Dietro il vetro dell’acquario: qualche appunto sui «pesci d’aeroporto» di Angelika Overath

Yari Bernasconi su «Pesci d'aeroporto [Flughafenfische]» di Angelika Overath

«Accanto al suo letto, in cui ora giaceva così quieta, immersa nella luce verde – e lei la sentiva respirare – capì che sua madre era stata una creatura mortale. Il respiro doveva essere un’illusione, un’allucinazione sensoriale. La madre era morta». Già nel precedente Giorni vicini (Keller, 2012), introdotto dalle celebri – ma programmatiche e tutt’altro che casuali – parole di Robert Capa «If your pictures are not good enough, you’re not close enough», Angelika Overath aveva dimostrato di avere uno sguardo particolarmente penetrante. In quel romanzo, la prima traduzione italiana dell’autrice di origine tedesca, una donna si trova a (in)seguire i suoi ricordi all’interno della casa della madre appena deceduta (viene in mente la «zona disagio» di Jonathan Franzen), tratteggiando una sorta di piccola storia familiare.

Ora, in Pesci d’aeroporto, uscito alcuni mesi fa a cura di Laura Bortot (che aveva tradotto anche Giorni vicini), la Overath riesce a ripetersi moltiplicando le prospettive. Se lo scenario entro cui si sviluppa il romanzo è uno dei luoghi transitori moderni per antonomasia, vale a dire l’aeroporto, i personaggi a cui ci si avvicina sono tre, ognuno con la propria storia. Da una parte Tobias e Elis, dall’altra un fumatore che è appena stato lasciato da una donna dopo una lunga relazione. Quest’ultimo sembra essere una voce trasversale, un po’ malinconica e un po’ sarcastica («Il matrimonio d’amore è un’invenzione decadente, con neppure cento anni di vita. Felicità, per una vita! Siamo in una favola? Forse esistono brevi matrimoni felici. Chi agli dei è caro...»). Di certo disillusa:

E come era tornata indietro più tardi, ubriaca di sale e di mare, di quel vento. E rideva ed era bagnata fino alle cosce lunghe, e aveva ancora le tasche dei pantaloni piene di alghe viscide. Quegli arboscelli tentacolari umidi e bisbetici. E mi aveva ferito profondamente, quella felicità senza senso mi aveva ferito profondamente. L’avevo stretta a me, bagnata com’era, e l’avevo baciata. E anche lei mi aveva baciato, ma avevo avuto la sensazione che quel bacio non fosse rivolto a me. Non era neanche rivolto a qualcun altro. O lo era a tutti. Baciava come rideva, baciava il vento, il mare. La sua insulsa certezza di essere lì, quell’estate. [pp. 109-110]
Davvero non posso fumare quanto vorrei. Non lo sopporto più. Ci mancava anche la tosse ora. Probabilmente ho già un aspetto penoso. L’età è penosa. Cos’altro! È ingiusto. Lo stesso copione: ciangottare, sbavare, mettere il pannolino. Solo che non c’è più nessuno ad amarci. Nessuno ad allattarci. [p. 112]

Tobias, invece, è «acquarista», «responsabile dei duecentomila litri di acqua di mare contenuti nella vasca di uno dei più grandi aeroporti del mondo». Un mestiere che gli permette di incrociare migliaia e migliaia di viaggiatori, senza essere forzatamente in contatto con loro: «Conosceva i percorsi dei viaggiatori in transito. Era in grado di associare fisionomie e bagagli a mano, di collocare comportamenti alimentari e posizioni di riposo. Non parlava mai con loro. A meno che non fossero loro stessi a rivolgergli la parola per sapere qualcosa». Un approccio alle persone non dissimile da quello di Elis, che è «fotografa per riviste patinate, abituata a lavorare con gli occhi, a riconoscere [...] il momento giusto, decisivo». Anche lei si è separata da un compagno che ricorda spesso, un pilota d’aerei, un capitano: «No, non lo amava. Non si era mai trattato di amore. E tuttavia [...] sarebbe rimasta ancora con lui». Il nodo di Pesci d’aeroporto sta soprattutto nell’incontro tra Elis e Tobias – «Quell’uomo non la riguardava affatto. Eppure qualcosa destava il suo interesse» – e sull’istintiva, misteriosa curiosità o attrazione che li coinvolge.

Uno dei grandi meriti di Angelika Overath è proprio lo sguardo sulle cose. Si è citato Capa e il suo «close enough», ma l’autrice di Pesci d’aeroporto non è solo in grado di avvicinarsi alle vite che mette a fuoco: sa dove indugiare. Così ogni vita schiude dei dettagli riconoscibili, toccanti, commoventi. Entriamo nelle biografie dei personaggi in punta di piedi, ma presto ci adagiamo e accogliamo il loro punto di vista, che può essere parziale, affrettato, doloroso, ma è soprattutto umano e dunque vicino. In questo senso, lo stile non può che aiutare, con la sua andatura a scatti, ritmata e brillante, resa ottimamente nell’italiano di Laura Bortot, che del resto per Giorni vicini annotava: «Il ritmo accelera, quindi rallenta, modula il passo, e il traduttore infila il piede nelle sue orme, tenendosi a breve distanza per non perderne le tracce, il respiro».

Il lettore non deve attendere molto per avere la conferma di una mise en abîme tanto ovvia, quanto (ogni volta) sorprendente. È la Unendliche Geschichte di Michael Ende. La letteratura siamo noi. Pesci o umani. E siamo tutti dietro al vetro di un acquario:

I viaggiatori migravano l’uno verso l’altro. C’erano volti che tornavano, scomparivano e ritornavano. Li si riconosceva, senza un saluto, che già si erano persi. Quel rapido rivedersi scivolava nella memoria vuota di un déjà vu. Siamo su uno schermo, pensò, siamo un film. Per quale curioso osservatore? [p. 35]

Scoprire di più su «Pesci d'aeroporto [Flughafenfische]»