Giallo d'Avola

Yari Bernasconi su Giallo d'Avola di Paolo Di Stefano

Non è mai stato facile definire le differenze tra realtà e finzione. Ma l’impressione è che, nel caso di Paolo Di Stefano, questa distinzione importi poco. È vero, leggendo i suoi romanzi – in particolare gli ultimi – si sentono da una parte il genere della cronaca o dell’inchiesta giornalistica, dall’altra l’incalzare della scrittura romanzesca. Non si tratta però di una mera coesistenza, quanto più di una profonda fusione, dove – come detto – importa poco che un aspetto sia reale o meno, perché finzione e realtà parlano un linguaggio comune, ricco di empatia e umanità. Ha ragione Federica Alziati quando parla di «vocazione al racconto che si spinge ben oltre i limiti della restituzione degli eventi»; dove «l’esigenza di narrare si risolve in un’indagine approfondita sempre in precario equilibrio tra contingenza e memoria, scavo costante nella dimensione più intima e magmatica dei personaggi» (Il precario equilibrio del narrare, in «Viceversa Letteratura», n. 7, 2013, p. 19). Del resto, dopo il corale La catastròfa (Sellerio, 2011), che ritornava alla tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956) attraverso le voci dei minatori, Di Stefano prende spunto da un caso giudiziario che si sviluppa tra il 1954 e il 1961 mettendo subito in guardia: «Questo libro si basa sulla lettura di atti giudiziari, su testimonianze orali e su cronache di giornale, ma essendo un romanzo si prende la libertà di usare anche la fantasia».

Il titolo di questo giallo giudiziario (stando alle leggi del marketing dovrei piuttosto scrivere – chissà poi perché – legal thriller) è Giallo d’Avola, pubblicato ancora dalla casa editrice palermitana Sellerio. La vicenda sembra piuttosto semplice: la mattina del 6 ottobre 1954 scompare il contadino Paolo Gallo, lasciando solo un basco e diverse macchie di sangue; il fratello Salvatore, contro il quale Paolo era da sempre in guerra aperta (sgarbi, percosse, insulti), viene – senza troppa acribia criminologica – incolpato di omicidio con il figlio e imprigionato. Nasce così un andirivieni di avvocati, testimonianze, sedute, incontri, con lo sfondo di un mondo – quello siciliano – diviso tra modernità e arretratezza, codici ancestrali, malelingue e credenze a tratti allucinanti. Una rottura acuita dai personaggi, spesso incapaci di interagire e comunicare in modo costruttivo: basti pensare ai contadini per lo più analfabeti ed educati alle leggi tacite della sopravvivenza, della fatica fisica, o ancora dei codici d’onore (ritorna alla mente Saru Argentu detto Tararà, protagonista della celebre novella di Luigi Pirandello La verità). Come alle pp. 179-180:

Salvatore Gallo e suo figlio in quella prima giornata non erano riusciti ad alzare gli occhi per guardarsi intorno e con le teste chine restarono chiusi dentro il circolo ristretto che andava e veniva dalle loro ginocchia, alle scarpe, al pavimento. Era la vergogna per il delitto commesso o la ferita dell’oltraggio subìto? Era orgoglio, rabbia o viltà? Era autentica umiliazione o era inerzia nell’affrontare la verità? Quei due rimanevano indecifrabili anche alla scienza quasi esatta dei grandi avvocati. Incomprensibile il fratello Giuseppe, incomprensibile Pauluzzu, nevrastenica e astrusa la Giannone, chissà che cosa si portavano dentro, quali ombre.

Paolo Di Stefano trasmette il disagio anche attraverso lo stile, sull’onda della Catastròfa: il siciliano s’insinua nell’italiano (soprattutto nei dialoghi e nelle parole dei contadini, ma non solo), senza per questo intaccare la leggibilità, che rimane fluida e incalzante, con alcuni scatti ironici che spingono al sorriso. «Maresciallo, maresciallo Luminoso, u mmazzaru, u mmazzaru, u dìssiru e u fìciru!», per esempio, segna l’entrata in scena della moglie di Paolo Gallo (il titolo del primo capitolo è proprio «U mmazzaru, u mmazzaru!»). In generale, l’umanità dei personaggi è presto avvolgente, anche quando i loro comportamenti risultano inconcepibili o inaccettabili. Il romanzo, piuttosto che prendere posizione, permette al lettore di penetrare nelle diverse prospettive, richiamando sentimenti tutt’altro che razionali, ma non per questo meno importanti.

Il tempo che trascorre e accompagna il deperimento psico-fisico di Salvatore Gallo, vittima di una disperazione assoluta e dunque – questa sì – riconoscibile da tutti, non è limitato al microcosmo siciliano. Di Stefano non dimentica infatti di situare la vicenda nel grande ingranaggio della storia italiana, allargando quando possibile il contesto (e alimentando indirettamente i contrasti). Un esempio alle pp. 182-183, dove ritorna anche Marcinelle:

Ai bambini la pubblicità del «Corriere della Sera» quel giorno consigliava Euchessina, la «dolce pastiglia purgativa». Agli uomini con la barba dura consigliava le lamette Lam. A tutti consigliava Anisetta Meletti, «sempre deliziosa». Il governo avrebbe chiesto la fiducia per ottenere l’incremento delle tariffe elettriche. Da gennaio si annunciava un forte aumento del prezzo del carbone. Un mese prima erano tornati nei rispettivi paesi i cadaveri dei minatori italiani morti a Marcinelle, in Belgio. Il vecchio Sturzo aveva sparato a zero contro la politica «statalista» dell’Eni di Mattei. Un gioielliere milanese, condannato e poi assolto per frode fiscale, chiedeva allo Stato un miliardo per danni. Entro la fine dell’anno la televisione avrebbe raggiunto il 95 per cento del territorio italiano, comprese le Marche, la Lucania, l’intera Calabria e le Isole.

Alla fine, nell’intreccio degli elementi, a fare da perno, troviamo l’uomo con i suoi limiti e le sue speranze, i suoi istinti e le sue convenzioni. Troviamo uno specchio che a tratti può sembrarci distante, ma che presto o tardi rifletterà pure una parte (piccola o grande) di tutti noi. Allora cosa significa distinguere letteratura e realtà? È come prendere una scala di Escher, sembra suggerire la mise en abîme insita nel dialogo di due avvocati, a p. 123:

– Può essere che padre e figlio siano attori tanto straordinari di una sceneggiata?

– In questa storia gli attori sono diversi, ma non si capisce chi recita e chi no.

– Qui tutti recitano un po’, mi pare...

– Pare di essere in una commedia di Pirandello.

– Questa è Sicilia, e non è letteratura.

Scoprire di più su Giallo d'Avola