Recensione

Sara Lonati su Le stelle vicine di Massimo Gezzi

Con Le stelle vicine, edito da Bollati Boringhieri nel 2021, Massimo Gezzi, pluripremiato poeta, già Premio Carducci e Premio svizzero di letteratura con Il numero dei vivi (2015), esordisce nella prosa. Racchiusa in una copertina fotografica che rimanda all’iconografia di un maestro poeta-prosatore amato quale Cesare Pavese, è una raccolta di dodici brevi racconti, strutturalmente misuratissima, linguisticamente precisa e netta, come la precedente pluridecennale opera poetica di Gezzi.
In copertina, Laura Pannack, giovane fotografa inglese, fissa già nell’immagine Stella Morris l’incandescenza improvvisa del quotidiano nelle mani di un ragazzino. Proprio quest’istante di ordinarietà infuocata insita in ogni racconto de Le stelle vicine alimenta nel corso delle pagine una tensione alternata sinusoidale, fatta di esordi in medias res, climax, chiuse sospese e costellata da piccole scosse, lampi sapientemente dosati nel linguaggio piano adatto a ogni personaggio cui l’autore dà voce.
Il titolo astrale si rifà alla citazione di John Steinbeck in epigrafe (“Ma qui si sta bene. E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa”) e riprende quello del racconto posto al centro dell’opera, in cui si entra ex abrupto nel flusso di coscienza dell’imprenditore Carlo Tomassini in preda a una disperazione mista a ultimi lampi di tenerezza:

“Tu guarda che notte, porca troia. L’hai scelta proprio bene, eh? Non poteva piovere a dirotto come l’altro ieri. Limpido, stelle e poca luna. Le notti più belle della mia vita. Mi viene in mente quella volta al mare, d’inverno, quando ho fatto l’amore per la prima volta con Mara. Una notte così, era. Niente foschia, silenzio, pace. La luna uno sputo nel cielo. Le stelle così vicine che pareva ti cascassero in testa. Come adesso, guardale lì. Pure questa condanna, puttana eva: distruggere la mia vita in una notte bella come questa.” (p. 63)

Quest’istantanea sociale dell’Italia odierna, della crisi economica e delle sue vittime silenziose si pone nel solco di Furore e dei vividi prosatori americani scoperti e tradotti dal già citato Pavese. La raccolta si muove tuttavia nel segno della polifonia esistenziale dei vari io e sarebbe peccato ridurre i dodici racconti al quadro contemporaneo della grande depressione italiana. Notevole è infatti la prova camaleontica del Gezzi narratore, che già in versi aveva narrato e vestito i panni del poeta marchigiano Giovanni Antonelli in Uno di nessuno (2016).
Questa serie di racconti conferma un autore sperimentatore di voci e punti di vista variegati, capace di calarsi nella testa di persone ordinarie e nel conseguente linguaggio semplice di ragazzi e ragazze, anziane e bambini, malati fisici e psichici, uomini e donne comuni. Tra queste immersioni intergenerazionali a coprire la varietà della psiche umana, toccante è L’ultimo saluto di Cattivik, un Lui mostruoso che anima le demenze senili della poetessa Gelsomina:

“‘Lo vedi quel platano, Gelsomina? Lassù c’è l’ascensore. Voliamo’ mi dice Gabriele. Cattivik getta una lacrima, poi si strofina gli occhi e il naso col dorso di una mano. Mi accompagna alla finestra. Attraverso i fori degli avvolgibili passano sciami di farfalle luminose che mi sbattono sulle palpebre. ‘Che c’è, non sai più volare?’ mi chiede Gabriele che adesso ha i baffi e la barba come quando ci siamo conosciuti, a vent’anni. ‘Ma certo che so volare’ rispondo. ‘Buon viaggio’ mugola Lui dal suo cantuccio, mentre mi saluta agitando la mano a quattro dita.” (p. 47)

Sintassi breve, punteggiatura cadenzata e dettagli improvvisi determinano un andamento serrato tra un punto di svolta e l’altro, il tutto filtrato nel discorso indiretto libero di ogni protagonista, eccezion fatta per Il salto del pesce spada e L’angelo, narrati in terza persona, pur mantenendo un punto di vista interno.
Magistrale l’acme nella chiusa del primo racconto Cinghiale, una cronaca di fine anni Ottanta da un bar di provincia attorno a un flipper da ricordi postmoderni tondelliani. Nel finale si innesta un enjambement tematico di schianto-incidente-ambiente ospedaliero che prosegue nell’esordio seguente di Sine materia, con lo scarto temporale pluridecennale e dell’io narrante che passa da voce maschile a femminile. Il risultato per il lettore è da un lato un continuo spiazzamento intrinseco a ogni racconto e insito in ogni punto di vista interno; dall’altro è lo spaesamento da un racconto all’altro, da una focalizzazione interna all’altra, da un cronotopo all’altro.
Alta resta sempre la tensione introspettiva nell’apparente accessibilità linguistica, dacché la struttura reiterata nella varietà esistenziale di questa sequenza di cortometraggi memoriali non ha falle né vuoti superflui: incipit ed explicit fulminanti di io narranti in autoscatti testuali, circoscrizione in una serie di polaroid di un certo cronotopo mentale-sensoriale, zoom cinematografico alla Blow-up su dettagli e attimi precisi atti all’autoanalisi dei soggetti e all’identificazione di micro-epifanie quotidiane fino al punto di rottura o di scarto definitivo.
Cronotopo esemplare nonché schietta applicazione delle tre unità aristoteliche (di tempo, di luogo e d’azione) si trova in Un rettangolo di sole. Un gruppo di ragazzi, un pallone, birre e motorini truccati, un pomeriggio di maggio in un rettangolo d’erba:

“Non so se è un me stesso del futuro, a parlare, o se in questi momenti succede qualcosa di paranormale: però qualcuno mi sta dicendo di fermarmi qui e di guardare. Che la scena di quei quattro scoppiati che bevono e si schizzano, laggiù in fondo, e di quel rettangolo di sole che loro neanche hanno notato mi resterà stampata in testa per sempre. Guardo, allora. Sprofondo in questo momento. Tiro su forte con il naso l’odore d’erba calpestata, sento il fresco della sera che raffredda il sudore, il ruvido della ruggine dei pali innocenti che mi colora le mani di arancione.” (p. 49)

L’esperienza pregressa della densità poetica di Gezzi, oltre al bagaglio letterario evocato in chiave postmoderna (“Com’era la citazione del tema di stamattina? ‘Un’ora di dolore ci impressiona lungamente, un giorno sereno passa e non lascia traccia’, Pirandello”, p. 49), si fa prosa di perimetri spaziali provinciali, parentesi temporali ed esistenze qualsiasi memori della raccolta poetica Il numero dei vivi:

“Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.” (p. 74)

In questi istanti, indissolubilmente uniti tra dolore e gioia per riprendere Steinbeck e la “metà contro metà” di Tony Harrison, sempre in epigrafe, viviamo noi, assieme al professor Camboni de La prima cellula, ad Andrea di Niente, a Renato Controvento alias Il malcaduto, al giovane Mauro innamorato de La figlia del circo e a tutti gli altri.

Scoprire di più su Le stelle vicine