Per leggere e rileggere Buletti

Matteo Ferrari su «Smilza raccolta di poesie sparse» di Aurelio Buletti

Chi ai suoi versi si era appassionato lo sa: la principale difficoltà, con le poesie di Aurelio Buletti, «poeta appartato e purissimo» nella definizione che ne dà Fabio Pusterla, è sempre stata di ordine pratico. Era molto semplicemente difficile reperire i suoi testi. Una difficoltà d’accesso connaturata d’altra parte alla postura dell’autore, schivo per scelta (e forse anche per indole), ma anche alla sostanza stessa dei testi: sussurrati, ironici e spesso – per citare un aggettivo che figura nel titolo dell’ultima e purtroppo postuma raccolta – sparsi. In plaquette, edizioni non più in commercio, biglietti per gli amici. O addirittura nella memoria di un computer, come è stato il caso degli ultimi versi, ritrovati dopo la scomparsa di Buletti, mancato il 16 novembre 2023, e pubblicati nell’autunno 2024 da Casagrande con il titolo – molto bulettiano – di Smilza raccolta di poesie sparse. La concomitanza dell’uscita, nelle stesse settimane, di un’antologia bilingue che ripropone da Florides helvètes, con il titolo – anch’esso felicemente bulettiano – di Petit précis d’émerveillement, un’ampia scelta della produzione di Buletti con il testo a fronte di Christian Viredaz, permette di rilanciare l’attenzione su questa voce originale del panorama poetico della Svizzera italiana, ma anche di colmare in parte la lacuna di cui si diceva, perché l’antologia in questione rende di nuovo reperibili oltre centocinquanta testi. Tutto ciò in attesa che altre ristampe seguano (e pare che seguiranno).

Anche chi leggesse soltanto la Smilza raccolta potrà comunque farsi un’idea precisa e veritiera della poesia di Buletti, perché il libello si inserisce nella linea di una continuità evidente con le precedenti raccolte, sia per quel che riguarda i temi trattati, sia per quel che concerne la forma dei testi. La Smilza raccolta è organizzata attorno a cinque sezioni (due delle quali, la seconda e la terza, già edite in passato su rivista), che sin dal titolo lasciano trasparire la levitas bulettiana: Dodici (perché dodici sono i testi che la compongono), Tributo (a qualcun altro, nello specifico al poeta svizzerotedesco Fred Kurer), Frammenti (che in realtà sono quartine), Gente di Cassarate (cinque ritratti sempre in forma di quartina) e la sezione più ironica, non a caso intitolata Scherzi.
Il poetare di Buletti nasce dall’osservazione di minuti accadimenti quotidiani: ci sono scene di vita e incontri umani (si veda proprio la sezione-silloge Gente di Cassarate, dal quartiere di Lugano in cui il poeta viveva), ma c’è anche e soprattutto tanta natura: animali che si spingono in città e alberi che in questa sopravvivono. Particolarmente ricco il bestiario di Buletti, composto soprattutto da animali che, come le poesie dell’autore, vivono per aria: merli, cornacchie, fringuelli, rondini e via svolazzando. Anche l’innesco è spesso minuto, a immagine dei «tacchi di una donna che cammina» e che, come tale, si presenta all’orecchio del poeta («nulla si sa di lei se non il passo, / quasi sempre deciso / e nulla vieta di pensarla lieta», p. 20 – si noti la rima interna dell’ultimo verso).
La vera costanza sta però nello sguardo, tanto attento quanto ironico, pronto a sorprendersi per attitudine e abitudine di vita, perché osservare per Buletti non significa (o significa solo in parte) registrare dei fatti, quanto piuttosto farli risuonare con il proprio sentire, o persino commentarli, sempre però con indulgenza e accompagnando il commento con domande che rimangono inevase, come quelle che concernono l’esistere dell’uomo o l’esistere forse di un’entità superiore, la vita e la morte («alla padrona della danza macabra / dirò: mi scusi ma non so ballare, / seguirò certo un corso / dopo del quale le chiedo ripassare», pp. 35-36). Ma anche, e sin dal primo testo – secondo un’altra costante delle poesie di Buletti – riflettendo sulle ragioni per cui si scrive. Già la poesia posta ad aprire il volume (Somiglianza, per G.) potrebbe infatti valere quale chiave di lettura e anche, a conti fatti, come un lascito, in particolare nei versi iniziali e in quelli finali, che si proiettano non solo sulla raccolta ma anche, retrospettivamente, sul lavoro di una vita, chiarendone sin dal dubitativo iniziale motivazioni e approccio:

