Recensione

Mara Travella su Con il foglio sulle ginocchia di Pietro De Marchi

A continuazione del lavoro iniziato con Ritratti levati dall’ombra (Casagrande, 2013), il poeta, scrittore e docente universitario Pietro De Marchi ha dato alle stampe Con il foglio sulle ginocchia (Casagrande, 2020), una nuova mostra di «ritratti» che hanno accompagnato il suo percorso umano e letterario.

Diviso in quattro parti che rimandano l’una all’altra, attraverso sottili o più esposte citazioni – su tutte l’aprirsi e il chiudersi con la figura paterna – il libro costituisce anche una sorta di manualetto, dove ogni sezione è autonoma e conchiusa.

La prima parte, quella che dà titolo a questa pubblicazione, tratteggia una straordinaria figura paterna – un uomo che «con costanza scriveva» e leggeva – e narra così non solo del giovane uomo chiamato alle armi, ma anche di una Milano che era ancora sinonimo di opportunità di crescita economica. De Marchi punta il suo sguardo sulle storie familiari, queste sono la lente, l’indizio che permette di raccontare la grande Storia.

Il racconto si avvale dei documenti d’archivio familiari, i quali s’inseriscono nella narrazione in un’alternanza di voci – come un dialogo – tra l’autore-figlio e le carte paterne. La trascrizione delle lettere comprese tra il 1944 e il 1945 restituisce tutta l’incertezza e la difficoltà di quel periodo, così come la speranza e la voglia di tenere saldo il legame con la propria famiglia. Questi scritti privati rivolti ai «Carissimi genitori» che entrano nelle pagine demarchiane si incasellano all’interno di una scrittura che si fa subito universale. Raccontare il padre è raccontare una generazione di giovani, anzi giovanissimi: basti considerare che il ragazzo «con il foglio sulle ginocchia» ha solo vent'anni quando viene chiamato alle armi, e soltanto ventidue quando ritorna alla sua vita.

«Quando era caduto il regime, alla fine di luglio del ’43, per qualche giorno dovette sentirsi felice, felice di una felicità mai provata in tutti i suoi vent’anni, e anche finalmente libero di parlare, di esprimere le sue opinioni, senza temere di essere infastidito dai gagà dei “Giovani Fastidi”, come li chiamava suo fratello, o denunciato da un delatore o da un vicino di casa troppo zelante, come il moroso sempre in divisa di quella che abitava sopra di loro.»

Nel fissare sulla pagina le vicende della «gente comune» l’autore traccia legami non solo tra storie personali e vicende storiche, ma dichiara anche il forte legame (De Marchi lo chiama ‘cortocircuito’) tra vita e letteratura, poiché «talora si scopre che le vite, in modo del tutto imprevisto, si legano anche con la letteratura del loro tempo». Non è un caso dunque che l’ultimo capitoletto di questa lunga prima parte ‘familiare’ s’intitoli proprio I libri di mio padre, e porti con sé la riflessione intorno alla lettura, ispirata dal ricordo della biblioteca paterna. Cresciuto protetto da una «muraglia di libri», De Marchi racconta la lezione ricevuta dalla figura matura di cui abbiamo sbirciato le carte: quella di un uomo avido di letture, curioso ma soprattutto generoso («Se ti serve, prendilo!» ripete al figlio dinanzi alla sua libreria). Sull’importanza di leggere come atto fondante è richiamato in queste righe lo scrittore Jorge Luis Borges, presente anche nel saggio dedicato a Meneghello e ai suoi debiti verso la poesia borgesiana (e, più sfocatamente, montaliana). Secondo l’argentino «ogni scrittore crea i suoi precursori»: pensando al padre e ai tanti libri da lui accumulati, le parole di Borges tornano alla mente nel suo affermare che di uno scrittore è molto più importante sapere quello che ha letto rispetto a ciò che ha scritto. E sembra che alla lezione paterna e a quella borgesiana (anche ripresa da Meneghello) si accodi quella di De Marchi, che rappresenta al tempo stesso un invito per tutte le lettrici e i lettori.

