Eccessi di luce: Il numero dei vivi di Massimo Gezzi
Lorenzo Cardilli su Il numero dei vivi di Massimo Gezzi
L’ultima raccolta poetica di Massimo Gezzi, Il numero dei vivi, si presenta fin dall’indice come un libro dotato d’una struttura forte e calcolata. L’ordine delle sezioni rispecchia una specie di progressione numerica, che in realtà esprime un’operazione etico-filosofica. La riassumiamo qui con qualche libera inferenza: Zero + Uno, Più gli altri = Il numero dei vivi. Questa somma o sommatoria rende la torsione esistenziale con cui il poeta abbandona il vecchio nichilismo per una nuova, luminosa apertura, basata sullo sconfinare dell’io nella dimensione della solidarietà sociale. Il motivo della progressione è sviluppato con rigore nella seconda sezione, in cui il titolo di ogni testo comincia con un numero da uno a dieci (ad esempio Due abbracci o Nove cose che capitano), in ordine crescente; nelle altre sezioni il vincolo si allenta, ma ne rimangono tracce sparse, specialmente nei titoli o nelle articolazioni interne dei testi. Fin dai primi componimenti si rivela lo stile della raccolta, diviso tra un registro riflessivo, da sermocinatio, e un accanimento quasi voyeuristico per quadretti umani e naturalistici, più o meno scorciati ma tutti ripresi “con camera a mano”. Le impennate liriche sono integrate e strette tra queste due esigenze “morali” e tecniche. Queste vene si mescolano spesso, come in Cinque finestre, in cui l’istantanea è seguita da un’esortazione da training autogeno, marcata anche tipograficamente dal corsivo:
Il movimento delle foglie contro la luce
del pomeriggio di metà ottobre.
Due corpi coincidenti sopra il letto,
a porta chiusa. Passi più vicini: veloci, ricomporsi.
Risalire di gradini: via libera,
spogliarsi.
_Smettila di credere che il silenziosignifichi nulla. Riscrivi questa lista:
ronzii dal frigorifero, automobili che vanno,
acufeni nelle orecchie, ambulanze,
il tuo respiro._
(p. 22)
Da notare l’effetto di staccato, un po’ per ragioni di montaggio, un po’ per l’esigenza “analitica” di convocare i fenomeni, di includerli in un sistema di domande e (possibili) risposte. Lo staccato è il riflesso della non-corrispondenza, delle difficili compatibilità a cui vanno soggetti i viventi. Emblematica la poesia per la morte di Zanzotto (Sei minuti del 18 ottobre 2011), evocata indirettamente, a partire da moventi “casuali” e dislocati nello spazio. A livello della superficie stilistica, il poeta “alza” o “abbassa” il volume dell’io, a seconda delle esigenze in oggetto: si va dal massimo dell’aneddoto (Due abbracci) ai minimi dell’istantanea o del bozzetto (Otto fotografie su una bacheca, Lo spazio percorso). Questa escursione non impedisce di assumere in molti luoghi un tono interlocutorio e da pedagogo, come in Dieci piani in via ***, in cui una parola o un sintagma viene collegata a scorci di esperienza quotidiana, dall’incidente stradale all’incontro amoroso fino al licenziamento o alla malattia terminale. Una sorta di Iñarritu prima maniera (il regista messicano di Amores perros e 21 grammi), ma supercondensato e con varie preoccupazioni prescrittive in più. Un altro esempio, davvero lezioso, è Sette raccomandazioni alle foglie cadenti, in cui il poeta esorta con paternalismo la “natura” a fare bene il suo lavoro: («Spalancatevi, splendete. Coloratevi di smeraldo […]. Nel cadere, soprattutto, siate lievi. Ognuna avrà il suo pezzo di prato, la sua pietra», p. 27).
I testi si muovono con scioltezza tra le “esperienze di vita”, dalla signora che gioca a racchettoni (Una signora) alla cronaca (Strillo) fino ai motivi più strettamente privati o teoretici (Un congedo, Lettera a Fabio). Dietro la libertà tematica, Il numero dei vivi rimane molto coeso, quasi un libro a tesi. L’autore vuole difendersi contro l’impermanenza e la rovescia in valore positivo: ogni vissuto ha il suo qui e ora, la possibilità di essere affrontato, o almeno letto, con decenza.