Forse si scrive
per reggere la vita
la fragorosa fragile,
però fra le parole può formarsi
qualche bagliore libero dai vincoli
della necessità,
bagliore o luce piena, benché rapida,
somigliante per anima
al tuo riso che irrompe in un discorso
che si fa troppo serio. (p. 11)

Si vedano in proposito anche questi altri versi dalla sezione Tributo, tra i pochi non dubitativi della raccolta:

ti scrivo, caro giovane poeta,
sii prudente con la sofferenza
mettila in versi solo se è indispensabile

la tua

l’altrui
con ancora più grande precauzione

ricorda bene che non fu vissuta
perché potessi scriverne, per fartene tuo vanto (p. 31)

Lo sguardo del poeta non si spinge insomma mai fino alla nuda oggettività materica delle cose, ma lascia agire tra esse e la loro narrazione il filtro attenuante dell’ironia, o se si vuole di una genuina ilarità («c’è chi sostiene che esiste l’inferno, / ma forse c’è un errore di battuta / e sussiste un inverno dentro il quale / ci si riposa da poveri morti», p. 37).
Che la scrittura non sia semplice registrazione lo dice anche la cura con cui Buletti, dietro l’apparente forma dimessa, ha continuato per tutta la vita a cesellare ogni singola poesia, attingendo abilmente ai versi della tradizione, su tutti settenari ed endecasillabi. Anche nella Smilza raccolta questi versi sono onnipresenti, spesso con il ricorso a parole tronche e sdrucciole per variare appena il ritmo. Anche la forma è dunque coerente con il lavoro di una vita, già delineato per altro nella prima poesia in assoluto di Buletti, quel «Io cerco parole abitabili, / subito metto / in settenario bettola» con cui si apriva nel 1973 Riva del sole, sua raccolta d’esordio.
Tra i molti elementi di fedeltà a sé stessa che caratterizzano la poesia di Buletti, nella nuova raccolta sembra invece emergere un elemento stilistico nuovo: le frequenti forme di ripresa e precisazione che interessano il lessico, a immagine dell’antitetico «la fragorosa fragile» riferito nel testo d’apertura alla vita (p. 11). Si veda l’articolarsi in tre tempi della considerazione che apre Gio svegliata anzitempo una mattina: «ma non furono i merli la tua sveglia / intempestiva, fu la strepitante, / fu comare cornacchia la gracchiante» (p. 12), o si consideri alle pp. 16-17 il testo intitolato Quintetto autunnale, dove tali riprese diventano addirittura strutturali e, come nelle stanze della tradizione medievale, legano tra loro le strofe (composte da endecasillabi non di rado sdruccioli):

Le foglie rosse del corno malato,
malato ma non tanto da non giungere
ad un altro ritorno dell’autunno,
dubbiose di durare si consolano
con la loro bellezza luminosa.

Alla loro bellezza luminosa
attirano gli sguardi dei passanti
due donne che camminano parlandosi:
(…)

Anche in questa nuova direzione, Buletti rimane tuttavia poeta che non impone, come testimonia la litote – figura dell’attenuazione e dell’ironia per eccellenza – che apre Bar Monti (2) («Non si trascuri / lo sguardo di speranza di chi entra / avventore nel bar», p. 19), modo molto bulettiano per (non) dire, attraverso una sequenza quinario-endecasillabo-settenario tronco: ‘si presti attenzione’. Così, tra un’osservazione e una meditazione, tra un endecasillabo e un settenario, la Smilza raccolta prosegue in un dipanarsi di fulminei sorrisi alla vita, fino all’ultima parola della raccolta, che è il verbo «tace». Ed è un dispiacere che una voce così preziosa taccia adesso per davvero.

