in Il manuale delle talpe è l’essere umano oggetto di analisi:
È curioso notare quanto siano differenziati i manuali che l’essere umano dedica a se stesso […] È certamente contemplato dal Manuale dell’uomo il fatto che gli uomini e le donne redigano manuali su qualsiasi argomento […], ma forse anche nel tentativo di affrancarsi, appunto, dal proprio stesso manuale di specie. (p. 57)
Al titolo di questa prima sezione si potrebbe aggiungere “autori amati”: Karel Čapek e la sua La favola postale, Borges a Lugano, un omaggio all’amico Salabelle che tocca Brodskij e Kafka, Armand Schulthess. Interessante l’attenzione dedicata a Schulthess, enciclopedista svizzero «autodidatta e solitario» che compare in due testi, L’enciclopedista selvatico e Conversazione su Armand Schulthess con un incontro mai avvenuto, se non in una curiosa coincidenza letteraria, con Max Frisch.
I quattordici microracconti che costituiscono la seconda parte, “Piccolo libro di lettura a uso di chi passa”, proiettano subito il lettore alle scuole elementari e, naturalmente, ad atmosfere calviniane. Ironici e fantastici, toccanti e drammatici, difficili da citare per la loro brevità e struttura. Compaiono figure affascinanti ed emblematiche come l’accordatore, che alla fine del suo lavoro-rituale suona sempre un pezzo di Duke Ellington dicendo che il bello della musica è che non serve a nulla; personaggi come il signor Abicì, che ritroviamo in tre storie, e un rozzo assistente universitario che s’innamora della farmacista grazie a Il pacchetto delle medicine.
“Altra infanzia” è la terza parte del libro, e un tema molto fertile per Terzaghi. Forse perché è durante l’infanzia che accadono le cose piccole più significative, forse perché accedere ai ricordi apre porte dell’interiorità diverse. Un indizio arriva dallo stesso autore, da Il manuale del fosforo e dei fiammiferi:
Perché sempre l’infanzia?
Una piccola teoria. Nei primi dieci, massimo quindici anni di vita, ossia in quel periodo che appunto chiamiamo infanzia, raccogliamo e accumuliamo una gran quantità di domande. Sono come fiammiferi che si aggiungono ad altri fiammiferi e scatole di fiammiferi che si aggiungono ad altre scatole di fiammiferi. […] Più avanti nella vita la maggior parte di questi interrogativi si dissolverà, verrà abbandonata o dimenticata, mentre un’altra parte incrocerà forse un qualche tipo di risposta. Dopo aver giaciuto per anni nel buio di una scatoletta, il fiammifero – o il fulminante, come si sente ancora dire in Piemonte – viene chiamato a rilasciare tutta la sua energia. È il suo momento. Per poco che duri la fiamma, e dura veramente poco!, qualcosa si sarà compiuto. (p. 15)
In questa sezione i ricordi d’infanzia e adolescenza si intrecciano alle esperienze dei suoi figli. Il primo testo, Che cos’è un sogno, si apre con la definizione del figlio Nicola, cinque anni: «I sogni sono dei filmini nell’aria» (p. 83). Una frase che determina la tonalità di quest’ultima parte del libro, dove le storie si posano sulla pagina con esattezza poetica. La tenerezza e l’ironia delle epopee famigliari in La traversata del Gottardo e Lo zio Henri; la malinconia di Gli ultimi giorni della tipografia, che racconta la chiusura della tipografia delle edizioni Casagrande, e di Capitolo a manovella, con la delusione di liceale di non saper richiamare il senso di avventura della stampa a ciclostile del giornale delle medie; l’autoironia brillante di Nicola vuole un cane – non poteva mancare un richiamo al tema in classe – pregevole inno al Border Collie. Un fiammifero prende fuoco e la prosa diventa, per un attimo, poesia in Via Pedevilla:
Il giallo delle forsizie, nella luce del pomeriggio, era di un’intensità impressionante. I rami del rosmarino con le loro foglie aghiformi e i loro piccoli fiori bianchi e viola si allungavano fino a pungerci le braccia. Le api lavoravano alacremente, come nei libri di scuola, succhiavano il nettare dei fiori, e io e la nonna le imitavamo succhiando le caramelle. (p. 86)
Il manuale del fosforo e dei fiammiferi è diviso in tre parti ma un’unica trama emerge dai temi che si intrecciano e si richiamano lungo le sezioni. Descrivendo la condizione degli esseri umani osservati nelle cose più semplici della vita, illuminati dal brevissimo lampo di luce di un fiammifero o ancora alla ricerca di una scatola di fiammiferi, Matteo Terzaghi scrive un incendio sottotono, un incendio quotidiano. Non è un caso che il libro si chiuda con un piccolo manuale per «Accendere un lumino»:
Si vedrà allora che tale attenzione, non diversamente da un gas combustibile, alimenterà la fiamma, la quale si espanderà fino ad occupare l’intero campo visivo, come un sole che ci viene incontro.
«A cosa stai pensando?»
«A niente, no, anzi, a tutto»
«Anch’io, come te». (p. 116)