Intervista a Annetta Ganzoni e Monika Schüpbach

Pierre Lepori su La figlia prodiga e altre storie di Alice Ceresa

Le prime prove letterarie di Alice Ceresa sono il racconto Gli altri sulla rivista di Guido Calgari «Svizzera Italiana» (1943) e Sabina e il fantasma su «Botteghe Oscure» (1952): quali le caratteristiche di queste prime pubblicazioni di Alice Ceresa? La fortissima componente sperimentale che troveremo nei due romanzi è già rintracciabile precocemente?

Occorre dire, per cominciare, che il materiale approdato nel 2003 presso l'Archivio Svizzero di Letteratura non è ancora stato studiato dettagliatamente.

Secondo le prime superficiali costatazioni si può comunque notare che testi degli anni giovanili sono composti in uno stile molto più tradizionale. La scrittura sperimentale, per Alice Ceresa, fu il frutto di un lungo lavoro personale di ricerca stilistica.

L'esordio narrativo (in volume) avviene nel 1967, due anni appena dopo il secondo congresso di Palermo (in cui il Gruppo '63 aveva discusso del Nouveau Roman): ma La figlia prodiga attendeva d'essere pubblicato già da alcuni anni (un estratto viene pubblicato da «Menabò» nel 1965). L'influsso delle nuove teorie romanzesche è evidente in quest'opera meta-narrativa che anticipa i maggiori titoli degli autori della neoavanguardia italiana: Il gioco dell'oca di Sanguineti (1967), La vita eterna di Camon (1972) Pinocchio, un libro parallelo di Manganelli (1977), Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino (1979). Quali furono i contatti con questi esponenti della cultura italiana dell'epoca? Quanto Ceresa ne fu influenzata e quanto invece la sua conoscenza della letteratura tedesca e francese le consentirono un accesso diretto agli autori dell'avanguardia europea (Esercizi di stile di Queneau, che in Italia Eco traduce solo nel 1983)?

C'è chi sostiene che Alice Ceresa avesse spesso insistito sul fatto di non appartenere all'avanguardia letteraria. Al contempo, tuttavia, non si può dimenticare il sostegno che la scrittrice ricevette da parte di alcuni rappresentanti del Gruppo '63. E va detto che Ceresa partecipò di persona al quarto incontro del Gruppo, che si svolse a La Spezia, nel giugno 1966: si trattò di un incontro di lettura, a cui presero parte, presentando il loro lavoro, oltre ad Alice Ceresa, anche alcuni grandi nomi del movimento d'avanguardia come Alfredo Giuliani, Adriano Spatola, Antonio Porta; ed anche alcune donne, come Patrizia Vicinelli e Amalia Rosselli; altri scrittori presenti furono Vincenzo Accame, Nanni Cagnone, Roberto Di Marco, Luciana Marucci, Cesare Milanese, Rossana Ombres, Renato Pedio, Lamberto Pienotti, Gaetano Testa, Luigi Tola, Vincenzo Torricelli. Tuttavia: dalle testimonianze presenti all'archivio bernese, abbiamo più spesso l'impressione di una scrittrice che aspirava ad una grande autonomia, a tutti i livelli, soprattutto dal profilo letterario. Alice Ceresa cercava il pensiero e l'azione indipendenti dagli altri. Nemmeno i libri della biblioteca personale dell'autrice (non tutti si trovano a Berna) lasciano trasparire uno rapporto troppo stretto col Gruppo. Certo, si trovano alcuni volumi degni di nota, in questo senso, come Ma noi facciamone un'altra poesie 1964-1968 di Nanni Ballestrini, oppure Il ragazzo morto e le comete, Sillabario 1, Sillabario 2 di Goffredo Parise. A questo si aggiunga che nel lascito si è potuta rinvenire anche una modesta collezione di articoli (una buona decina)sull'avanguardia; sono articoli che l'autrice stessa raccolse e collezionò, da cui si evince dunque un sicuro interesse per la questione.

Il romanzo d'esordio vinse il Premio Viareggio Opera prima: quanto questa repentina consacrazione letteraria ha contato per Alice Ceresa? E' stata anche in qualche modo un'inibizione, oppure la decisione di pubblicare con tale parsimonia è totalmente interna all'esigenza estrema dell'autrice?

Il prestigioso premio fu una tappa importantissima e un'affermazione inattesa nella carriera letteraria della giovane scrittrice. All'epoca era convinta che la "trilogia" non le avrebbe preso più tanto tempo: lo dice lei stessa in un'intervista televisiva con Eros Bellinelli, nell'agosto del1967. Fu festeggiata tra l'altro da alcuni "padrini" letterari, quali Italo Calvino o Ignazio Silone e il suo lavoro venne da subito riconosciuto e valorizzato dalla critica. Evidentemente Alice Ceresa era esigentissima e dotata di un forte senso dell'autocritica. Se il premio invece sia stato anche un'inibizione non è ancora chiaro, perché mancano ricerche approfondite su questo aspetto. La letteratura era tuttavia per Ceresa un bisogno quasi innato e il Premio Viareggio non cambiò probabilmente il suo modo di fare e di scrivere.

