Recensione
Sara Lonati su Tessiner Horizonte – Momenti ticinesi di Fabio Andina
Un libro bilingue e a quattro mani tra parole e disegni: Tessiner Horizonte Momenti ticinesi si presenta sin nel suo aspetto materiale come un’opera preziosa e complessa, che varca codici e confini. Gli scritti di Fabio Andina, completati dagli schizzi dell’architetto Lorenzo Custer, sono prova di un regionalismo ticinese capace di oltrepassare vallate e montagne. Impossibile accostarsi a questo lavoro di un centinaio di pagine senza considerare il tutt’uno di forme e contenuti, di materia ed essenza concettuale.
Il minimalismo grafico e linguistico trova forma pregiata e ricercata nell’edizione zurighese di Rotpunktverlag, che nel 2020 aveva già assicurato, grazie alla medesima traduttrice Karin Diemerling, la versione tedesca del romanzo di successo del 2018 La pozza del Felice (Premio Terra Nova della Fondazione Svizzera Schiller e Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” nella sezione Montagna). Tessiner Horizonte Momenti ticinesi non è però una semplice edizione illustrata e con testo a fronte: l’impaginazione tra testo originale, traduzione tedesca e manifestazione iconografica sfugge alle classiche norme editoriali, seguendo andamenti propri al suo contenuto, ossia il paesaggio ticinese, protagonista assoluto con le sue vette e le sue valli. Il gesto di girare una pagina è metafora dell’azione di arrivare in cima e poi discendere nell’avvallamento, senza sapere esattamente cosa si vedrà al di là del valico, sull’altro versante: un’altra lingua oppure un altro codice visivo. Il progetto editoriale realizzato è, in questo senso, un dialogo costante e ben riuscito oltre il Gottardo e oltre i limiti linguistici tout court, conferendo ugual peso a ogni forma espressiva.
Il pluralismo formale non aiuta a definire e incasellare l’opera come una silloge di racconti ambientati in Ticino, decisamente diversa dalla più classica e vivace raccolta Sei tu, Ticino? del 2020. Il titolo viene in soccorso esaltando più che altro, da un lato, l’estrema brevità del momento e, dall’altro, la vastità dell’orizzonte visivo. Entrambi gli aspetti nelle due lingue suggeriscono un allontanamento dalla forma narrativa, protendendo verso la dimensione descrittiva e istantanea, a sprazzi puramente poetica, come nel magistrale ermetismo di chiusura di Ieri, reso sulla doppia pagina bianca schizzata da Custer:
“Girasoli chini sul far della sera.
E un altro giorno diventa ieri.” (pp. 106-107)
La forma del libro porta a considerarlo come un raffinato quaderno di appunti, con la sua solida copertina, riflettente un processo scrittorio e artistico in situ et in fieri di fronte al soggetto descritto. Trattasi di un processo ben esperito dal binomio scrittorio-fotografico Gianni Celati-Luigi Ghirri, maestri flâneurs, narratori-descrittori della pianura padana e delle sue case che crollano, come quella ticinese del “poro Angiolino” (pp. 25-27). Unito al volume, il nastro segnalibro incoraggia la lettura interstiziale atta ad apprezzare in profondità e a prolungare con ampi respiri queste istantanee descrittive di momenti e di orizzonti montani.
Se il titolo in entrambe le lingue identifica il solito Ticino andiniano come protagonista dell’opera, la copertina illustrata da Custer delinea inequivocabilmente tale paesaggio. È il Ticino dei paesi isolati all’ombra delle montagne, di case abbarbicate sui crinali attorno alla loro chiesa, in dialogo continuo con l’elemento naturale:
“Sono baite vecchie quanto il Duomo di Milano. Aggrappate al declivio come un nido d’aquila su una parete rocciosa. Figlie di quel che offriva la natura dei paraggi: le pietre franate dalla sommità della montagna, le travi tagliate fuori dagli abeti della pineta. Costruite da maestri dell’ingegneria architettonica cresciuti a pane e formaggio, con la scuola troppo distante che neanche l’hanno vista durante la loro vita.” (p. 22)
Gli esercizi di paesologia agli estremi meridionali degli Appennini operati da Franco Arminio tra Lacedonia e Candela trovano nuova vita sulle Alpi nelle forme ancora più minimaliste di Andina e Custer. Più esplicitamente nel corso delle pagine si identificano le regioni lontane dai clichés turistici della valle di Blenio (pp. 16-17), già ambientazione de La pozza del Felice, dell’Adula (pp. 36-37) e del Malcantone (pp. 80-81).
