Recensione

Mattia Pini su «Com'era bello di giugno a Roseto» di Plinio Martini

Uscito durante l’estate e subito diventato un caso editoriale ticinese – tanto da scalare le vette delle classifiche dei libri più letti del periodo –, il volume Com’era bello di giugno a Roseto (Casagrande) raccoglie, come recita la fascetta che lo abbraccia, i racconti inediti o introvabili di Plinio Martini, curati e commentati dal figlio Alessandro. Si tratta di cinque racconti, le prime prove letterarie in prosa che hanno occupato la penna di Plinio Martini, e che vengono alla luce o vengono nuovamente illuminate a oltre quarant’anni dalla sua prematura scomparsa: inediti i primi due racconti, il più breve, eponimo, risalente al 1943, e il più lungo, Remo, che, incompiuto, avrebbe occupato Martini tra il 1948 e il 1950; introvabili e forse ingiustamente dimenticati gli altri tre racconti: Storia di un camoscio che, steso probabilmente nel 1955, aveva trovato spazio presso le Edizioni Svizzere per la Gioventù nel 1956; Vigilia di Natale, risalente ai medesimi anni e apparso per la prima volta nella rivista «Pro Juventute»; e Acchiappamosche e il maiale, forse il più celebre, composto a partire dal 1958 e stampato, sempre per le ESG, nel 1962, e poi ancora nel 1966 e nel 1983. Dal 1943 al 1962, quindi: un ventennio durante il quale il giovane maestro Martini era per lo più nutrito dalla vena poetica e che si chiude però con la fase aurorale della genesi del romanzo che più di ogni altra opera gli diede celebrità, Il fondo del sacco, sul quale inizierà a lavorare dal 1965.

Diversi aspetti accomunano le cinque prose, ma a colpire maggiormente i lettori di oggi è il grado di fedeltà che le lega a quella materia che sarà riconosciuta come cifra stilistica (per non dire esistenziale) di Martini: il suo paese, i suoi tempi, la sua gente. A ben vedere, tali coordinate sono presenti sin dall’incipit del primo racconto, Com’era bello di giugno a Roseto!: un’esclamazione, un endecasillabo che catapulta i lettori nella nostalgia di precisi ritmi contadini e di luoghi cari all’autore (Roseto, però, in questo caso non indica la frazione bavonese, ma è toponimo alternativo a Cavergno, paese dell’autore). All’interno di questa cornice, si vanno delineando alcuni personaggi che, a partire dal giovane protagonista del primo racconto, Nino, che narra di sé in prima persona, si fanno man mano voce corale delle vicende narrate, fino ad approdare ad Acchiappamosche e il maiale, dove, con un piglio simile a quello del Fondo, i personaggi restituiscono con estremo realismo e con coloriture orali, colloquiali, persino dialettali le azioni e i pensieri di quella gente di valle che Martini eleva a vera protagonista dei propri scritti.
A legare ulteriormente i racconti, poi, è la scuola: stimolata dagli intenti didattici che animano il giovane maestro ma anche luogo “altro”, modello di coesione sociale e di aggregazione costruttiva, la scuola, in particolare quella elementare, costella più o meno apertamente ogni racconto; perciò non sorprende che i racconti si indirizzino per lo più ai giovani, tanto nei progetti (come l’ambizioso Remo, immaginato per divenire una lettura da percorrere in aula), quanto negli sbocchi editoriali: i tre racconti “introvabili”, infatti, due dei quali premiati dalle ESG, appaiono per la prima volta in riviste dedicate ai ragazzi. Nel primo racconto (scritto, appunto, su un quaderno di scuola), a tratti iniziatico, il giovane Nino è alle prese con i malumori misteriosi del nonno, già maestro elementare del paese; giovane discente è pure Stefano, che, dopo un incidente occorsogli assieme al padre Marco durante la Vigilia di Natale, apprenderà che «il Signore c’è anche per i poveri» (il racconto edificante ricorda in qualche modo la Trombettina, che uscirà una decina d’anni più tardi); attingendo alle storie di paese, ma anche ai modelli offerti dalle Avventure di Pinocchio e da Il piccolo principe, Storia di un camoscio mette in scena il mondo e il bestiario magico della letteratura per l’infanzia. Ma, più di tutti, è Remo il racconto in cui la scuola scandisce i ritmi della narrazione: sorta di Pinocchio valmaggese, l’alunno Remo si divide tra gli insegnamenti del maestro, quelli dei genitori e della nonna (che, con i suoi racconti davanti al caminetto acceso, offre tra le pagine più belle del lungo racconto) e le marachelle con i suoi compagni di classe; l’intento edificante, a tratti moraleggiante, ricorda forse troppo da vicino alcune pagine del libro Cuore e pertanto non sorprende che i valori positivi ma rigidi offerti dalla scuola in alcune occorrenze si scontrino con la voglia di libertà degli antimodelli, ossia degli alunni più indisciplinati:

Il vino arrivò subito, e i ragazzi lo accolsero con grida di gioia: gli evviva facevano tremare il soffitto. Remo se ne stava però un po’ in disparte, e sorrideva per complimento, dicendo: bene, bene, il che avrebbe anche potuto significare: male, male. Tuttavia prese dalle mani di Arturo un bicchiere colmo, e l’alzò in segno di saluto.
–Evviva la baldoria! Abbasso la scuola! Evviva il Gobbo! Abbasso il maestro! – queste e altre simili acclamazioni salirono al cielo – che era poi un soffitto a cassettoni, nero nero di mosche e di fumo. (p. 88)

Almeno due sono gli sguardi attraverso i quali si può leggere e apprezzare la raccolta: quello, per così dire, sincronico, più immediato, di chi ha amato le prose letterarie e la materia di Plinio Martini e che non resterà deluso nello scoprirne valide e creative articolazioni; e quello diacronico, dei lettori tentati dalla volontà di intercettare tra le prose giovanili i semi che germoglieranno in quella più matura. Nemmeno questi ultimi rimarranno delusi, in quanto i racconti mostrano tracce evidenti di una costante ricerca linguistica e letteraria che, partendo dai modelli ottocenteschi di stile studiati tra i banchi della Scuola Magistrale, molti anni prima di scoprire la libertà espressiva suggerita dall’incontro con Pavese e con Fenoglio, porterà all’impasto linguistico che caratterizzerà le pagine del primo romanzo. Sin dal primo racconto, infatti, appare piuttosto semplice rintracciare, assieme a termini d’estrazione letteraria (come “cirri”, “fratte”, ma anche il pronome soggetto femminile “ella”), formulazioni tipiche della regione protagonista della narrazione (il settentrionale articolo per i nomi propri, anche nelle preposizioni articolate, come “della Giustina”): nei casi più felici, si assiste a una sorta di convivenza tra i termini letterari e quelli regionali o dialettali (ad esempio, “l’erba grama”, il “sitaccio della malora”, “l’istrumento”). Grado massimo di questa sperimentazione avviene, non a caso, in Acchiappamosche e il maiale, racconto cronologicamente più vicino alla stesura de Il fondo del sacco: lì, le voci corali che animano la narrazione dànno vita a un rimpasto sintattico in chiave orale e regionale e contagiano felicemente alcune espressioni (come “state attenti che non volti via”, nel significato dialettale di “morire”) e alcune voci (appare, ad esempio, “minchione”: termine chiave nella descrizione che Gori darà di sé ne Il fondo).

I due coniugi si guardarono. Ammazzarlo? In ottobre? Non ancora ingrassato?
– Eh, vi capisco. È un bel danno. Ma io di bestie malate ne ho viste molte, e questa è ben concia. State certi che non vi fa la notte. E se aspettate che crepi di colica, non potrete nemmeno più godere quel poco di carne. – Acchiappamosche guardava in terra. «Eccolo l’uomo che sa tutto» pensava. «Viene, guarda, e dice: ammazzarlo. Come se fosse roba sua. Ammazzarlo! E chi lo fa risuscitare quando è morto?»
– Proprio mi rincresce per voi; non so che altro dirvi. Si potrebbe aspettare fino a notte... Facciamo così, quando torno da mungere questa sera... Ma state attenti che non volti via! Quando torno da mungere vengo ancora a vedere, e porto il coltello. Ve lo faccio io il lavoro. D’accordo, Arcangela? Ora vado, che devo ancora mangiare la polenta: ma state attenti che non crepi. (p. 171)

Apparente eccezione a questo sperimentalismo linguistico è data da Remo che si proponeva di diventare modello non soltanto morale, ma anche linguistico: a ben vedere, però, di là dall’evidente “ripulitura in Arno” (che, tra la prima e la seconda stesura, smacchia gli articoli per i nomi propri, per esempio, e spesso porta a preferire equivalenti lessicali letterari o toscani, come “botro” per ‘pozzo’, “balocchi” per ‘giocattoli’ e “babbo” per ‘padre’), la ricerca linguistica conduce a soluzioni equilibrate, in bilico tra la norma e l’aderenza al dialetto (ad esempio, gli ‘stranieri’ si presentano come “forastieri”, il ‘fornaio’ è “prestino” e “desinare” è di gran lunga preferito a “pranzare”).