Il sottotitolo de La figlia prodiga è Edificazione e sistemazione di un personaggio; si tratta in effetti di un personaggio femminile, anzi di un capovolgimento voluto della figura evangelica del figliuol prodigo. In che misura Alice Ceresa fu influenzata dalle teorie femministe dell'epoca, da quali autrici in particolare, attraverso quali canali?

Non è ancora possibile, oggi, dire niente di concreto: gli aspetti biografici della vita di questa scrittrice sono ancora da studiare. Si può tuttavia notare almeno che Alice Ceresa, in quanto donna, non si sentiva membro della società a pieno titolo, e questo deve averla molto offeso. Si pensi solo che il padre non volle sostenere finanziariamente i suoi studi: già tale decisione, per una ragazza energica, decisa e interessata come Alice Ceresa, deve essere stata molto umiliante e difficilmente accettabile (si veda la lettera al padre citata nell'articolo di Jacqueline Aerne).

Tutta l'opera di A.Ceresa ruota intorno ad alcuni temi centrali: l'infanzia, la femminilità, la famiglia patriarcale. Un retroterra autobiografico è facilmente immaginabile, sebbene filtrato da una costante ironia, da una sorta di luce gelida e beffarda. E' possibile ricostruire dei riferimenti autobiografici nelle opere di questa autrice?

Si può facilmente rintracciare un «retroterra autobiografico» all'opera di Alice Ceresa, ma non è questo che le interessava. Anzi, ella stessa ha dichiarato (nell'intervista di Bellinelli per la Televisione Svizzera Italiana) che la propria non è mai stata una scrittura autobiografica. Uno dei motivi per cui ha ripetutamente rielaborato il primo romanzo era proprio il tentativo di trovare una forma di espressione valida in generale (e non per il caso singolo). Nel paratesto della Figlia prodiga si trova la seguente citazione di Alice Ceresa: "Ho tentato di narrare un'avventura individuale nella sua parabola vitale, sostituendo non solo a un personaggio credibile un personaggio artificiale, ma anche al tessuto narrativo convenzionale e «probabile» un testo astratto, che fosse tuttavia in condizione di svolgere lo stesso ruolo educativo e sensibile solitamente e per altro genere di avventure affidato ad elementi quali la descrizione, il dialogo, la sospensione ecc.. E' chiaro però che l'esperienza personale della vita di famiglia e dell'essere donna la segnarono profondamente. In una nota retrospettiva sulla sua attività letteraria, la scrittrice costata: «Scrivo da sempre, ho pubblicato poco. L'unico argomento che mi interessa nello scrivere è la questione femminile: ma non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, poiché investe anche il mio rapporto contrastato con la letteratura» (Nascere già emigrata, «Tuttestorie», n° 2, 1994, p. 38). Una cosa è certa, però: Alice Ceresa detestava l'autobiografismo e dal profilo letterario cercava ben altro. Cercava anzi di «tener fuori» o di eliminare gli elementi più personali nei suoi testi (difficile - allo stadio attuale delle ricerche - dire se ci sia riuscita o meno).

Il volume recentemente pubbicato da La Tartaruga raccoglie la quasi integralità della produzione di Alice Ceresa. La scrittrice non ha tuttavia mai smesso di scrivere e all'Archivi Svizzero di Letteratura sono depositati diversi manoscritti. Che cosa ci rivela questo materiale? Esistono testi che sarebbero ulteriormente pubblicabili? La figlia prodiga e Bambine erano i due primi elementi di una «trilogia», che la scrittrice non ebbe il tempo di terminare: esistono abbozzi o versioni della terza parte di questo trittico romanzesco?

All'inizio della sua carriera Alice Ceresa ha pubblicato anche vari racconti in versione tedesca. Nell'archivio si trovano inoltre dei manoscritti e dattiloscritti di vari testi a cui ha lavorato per anni, che però non ha ritenuto pronti per la pubblicazione. Uno è Il ratto delle Sabine, sviluppato negli anni 1945-1953, probabilmente ispirato al film di Totò dallo stesso titolo, uscito nel 1945. In questi materiali troviamo delle prove teatrali in francese e in italiano, ed anche prose nelle due lingue. Negli anni 60', dopo la Figlia Prodiga, Alice Ceresa ha lavorato a Stratificazioni e negli anni 70'-90', ad intervalli irregolari, al Piccolo dizionario dell'ineguaglianza femminile. Quest'opera era incentrata su una serie di «voci di dizionario» che - completate - avrebbero offerto una summa concettuale sulla questione femminile. Singole voci sono state rielaborate e utilizzate in altri testi (Grammatica in Tuttestorie 6/7, 1996/1997, pp. 45-46), ma l'impresa del Piccolo dizionario è stata poi completamente abbandonata. È probabile che a scoraggiare Alice Ceresa sia stata tra l'altro la pubblicazione del Sillabario dell'amico Goffredo Parise, uscito nel 1972 e nel 1982; anche quest'opera, oggi considerata il capolavoro di Parise, parte da voci da dizionario, seppur con stile e intenzioni assai diversi. Pur non essendo stato portato a termine, l'inedito dizionario può essere considerato un'importante tappa stilistica nel lavoro di scrittura che puntava a quel registro scarno, preciso e sintetico che oggi ritroviamo in Bambine (si veda il Facsimile 2004 degli Amici dell'Archivio svizzero di letteratura). Per quanto attiene l'annunciata trilogia, la terza parte non è facile da individuare con certezza tra le sue carte; esistono varie ipotesi al riguardo.