L’interazione tra l’uomo e la montagna che era stata analizzata nella simbiosi tra il Felice e la sua pozza, qui è schizzata da istantanee di asciutte descrizioni e da pochi essenziali tratti di china, toccando tuttavia differenti sfaccettature. Si va dalla superficialità di due turisti alle prese con una foto ricordo assieme a una vacca intenta a ruminare placida nel suo ambiente, con “lo sguardo gettato nel fondovalle sulla nebbia del mattino che svapora” (p. 14), alla percezione dell’odore della neve da parte del taglialegna e di un pettirosso che lo osserva senza fare una piega (pp. 62-63), fino all’emblematico equilibrio della catena alimentare di prede e predatori, osservati e osservanti: trota, falco e pescatore (pp. 72-79). La chiave per essere parte integrante di questo sistema naturale, selvaggio e di pura libertà, come nella montagna di Paolo Cognetti, è la spiccata capacità sensoriale, visiva, uditiva, olfattiva, tattile dell’io descrivente:
“Quando le ombre avevano catturato ogni cosa, i rilievi neri si erano stagliati contro il cielo stellato. Avevo fissato per un gran pezzo la stella più luminosa, poi il mio sguardo si era spinto oltre, oltre il confine del mondo, e in quel momento mi ero sentito libero.
Il sussurro cresce in un vocio. Il vento prende vigore, l’aria si fa elettrica. Non tarderà ad arrivare, lo aspetto ed eccolo: il lampo. Secco e deciso si schianta al suolo e mi scuote, un breve istante di sospensione, non arrivo a contare fino a due che il tuono già percuote e inizia a piovere.” (p. 8)
Proprio insistendo sulla descrizione percettiva del soggetto avviene il ribaltamento dell’antropocentrismo e la sua fusione ambientale sulle vie ferrate (pp. 18-19), nelle ospitali baite della cultura alpina, tra le nature morte della semplicità domestica contadina (pp. 22-23), in mezzo alla flora e fauna d’alta quota o boschiva, nominata con assoluta esattezza (rododendri alpini e spioncelli a p. 36, un codirosso maschio a p. 104, per fare solo brevi esempi).
Rispetto ai precedenti esiti prosastici di Andina, il piano descrittivo è appunto preponderante. Tuttavia, retaggi narrativi tipici dell’autore ticinese permangono negli estratti di discorsi di paese, nei ricordi lampo d’infanzia a tirare i rigori di hockey fin che c’era luce (pp. 28-31) o ancora nelle brevi storie di contrabbandieri e partigiani del nonno Beato e della nonna Germana (pp. 40-49). Il fortunato personaggio del Felice lo si ritrova poi nel Celeste (pp. 50-57), cui è consacrato un più ampio ritratto narrativo a differenza delle altre istantanee:
“Si raccontava che nell’avvicinarsi delle elezioni comunali, un sabato, mentre il Celeste era via, il sindaco era salito con due asini carichi di lunghi tubi di gomma e un lavandino e altra roba, ed era rimasto l’intero giorno a lavorare per tirare l’acqua in cascina da un torrente. E poi la sera al bar s’era vantato d’avere finalmente reso in parte abitabile la casa del Celeste. Ma al Celeste la politica stava sui coglioni. Allora, aveva smontato il lavandino e il rubinetto e aveva continuato ad andare al torrente quando ne aveva bisogno. Era una questione di principio, aveva poi detto.” (pp. 50-54)
Un principio che allontana l’uomo dal suo antropocentrismo e lo riporta sempre con molta semplicità anche stilistica, sintattica e iconografica a essere parte del ciclo naturale terrestre, in cui si può nascere su un tavolo senza troppe sottigliezze (pp. 96-99) e pure morire, o meglio soltanto andarsene da un’altra parte, proprio come è stato scritto sulla lapide del Celeste (pp. 56-57).