Come anticipato in apertura, però, di là dalla ricerca letteraria e linguistica, colpisce la fedelissima continuità tematica: non soltanto la perseveranza dei luoghi e dei personaggi (se Marco di Vigilia di Natale presterà persino il nome al protagonista del Requiem per zia Domenica, molti figuranti di Remo e di Acchiappamosche e il maiale verranno scavati ne Il fondo del sacco), ma anche i “casi” di paese, le leggende, le tradizioni e persino alcuni stimoli puntuali verranno rielaborati da Martini romanziere (anche nell’incompiuto Corona dei Cristiani, che riprende alcuni ambienti di Storia di un camoscio e si articola attorno alla mazza di Acchiappamosche). Evidenziare le analogie tematiche (e, in un certo senso, ideologiche) tra le prime prove e i successivi romanzi appare un esercizio fin troppo semplice; eppure è piuttosto eloquente, in quanto testimonia come i prematuri interessi di Martini lo accompagneranno con adamantino vigore per tutta la vita. A parere di chi scrive, il racconto più bello, fresco, sorprendente e inaspettato è l’inedito Com’era bello di giugno a Roseto, risalente a Martini ventenne, che anticipa quindi di oltre un ventennio Il fondo, di cui però, tra le righe, è già possibile leggere alcuni temi chiave: così, la narrazione e le percezioni sono ripescate dalla memoria del giovane protagonista, che confessa con realismo il proprio vissuto; poi, Rosa anticipa i caratteri straordinari e angelicati che saranno di Maddalena, e fanno per la prima volta capolino i Valdi, famiglia che sarà di Remo e poi di Gori; viceversa, appaiono già alcuni temi e luoghi pruriginosi, come l’abuso di vino e la stalla che nasconde gli incontri proibiti agli occhi indescriti; su un piano diverso, i canti popolari e il rosario faranno da cornice ai ritmi contadini del lavoro; e così, in modo ancor più stringente, Regina, delusa dalle condizioni di miseria che la affliggono, immagina di lasciare quel mondo povero e chiuso per conquistare l’America.

– È così bello – disse – veder l’acqua correre al piano e lasciarsi portar via lontano... Perché quell’acqua lì va lontano, lontano, va a gettarsi nel mare... E il mare è tanto grande e conduce in America. Il mare tocca molti altri paesi, che hanno i palazzi grandi come montagne, i giardini belli come il paradiso, i boschi fondi e oscuri dove uno potrebbe nascere e morire e camminar sempre e non mai trovare né principio né fine... Ci sono i paesi dove non cade mai la neve... […]
Regina guardava davanti a sé e già aveva dimenticato il fiume, le fratte, il bosco e la casa e il nonno. Io studiavo il passo, in silenzio, e ascoltavo.
– In certi luoghi non ci sono montagne. Non bisogna mai né salire né scendere; e il fiume là è così lento che le barche possono vogarlo in su e in giù. Da una casa all’altra ci sono ore di cammino, ma l’auto divora le ore e l’auto non cammina sulla strada, ma sull’erba che non finisce mai. E il sole vien su dal piano e sul piano tramonta... (pp. 16-17)

Il sogno americano di Regina, sorta di consolazione immaginaria, fa breccia nei pensieri del giovane nipote Nino, il quale, riconducendoci al regno dell’infanzia, del bello e del piacere che apre il racconto, lo chiude abbracciando in forma onirica le speranze in un futuro migliore.

E allora Regina suonò. Io mi lasciai pure scivolare in avanti, posai la testa sul suo grembo. Lei mi passò una mano tra i capelli e poi sulla fronte: sentii di nuovo quel profumo che non sapevo donde venisse, rinchiusi gli occhi e sognai la grande piana dove il sole nasce e tramonta sull’erba. (p. 20)

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