La lingua romanzesca di Alice Ceresa è al contempo estremamente precisa e inattesa (soprattutto sintatticamente): quali le sue caratteristiche e quanto debbono al bi-linguismo dell'autrice (nata a Basilea, formatasi poi in Ticino)? Quanto l'attività di traduttrice ha influenzato uno stile che sembra «dato» una volta per tutte sin dal principio?

Si potrebbe rispondere citando direttamente Alice Ceresa, che sulla questione del suo bilinguismo - e sull'emigrazione in particolare - si è espressa molto chiaramente: «Mi è dunque successo di nascere per così dire già emigrata. Come spesso succede nella Svizzera quadrilingue, la mia famigliola di lingua italiana si era trasferita nella Svizzera tedesca, dove io appunto venni al mondo. Per cui, benché a casa si parlasse la nostra lingua, la vita intorno a noi si svolgeva nell'altra. E così immagino che ho incominciato a capire quanto si diceva, e a parlare, in due lingue contemporaneamente senza nemmeno rendermene conto. I bambini sanno sopportare questo ed altro. La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale (giochi, asilo infantile e prime classi elementari) in tedesco. Non ricordo traumi e difficoltà apparenti, direi anzi che la cosa mi sembrava normalissima. Le complicazioni incominciarono quando la famigliola si ritrasferì nella sua terra di origine, anche le scuole subentrarono in italiano, l'intera comunità si esprimeva come noi a casa, e io mi ritrovai con una lingua in più che non solo non serviva a nulla, ma aveva pure degli strascichi estremamente fastidiosi: per esempio pronunciavo automaticamente l'alfabeto in tedesco per il grande sollazzo della classe […]. Il problema linguistico mi si pose dunque in qualche modo all'inverso, ma pur sempre come problema, e senza dubbio mi diede da riflettere, non so con quanta fortuna per la correttezza dei miei ragionamenti; so però che tentai in tutti i modi di dimenticare quella seconda lingua che non mi poteva e non mi doveva corrispondere più. Incominciai perfino ad aborrirla, al punto di rifiutare qualsiasi lettura in tedesco: il che per un topo di biblioteca che ero rappresentava un sacrificio immane. Suppongo che ero incappata in un problema di identità. […] Ho poi imparato altre lingue, ho abitato in svariati paesi, non ricordo estraniamenti di nessun genere se non sempre riferibili alla lingua» (Nascere già emigrata, in: Tuttestorie. Racconti Letture Trame di donne, nr.2 nuova serie, novembre 1994, pp.38-39).

Quali contatti Alice Ceresa mantenne con la Svizzera, i suoi intellettuali, gli scrittori? Ci fu uno scambio, un influsso, una nostalgia?

Alice Ceresa ha certamente mantenuto dei contatti con la Svizzera e con i rappresentanti della Svizzera a Roma. In primo luogo, ogni estate andava in «pellegrinaggio» a Cama, in Mesolcina, per rivedere la famiglia. Inoltre in alcuni scritti ha spiegato la sua visione del paese natio. Era però piuttosto schiva e non viaggiava volentieri. In Svizzera tornò tuttavia anche per motivi letterari: nel 1992 accettatò l'invito alle Giornate Letterarie di Soletta e prese parte al Battello per tra-durre, organizzato della Collana CH, nell'edizione del 1998. Dal carteggio possiamo evincere poi una serie di contatti epistolari con singoli autori, dalla psicanalista Aline Valangin, a Gerold Späth (di cui tradusse Commedia, per la Sellerio), da Maja Beutler a «datori di lavoro» come la Pro Helvetia, senza dimenticare i critici letterari, come Alice Vollenweider e Heinz Schafroth (che riceveva volentieri a Roma). Non si trovano note nostalgiche nel lascito: sembra che Alice Ceresa non si sia mai pentita della sua emigrazione.

* Annetta Ganzoni è conservatrice dei fondi italiani e romanci dell'Archivio Svizzero di Letteratura (ASL), presso la Biblioteca Nazionale di Berna, ove sono depositati dal 2003 gli archivi personali di Alice Ceresa, attualmente in corso di riordino.

** Monika Schüpbach, ricercatrice, lavora attualmente a una tesi di dottorato sull'opera letteraria di Alice Ceresa.

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