Come una sorta di presentazione non dichiarata, il primo lungo racconto familiare traccia le coordinate delle origini dell’autore e si conclude con un Intermezzo veneziano intitolato Un gelato alle Zattere (II), in cui compaiono altre figure familiari, e soprattutto «il nonno Pino» e la sua passione per la musica. Con una pausa, una sosta di fronte all’ultima fotografia di un album di famiglia, De Marchi restituisce questo frammento di storia in un’instantanea di una pagina, prima di approdare alla terza e più cospicua sezione, quella intitolata Altri ritratti (III), dove compaiono Dante Isella, Giorgio e Giovanni Orelli, il già citato Meneghello e Federico Hindermann (di nuovo mediato dalla lettura paterna). Saggi scritti per altre occasioni, questi testi mostrano la penna più critica dell’autore, anche se sulla pagina trova spazio l’aneddoto che si svincola dal dato meramente filologico, sia esso un ricordo delle letture ad alta voce iselliane; degli incontri tra Orelli, con le sue «stravaganti divagazioni», e il pubblico; o ancora di una visita a Thiene fatta a Meneghello, grazie alla quale De Marchi poté scorgere, di prima mano, le sue letture.

Con il foglio sulle ginocchia non è un libro solo per ‘addetti ai lavori’ ma questi ci potranno trovare pagine critiche, brevi e sapienti note di commento sulla scrittura, su autori di qui e di là dalla frontiera con l’Italia. Con un bagaglio che s’arricchisce anche dell’ attraversamento di questi confini – «sono trent’anni e più che vado avanti e indietro, in treno sulla linea del Gottardo» – De Marchi si sofferma in questi saggi sulle raccolte di Giorgio Orelli, cui sono dedicati Vivere e scrivere, redatto in occasione degli ottant’anni del poeta, e Giubiasco andata e ritorno. Quest’ultimo in particolare ricorda le pagine familiari della prima parte, dove, come in un diario in cui è indicata in apertura la data (19 giugno e 21 agosto), è raccontato sì lo sfondo della poesia di Sinopie, ma con un balzo, o uno scarto rispetto al testo critico: il lettore accompagna l’io narrante in una sorta di passeggiata letteraria – analoga agli scritti di Nessi contenuti in Svizzera italiana (Unicopli, 2017) – dove le insegne rimandano alla memoria i versi delle poesie orelliane.

Più circoscritto alla produzione di Giovanni Orelli è il saggio intitolato Il lieto guazzabuglio della vita. In questa sede, De Marchi fa le pulci all’opera poetica dell’autore ticinese che ha occupato l’ultima parte della sua vita. Con la perizia del linguista e del filologo l’autore mette in luce i giochi di parole e gli echi letterari disseminati nelle poesie orelliane, mostrando come «il maniscalco e il letterato […] si stringano cordialmente la mano».

In apertura si è suggerito essere questo libro una specie «di manualetto»: lo è per il suo farsi di tante parti, di citazioni e inviti all’approfondimento dell’uno o l’altro maestro. Quelli che compaiono sono “tutti i padri”, naturali o acquisiti. E, implicite, le madri: la letteratura e la lettura. Con il foglio sulle ginocchia è a un tempo memoriale di famiglia e documento storico, raccolta di saggi e appunti di scrittura in cui l’autore riflette sui suoi debiti umani e letterari. È un libro da leggere in maniera puntuale per recuperare ritratti vivi di qualche scrittore passato, o per gustarsi un buon racconto, ma anche mosaico fatto di richiami interni, di temi ricorrenti, allusioni di passaggio, con uno stile narrativo che trova il suo spazio anche nei testi saggistici.

Questo libro, «fatto» (di nuovo nel segno di Orelli) «con la vita» si chiude, nell’ultima breve e agile parte (IV), con una postilla sul «senso dell’ereditare», e sull’importanza di scrivere non tanto per essere ricordati, quanto per inserirsi nel solco di chi ci ha preceduti. L’autore ricorda che «dopo di noi continueranno ad esistere gli oggetti d’uso che ci siamo lasciati alle spalle», siano essi una penna, o un volume postillato.

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