Recensione
Sara Lonati su Tremalume di Fabio Pusterla
Tremalume, la nona raccolta di Fabio Pusterla, uscita nel 2022 nella collana “Gli alianti” della casa editrice Marcos y Marcos, segna una nuova stagione sperimentale, preannunciata nell’autocommento dell’antologia Da qualche parte nello spazio (Le Lettere, 2022). Il titolo, un neologismo composto esocentrico, che pone sullo stesso piano il tremare e un lume, indica la centralità della parola epifanica in grado di agire come la Buffalo montaliana, con in più un moto dialettico tra speranza e incertezza, emersa dai molti punti di domanda che costellano la silloge. Proprio dalla parola-immagine Tremalume, come anticipato nell’autocommento dell’antologia precedente, nasce l’illuminazione per dare struttura e significato a un corpus esistente e in parte edito.
A dare forma coerente all’oggetto-libro, ci pensa, come in altre occasioni, la copertina di Luca Mengoni, illustrando un’altra dialettica della parola poetica, quella tra gabbie e libertà, che si ritroverà dispiegata nel corso dell’opera su più livelli: linguistico, metrico, tematico.
Parola navicella parola libertà (p. 9) è un vero e proprio prologo-manifesto mostrante uno sperimentalismo talmente formale da essere geometrico, un gioco e al contempo una gabbia metrica. Ribaltando il paroliberismo futurista volto alla tabula rasa, la metrica diventa in questo caso necessaria all’urgenza sperimentale. Anziché distruttivo, il lume della parola pusterliana si fa costruttivo, partendo saldamente dalla tradizione letteraria, da Dante a Zanzotto, passando pure per il marinettiano terzo movimento di Frammenti di Truganini (p. 69), l’ultima aborigena della Tasmania, emblema dei vinti dal cosiddetto progresso. Truganini (nei Frammenti e nelle Canzoni, pp. 67-100), tra l’altro, si vedrà essere l’unica a sapere tutte le domande, in una raccolta disseminata di interrogativi, e a conoscere le risposte, in una serie costellata di negazioni volte alla sua cancellazione linguistica, memoriale, identitaria.
Il richiamo incipitario alla navicella, classica metafora dell’intelletto che si lascia alle spalle il mare dell’inferno dantesco e, pusterlianamente, “velavento solca il linguamare” (v. 2, p. 9), marca la struttura della silloge, coesa, pur nella sua molteplicità, tematicamente, strutturalmente, formalmente. Dopo il prologo-manifesto, il viaggio nei tre regni danteschi funge da collante attraverso le cinque sezioni chiuse dalle note d’autore: Le sbarre, Requiem, Cielo dei vinti, Lugangeles e Angelicanze. Escludendo ogni teleologismo e universo oltremondano, da Una lettura in carcere (pp. 32-40) fino ad Angelicanza (p. 133), la parola pusterliana si muove in un moto ascensionale laico lungo l’asse geografico sud-nord, intrinseco al Ticino e alla biografia del suo poeta di frontiera, sin dai primi componimenti antologizzati, Polo Nord (p. 13) e L’acqua di Medel (p. 14).
La Parola, con i suoi espedienti formali e paratestuali, memori della tradizione grafica tardo medievale, traccia la mappa del viaggio scrittorio e ricettivo. Il grassetto di alcune lettere delinea geometrie diagonali, suggerendo una molteplice trasversalità che caratterizza sia l’organizzazione voluta dal poeta sia la lettura da parte del pubblico. La consapevolezza autoriale di questo nuovo atto ricettivo cui è chiamato il lettore, emerge già nella pratica dell’autocommento nei Sismogrammi, a chiusa di Da qualche parte nello spazio: “non proverò dunque a spiegare quello che a me sembra (di nuovo: l’autore crede a volte di vedere cose che non necessariamente appaiono nello stesso modo a lettori e critici) un perturbamento, che accolgo nonostante tutto con gratitudine, smarrimento e stupore” (p. 250).
In Tremalume, oltre alle note esplicative di chiusura, la pratica del commento si fa essa stessa poesia in Angelicanza. Partendo dall’analisi del vocabolo dantesco nel Fiore, Pusterla versifica il commento che diventa metapoesia interrogativa sulla parola, la cui unica costruzione definitoria possibile passa attraverso la negazione (p. 133, vv. 11-14):
Non l’angelo non la sua trionfale
abbagliante figura metafisica,
non l’immagine; un’essenza, piuttosto, eventuale,
una grazia che appare insieme ad altre minori
Forma e tradizione giocano con sperimentalismi: una giocosità non fine a se stessa e limitata al dato autobiografico dell’arrivo dei nipotini e ai dialoghi filosofici, illuminanti, con il più grande di questi (Dialoghi con Lucio, pp. 157-164), bensì rivelatrice e tematizzata. È il caso del nascondino, ossia un Antico gioco o frammento di utopia (p. 44), componimento figlio del tempo pandemico, il primo delle undici poesie ad essere anticipato nella sezione Inediti dell’antologia Da qualche parte nello spazio.
