Recensione

Carlotta Bernardoni-Jaquinta su Sei tu, Ticino? di Fabio Andina

Dopo il successo di La pozza del Felice (Rubbettino, 2018), Fabio Andina torna alle stampe con una raccolta, Sei tu, Ticino?, in cui riunisce sette racconti molto diversi fra loro, sia per le tematiche che per le figure e, soprattutto, per le voci che mettono in scena. A dare unità alla raccolta lo stile, schietto e senza filtri, ispirato alla parlata orale, e l’ambientazione, che è ticinese.
L’adolescente in crisi che i genitori non riconoscono, un ergastolano giunto al momento del bilancio, “il Poro Michi” che gli amici ricordano fra una bestemmia e un bicchiere di vino, giocando a carte al bar, poi “il Seba”, morto troppo giovane nella sua BMW, il ragazzino omosessuale vittima di bullismo, l’amante della montagna conquistatore delle cime o, ancora, Shrek il cui soprannome la dice lunga sulla sua natura orchesca. Le esistenze che scorrono sotto lo sguardo di Andina sono tante e diverse, tutte subiscono la vita e ne soffrono.
Mise en abyme dell’intera raccolta, il racconto L’Autostop, in seconda posizione, può essere letto come una dichiarazione di poetica: il narratore di questo brano registra infatti le voci delle persone che incontra nei suoi passaggi di fortuna e che trasformerà poi, in materia letteraria: “Non ce la feci a resistere, ficcai gli auricolari nelle orecchie e ascoltai la registrazione dei racconti, […] davanti a me sfilavano vite senza volto, ognuna col fardello della propria esistenza pronta per essere raccontata” (p. 45). Lo stretto legame fra realtà e finzione suggerito nella citazione è velatamente espresso anche nella costruzione del racconto. Se le parole degli autisti incontrati in quello che potremmo supporre essere il mondo reale vengono abilmente trasformate in materia letteraria, allo stesso tempo, i racconti raccolti negli abitacoli sembrano avere un influsso diretto sulla realtà circostante, come se le due dimensioni fossero coinvolte in un’interazione continua: “Più ci avvicinavamo alla meta del suo viaggio e più parlava a raffica per la fretta di raccontare. Il temporale era arrivato, aveva scaricato ed era passato oltre, lasciando sull’asfalto l’odore della fine dell’estate.” (p. 24) Come l’autostoppista che non ha idea di dove lo porteranno i vari passaggi di cui approfitta, anche il narratore non sa dove lo condurranno le storie che raccoglie, le voci ormai mescolate in un unico flusso continuo. A emblema, l’esempio della radio: “Stavo riflettendo su quel che dicevano quegli ospiti e le affinità col mio stile di vita, quando il discorso si spinse inevitabilmente verso le deforestazioni, i cambiamenti climatici e l’ecologia e tirarono in ballo Greta Thunberg.” (p. 38).
Non manca di certo il dramma in questa raccolta che si apre su uno di quegli eventi che cambiano irrimediabilmente il corso della vita: la morte di un figlio. “E lì, dopo quella frase, la mia vita è cambiata del tutto. Per sempre. Ha preso un’altra direzione. Quella direzione che un genitore non vorrebbe mai prendere” (p. 12). La prospettiva scelta contribuisce ad aumentare la tragicità di queste prime pagine. Se a dare la notizia – senza fronzoli ne preamboli e con un linguaggio orale particolarmente incisivo – è un amico della vittima (“A me mi piace di pensarla così. Che si è addormentato e allora non si è neanche accorto dello schianto che l’ha ucciso nella sua BMW”, p. 5) – a comunicarne gli effetti devastanti è invece la voce del padre, segnalata tipograficamente dal corsivo, anche questa colta nella spontaneità. Un’alternanza di voci che non solo sottolinea la risonanza della notizia ma conferisce anche un ritmo particolare alla narrazione: si passa da momenti incalzanti, molto concreti e visivi (“I quattro becchini avevano appena messo giù la bara dentro il buco e, mentre stavano ritirando le due corde, la mamma del Seba s’è afflosciata. Stramazza tutto d’un botto tra le braccia dei due che la stavano reggendo. Gli occhi spalancati. Smorta in viso. Quasi quasi vanno tutt’e tre colle balle per aria.”, p. 13), ad altri più dilatati, riflessivi, quasi a voler rappresentare il ritmo naturale della vita – del Seba “che andava sempre troppo veloce” ma in fondo quella di tutti – che nel suo correre inciampa nel dolore*.
Il cambio di prospettiva è caratteristico dell’intera raccolta, non solo per la natura del genere che prevede un narratore potenzialmente diverso per ogni racconto, ma più particolarmente per la costruzione dei singoli testi che prendono corpo a partire da questa coralità. La presenza del corsivo segnala l’entrata di un nuovo narratore anche in altri racconti; dove questo dispositivo non è presente, la pluralità di voci è comunque assicurata da altri strumenti narrativi, quasi a voler suggerire che una certa distanza è il punto di partenza per rendere la narrazione possibile e, di fatto, interessante. Saliti fin lassù a portare una croce, dalla prospettiva delle cime il Teo e l’Eros (protagonisti di uno dei racconti più convincenti dell’intera raccolta, per le sue descrizioni liriche e per l’affascinante ingenuità dei personaggi), tentano di riconoscere le case di quella “piccola comunità di un centinaio di anime, aggrappata sul pendio della montagna come un nido d’aquila” (p. 86). Ed è invece tornando a valle che i due eroi (gli unici, in fondo, personaggi “di successo” di tutto il libro, seppur inconsapevolmente e quasi loro malgrado) possono valutare la riuscita della loro missione.
I destini sembrano esistere così come sono al di fuori della pagina; i personaggi prendono invece corpo a partire da queste voci a cui accompagnano in tutta naturalezza determinati gesti che la descrizione, a tratti cinematografica, rende ben visibili:

“Porcaputtana, cornificato in pieno, fa il Pipeta e ficca una mano nelle tasche della giacca appesa allo schienale della sedia come per cercare qualcosa, ma la ritrae vuota, porcaputtana l’ho lasciata a casa, borbotta.
Quel che è. Poi niente. Scoperti in pieno. E il poro Michi non c’ha più visto, dice il Basilio e posa il mazzo di carte e prende il bicchiere, ciao dice. I bicchieri si toccano tin tinn tlin, e bevono.
[…]
Sì, ma lascialo raccontare. Dai va’, continua, fa il Pipeta.
No niente, fa il Basilio e scola il bicchiere, mmh va giù proprio bene, dice tra sé e lo alza in favore della cameriera, Anna, dice a voce alta per farsi sentire sopra il mormorio del bar, ci fai un altro giro, e riprende a girarsi fra le mani il mazzo di carte.” (p. 48)

Gli ambienti sono tanti e variati (la festa di paese, lo stadio di calcio, la galera, il cimitero, il bar e l’idillio delle cime). Il quadro generale però è esplicitamente quello ticinese ed è annunciato sin dalla copertina, nel titolo che interpella il territorio, quasi fosse lui stesso un potenziale lettore a cui lanciare una domanda scomoda. Su questo punto di domanda ci sembra importante volgere l’attenzione: se è senz’altro un ritratto di una parte del Ticino quello che troviamo in queste pagine – un Ticino abitato da personaggi anche poco piacevoli e a tratti un po’ troppo grotteschi come il povero Shrek che ha il compito difficile di chiudere la raccolta e che forse avrebbe potuto essere collocato altrove per mettere maggiormente in rilievo i personaggi più riusciti – , altri elementi suggeriscono altrettanto esplicitamente che i destini sfortunati che abitano queste pagine sono evidentemente personaggi letterari più generalmente cittadini del mondo. Quello a cui si riferisce l’Andrea, il falegname omicida protagonista del racconto omonimo, giunto al suo ultimo giorno perché condannato a una fantomatica pena di morte, è un “Paesello” generico sul fiume “che traccia la linea di confine tra la Svizzera e l’Italia” (p. 110). Una Svizzera, dunque, e un Ticino – brulicante di voci diverse e pungolato nei suoi lati più oscuri – che prendono corpo nella finzione e che della finzione riflettono con colore ed efficacia i meccanismi.


Del Seba Fabio Andina ha realizzato anche l'adattamento radiofonico per Rete Due. Regia: Flavio Stroppini; produzione: Francesca Giorzi. Con Moira Albertalli, Matteo Carassini e Mirko D’Urso.

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