L’operazione esistenziale che informa la raccolta è dichiarata a caratteri cubitali alla fine del componimento posto in limine: «Difendi questa luce, se sei un nulla | come tutti. Difendi questo nulla | che non smette di essere. Smetti tu di tirare | righe scure, di cancellare. Tocca il tavolo, la carta. | Impara un’altra volta a far di conto: | non sottrarre allo zero, aggiungi uno» (E poi? Pareti, porte chiuse, fumi che si disperdono, pp. 13-14). Ogni esercizio poetico esemplifica il teorema, è un tassello del piano in cui Gezzi ha chiuso le urgenze e le mete della poesia. Il prezzo della coerenza è una specie di perenne ipotensione, una poesia che si inibisce ogni conquista perché tutta presa a garantire la qualità delle sue scoperte. Anche là dove non ceda al rovello dialogico o alla tentazione dell’analisi, il testo trasmette di continuo il suo mantra esistenziale, con voce grossa anche quando “parla basso”. E il veicolo figurale primario dell’operazione è senza dubbio la luce, come la poesia d’apertura anticipa in modo programmatico. Lungi dall’essere un mero elemento descrittivo, la luce è un attante onnipresente nel libro: gli effetti di luce non si contano, producono un contrasto filosofico e non solo visivo. Dal bozzetto autunnale di Cinque finestre alla visitazione mancata in Responso per R. fino al Discorso ai nuovi vicini («Difendere un perimetro di luci», p. 74), per arrivare alla prosopopea di Strillo, in cui si riflette sullo scandalo di un caso di cronaca nera: «Quali abissi attraversano gli uomini | e le donne? Niente, nessuno | sembra scandire la domanda. | L’avrà pure pugnalato, risponde la luce, | ma tu mi vedi ancora indorare | i binari e fare glicine l’aria. | Hai ragione, luce d’alba» (p. 66).
Nonostante l’affettuoso Colloquio con l’ombra (o i dubbi di Ultima domanda), in genere i testi inseguono l’illuminazione come necessità interiore e insieme “civile”. Stili e contenuti sono a mollo in questo bagno solare, e il rischio è quello di sciogliere nell’indistinto ogni punta, ogni nodo, ogni possibile resistenza del mezzo. In altre parole, il combustibile della morale non basta ad alimentare certe scelte testuali, e l’ingranaggio a volte non gira. È il caso di una mano estremamente prosastica – quasi da neorealismo – a cui mancano le giustificazioni (L’intagliatore di lattine, Traccia n. 4); di un andamento interlocutorio, ragionativo e (auto?)maieutico, tutto preso da una pedagogia “dell’esempio” (Unisci i puntini); dell’estetica melò con cui si parla dei sommersi o delle gioie personali (Tre per una figlia). Attraverso strategie differenti la poesia è tesa in un continuo sforzo di adaequatio alle cose con o senza storia: una redenzione facile, che salva senza imporre i tradizionali “impegni” della lirica. Il risultato nasconde un lifting, un aggiornamento dei vecchi evergreen sullo stile, ma disinnescati, resi molto più maneggevoli, diminuiti del rischio. Il numero dei vivi risulta più fresco là dove è più sbrigliato, quando cede all’espressionismo o all’inventiva, come in Quattro strati sotto piazza Matteotti o nella “suite” Corpi («Da ragazza mi piaceva masturbarmi con le matite. | Mi sedevo sulle canne mozze, sulle radici più nodose», p. 45). In questi casi, la smania dimostrativa si allenta e con più buio si intravedono i volumi. Ma, oltre le zone marginali, la luce dilaga nella “grande circolazione” della raccolta, vanificando le profondità figurali, gli stacchi della prospettiva. In questo lucore abbacinante e non di rado consolatorio si addensano a volte “coaguli” o “tappi”. Come nei versi di Lettera a Fabio, in cui – nonostante l’apertura di credito – la presa, l’efficacia di ogni strumento è disinnescata, spenta nell’“inequivocabile”.
[…] Sbagliavo direzione, caro Fabio,
non capivo che la geografia delle valli
e dei laghi ammette ancora incidenze,
simmetrie, perpendicolarità
tra vuoti e pieni. Era il lusso di un nulla
imperturbabile, il mio, già sazio di qualunque
delusione, dolore. Eccola, invece, la scacchiera
degli eventi: siamo noi – hai fatto un gesto –,
_custodiamo una vicenda
di partenze e ritorni, la storia di un altro
che ancora non si vede ma già chiede
risposte a una domanda indecifrabile_.
_Prova a indovinarla anche tu dalla sua voce.
Ricorda quegli anarchici che vanno verso nord…_
(pp. 75-76)