La dimensione autobiografica affettiva attraversa l’intera raccolta, una sorta di viaggio-dialogo non soltanto dantesco, ma pure consapevolmente eneidiano, tra nuovi Anchise e Ascanio, accentuando quei semi di paternità e filiazione presenti già nelle prime opere, come confessato nei Sismogrammi (pp. 245-246). Con amici, padri poetici, genitori e nipoti, Pusterla viaggia nei versi di Tremalume. Oltre alle citazioni di Zanzotto, Sereni, Montale, Ungaretti, Fortini, Simić, Hölderlin, Dostoevskij, Char, Lento Goffi, Giorgio Orelli, Catullo, esplicitate nell’autocommento, a popolare il cammino sono numerosi altri compagni: il poeta di Feritoie Giovanni Nacca, la coreografa e regista Tiziana Arnaboldi, Prisca Agustoni, Claudio Piersanti, Giuliano Scabia, Philippe Jaccottet e il traduttore di Machado Francesco Scarabicchi, questi ultimi tre recentemente scomparsi. Di altri invece restano i versi delle Figurine di antenati (pp. 101-111), custodite nella sfera privata, senza bisogno di esplicitazioni.
Camminare e dialogare con gli affetti sono azioni che vanno di pari passo e di verso in verso per l’intera opera, come nel sesto tempo di Sotto il monte maggiore, con Giovanni (p. 21):
Con figli e nipoti discendenze si va
con antenati scomparsi nel muschio
divelti fiori divelti petali
disciolti nell’oblio nella brina dei secoli
ma con figli e nipoti discendenze
con amici perduti cose friabili frane
si cammina con cupa ilarità
verso l’origine su sporgenze del terreno
ancora poi ancora si va. Alla sorgente.
L’incedere, malgrado la cupezza e la fragilità dell’essere umano e della natura di cui fa parte, tipica della plasticità di Giacometti, quel camminare senza certezze, se non l’azione stessa della poetica di Machado, marcano un discorso filologico preziosamente documentato dai Sismogrammi e dalle note di Tremalume, che si allarga a tutta la genesi e produzione pusterliana, dacché “il singolo libro di poesia (di una poesia così intesa, ovviamente) non si esaurisce in sé, ma si proietta nei successivi, formando con loro un sistema di tracce, una pista ravvisabile solo dopo averla percorsa” (Sismogrammi, p. 247).
La dimensione spaziale attraversata è molteplice così come quella temporale, storica, biologica, antropologica, geologica, neonatale, cronachistica di Aareschlucht (pp. 171-176). Tempo, linguaggio e paesaggio sono intimamente connessi nel cuore della Svizzera, più a nord degli odierni labirinti popolati da persone-maschere di Lugangeles (pp. 115-130), dove invece non resta che scrivere al silenzio “per dirti / che non ho niente da dirti” (vv. 1-2, p. 130). Nelle gole dell’Aar, recentemente alluvionate, e sul ghiacciaio del Gauli, teatro del disastro aereo del secondo dopoguerra, ma in primis essere rantolante ormai “di pietra denudata e quasi oscena” (v. 17, p. 174), i luoghi non sono poetici, bensì espressione di una poesia sempre più criticamente geografica e ambientale. La lingua di ghiaccio è la lingua poetica costretta a ritirarsi minacciata dall’azione dell’uomo irrispettoso della natura da cui nasce. La relazione osmotica e militante tra poesia e paesaggio tocca l’apice nel quinto movimento dei Fotogrammi sul passo del Gottardo (p. 153):
Più su dell’ospizio,
sorradendo il tozzo monte della Prosa
forato di bunker, feritoie, fortilizi dismessi
sul finire del vecchio sogno di controllo e difesa,
dell’usurato sfizio militare
che ha reso ricco qualcuno e spolpato il paesaggio,si sale alla poesia di un lago alto,
in solitudine di corvidi. Ma è una poesia
moderna, d’acqua ingabbiata in dighe,
acqua d’altra rapina, argini osceni
esposti, tubature interrate. Tuttavia il lago esiste
e dalla sua cupezza parte a volte
un riflesso di luce, quasi un grido.
Un tremalume appunto, un ultimo, sinestetico, grido di speranza nelle nuove generazioni.