*

Non tace però una voce che è stampata. Ecco dunque il valore che assume anche per i lettori italofoni il Petit précis d’émerveillement. Tra le pagine del volume si può infatti trovare il meglio della produzione di una vita: dalle prime raccolte risalenti agli anni Settanta e Ottanta (Riva del sole, Né al primo né al più bello e Terzo esile libro di poesie) fino alle plaquettes degli anni Duemila, edite per lo più da Mauro Valsangiacomo per Alla chiara fonte di Viganello. Peccato manchino nell’opera – perché è mancanza che si sente – le informazioni sulle raccolte di provenienza, e peggio ancora che non si distinguano chiaramente nell’indice sezioni e raccolte (e peccato anche per i refusi, presenti soprattutto nei testi in italiano).
La selezione antologica non poteva che essere rappresentativa, considerata la profonda coerenza dell’autore. Pagina dopo pagina si ritrova la postura scanzonata di «chi sogna ad occhi aperti fino all’ora del pranzo» (p. 28) che è stata propria di Buletti, scriba attento e parco, che non ha mai disgiunto l’atto di scrivere dalla riflessione sul perché lo si faccia. Si veda il carattere programmatico delle poesie d’apertura, costante che arriva fino alla Smilza raccolta: dal già citato «Io cerco parole abitabili» di Riva del sole (p. 20) fino al proclama di Discorso, con cui si apriva nel 1989 il Terzo esile libro di poesie:

Signori,
sarò modesto.
Non già che pensi che voi non lodiate
i miei versi armoniosi:
ma vi prego di credere:
è il soggetto
che conta nella vita dei poeti:
oggetto, predicato, complementi
lo inseguono contenti di cantarlo:
ed il soggetto è dato per fortuna,
per caso o per amore. (p. 50)

Non solo di scrittura ragiona però Buletti: una presenza costante e luminosa è quella della moglie Giovanna, che nei Segmenti di una lode più grande, del 2002, beneficia addirittura in apertura di un’intera sezione (Poesie per Gio). Quella di Giovanna è una figura che ricorda al poeta la gioia della vita, come nel testo intitolato Un bel silenzio, idealmente disteso tra l’avverbio «lietamente» e il sostantivo «sorriso», con, a insinuarsi tra i due, il molto bulettiano aggettivo «lieve»:

Un bel silenzio sta fra queste righe
di parole pensate lietamente.

Viene da te, s’incanta.

Si fa ancora più zitto, più cortese,
si fa velo fiorito, si sospende,
poi con un lieve sibilo si scioglie
al tuo primo sorriso. (p. 80)

Come dimostra quest’ultimo testo, composto da una sequenza di endecasillabi appena variata da due settenari, Buletti è fedele ai ritmi prosodici di sempre: la sua è un’attenzione alla metrica che, pur sviluppandosi dalla tradizione, non esita come detto a variarla o superarla, a immagine dei molti versi con chiusura sdrucciola, dunque ipermetri. Valga per tutti il già citato «in settenario bettola», che tradisce al tempo stesso una scelta metrica (ribadita nella poesia Capanna dal «riparo semplice / di frasche settenarie», p. 82), e una predilezione, quella per i bar, luogo dove scambiare «il chiasmo dolce della quattro chiacchiere / incrociate» (p. 44); ambiente di vita e perciò spazio emblematico per il poeta, perché, come ricorda Yari Bernasconi nella prefazione al Petit précis, si configura quale «un lieu à habiter, un lieu à partager» (p. 9). Si potrebbe a questo proposito osservare come la poesia di Buletti si stenda proprio tra la citatissima «bettola» dell’esordio e il Bar Monti (2) della Smilza raccolta.
Il «poeta minimo» rivendica poi a più riprese e sin dai titoli la forza ossimorica dell’effimero, che lo portava all’esordio ad accontentarsi di «parole abitabili» (p. 20) o che, come nel finale della poesia A un amico di Olten, certifica il prevalere dell’aerea vita sulla morte, che in questo caso pare essere quella delle lapidi e delle proverbiali quattro assi: «Per somiglianza occorre che scriviamo / poesie volatili, eterne e moriture: / altri incidano assi, bronzi, marmi / con parole perenni» (p. 76).
Percorrendo l’intera antologia ci si accorge poi di come negli anni sia sempre più emersa una vena di testi brevi, in cui l’arguzia dell’aforisma sposa la leggerezza dell’ironia (fino a lasciar intravvedere una tensione interrogativa che potrebbe persino parere spirituale, non ci fosse l’eterna bonaria allegria a mitigarla), come in Rima insistita, pubblicata nel 2005 in E la fragile vita sta nel crocchio:

Stendere anche l’opaco con nitore
scrivere con fervore
ma salvare l’enigma
non farsi di certezza servitore. (p. 136)

Un altro testo che, come molti di Buletti, può valere quale summa del modo che aveva il poeta di abitare la vita e le parole.

*

A dimostrazione di come il valore di Buletti fosse già stato riconosciuto, i suoi testi non erano nuovi alla traduzione: le prime tre raccolte, nella versione francese di Adrien Pasquali, erano ad esempio comprese nel 1998 in un’edizione bilingue pubblicata a Losanna da Empreintes (Rivage du soleilNi au premier ni au plus beauTroisième frêle livre de poèmes). La traduzione preparata da Christian Viredaz per il Petit précis d’émerveillement dà adesso nuova vita a Buletti in francese, lavorando sull’insieme (o quasi) della produzione. Il risultato insiste sulle immagini e sulla tessitura fonica, lavorando parecchio a compensare le inevitabili concessioni. È il caso ad esempio quando Viredaz aggiunge delle rime laddove l’originale non ne prevedeva.

Intensamente ti amo mia dolcezza
tanto che ogni volta
qualche pungente scaglia
di te mi resta addosso
sbadatamente.

Intensément je t’aime ma douceur
tellement qu’à chaque fois
de toi quelques échARDES
s’accrochent à ma peau
par mégARDE. (pp. 38-39)

Il risultato d’insieme mostra poi quanto la traduzione sia inevitabilmente esegesi: il verso «Voli, viaggi, cammini, riposi», con cui si conclude la poesia Segmenti di una lode più grande, alle pp. 102-103, perde ad esempio nella traduzione («Voyages, vols, chemins, repos») la polisemia dell’originale, per cui tutte e quattro le parole potevano al tempo stesso essere dei verbi alla seconda persona o dei sostantivi plurali. La conclusione della poesia Pausa invece («Tace la Musa, annusa / l’aria, la via, / l’ambiente / e – niente – si ritira / suona – mette – la piva, / dà disdetta all’Impegno, / aspetta un segno, / diletta.», p. 64) è stata risolta in modo diverso da Pasquali e da Viredaz: dal primo con un sostantivo («bien-aimée»), dal secondo, più propriamente, con un verbo («enchante»), che offusca appena, forse, la contrapposizione tra impegno e diletto che reggeva l’originale. Nello stesso testo, un vero e proprio gioco di parole mette in difficoltà entrambi i traduttori (e valga come prova della malizia a tratti intraducibile della lingua di Buletti: le versioni rimangono molto buone): l’incrocio tra le espressioni suonare la piva (‘suonare la cornamusa’) e mettere la piva (‘fare il boncio’) è risolta da Pasquali con «joue – façon de parler – de la cornemuse» e da Viredaz con «joue – mettons – de la cornemuse». Non di sole faglie è però fatta la traduzione: Viredaz si dimostra molto attento a salvare la coerenza fonica dell’insieme, come nel frammento Un giorno piovoso 2., dove, scivolando nella versione francese da /k/ a /sc/ (ma recuperando il primo suono nel nesso qu- di «quitte» e «quai»), la poesia rinasce a nuova vita:

L’arCA resta all’attrACCO,
al paterno CAstigo è dato sCACCO.

L’arCHE ne QUItte pas le QUAI,
au CHÂtiment du père, éCHEc. (pp. 188-189)

Ed è un autore tutto a rinascere (o se si vuole a continuare a vivere) in questi volumi e in queste versioni. Per la gioia di tutti.

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