Cuore di bestia [Rapport aux bêtes]
Yari Bernasconi su Cuore di bestia [Rapport aux bêtes] di Noëlle Revaz
Si può discutere a lungo sul ruolo del traduttore letterario: su quanto sia necessario possedere un certo talento, su quanto le traduzioni letterarie vadano considerate come vere e proprie creazioni, su quanto un testo tradotto appartenga al traduttore. Questioni che diventano immediatamente retoriche di fronte al formidabile lavoro che Maurizia Balmelli ha fatto traducendo il libro d’esordio di Noëlle Revaz, Rapport aux bêtes, pubblicato nella prestigiosa collana “blanche” della Gallimard nel 2002 e proposto ora in italiano dall’editore Keller con titolo Cuore di bestia.
Il romanzo non parla una vera lingua: parla la lingua di Paul, il protagonista, un contadino ignorante e orgoglioso, violento e istintivo, che gestisce la propria fattoria secondo una scala di valori tutta sua, costruita attraverso convinzioni (e convenzioni) spesso profondamente ingiuste e brutali. Di origine più animalesca che umana. E la sua lingua, appunto, è una lingua personale, ricca di invenzioni e approssimazioni, una sorta di punto d’incontro – in assenza di un vero filtro – tra il mondo interno e il mondo esterno. Paul, più che parlare come mangia, parla come pensa e pensa come parla. Azzardando, si potrebbe dire: una versione primitiva del flusso di coscienza. Così, per esempio, sono presentati la moglie e poi i figli nelle prime pagine del romanzo:
C’è da sfamare e anche da mungere. La Vulva sarebbe d’aiuto se solo fosse in grado, ma i bidoni del latte sono già pieni e lei è ancora là che striglia, e il caffè io lo trovo freddo e il pane tostato mezzo secco. Delle volte mangio solo quello che non cucina e i suoi intrugli non li tocco, e i suoi piatti li schifo. La Vulva è una tosta, non batte ciglio. È come con le bestie: a furia di vedere il bastone, prima di fare danni ci pensano, ed è così che le governi, col ricordo e col rispetto del padrone. [...]
Non fosse arrivata la Vulva in fattoria, le cose sarebbero state più semplici. [...] Non ci sarebbero stati i figli: e i figli, vuol dir lavoro. [...]. Ma la Vulva quei figli mica li ha fatti da sola, e tocca fargli da padre. Quando li governo, ci do quel che gli manca e se non stan fermi bacchetto, perché quando si ama si mena.
La traduzione di Maurizia Balmelli non perde un colpo e ritrasmette tutta la forza del romanzo di Noëlle Revaz: fluida e inventiva, ci trascina nella narrazione delirante – quasi ipnotica – di Paul senza mai concedersi pause ritmiche o incoerenze stilistiche. Del resto, la lingua e il personaggio di Paul, nella loro assurdità, non smettono mai di essere credibili. Una situazione scomoda, per il lettore, che entra nell’universo del contadino riconoscendo – nonostante tutto – barlumi di senso; e vergognandosi di provare, di tanto in tanto, un’ambigua forma di tenerezza.
Il romanzo si sviluppa attorno all’arrivo di un portoghese, chiamato alla fattoria come bracciante per la bella stagione: «Lui si chiama Jorge, ma io dico Georges: mica siam stranieri, qui». La presenza bonaria e generosa dell’uomo, che porta con sé nuove idee, scombussola ovviamente l’armonia di Paul e della sua fattoria. In particolare, l’attenzione si sposta presto sulla moglie bistrattata, con Jorge in veste di mediatore. Paul, innervosito e a tratti smarrito, cerca di inseguire gli eventi, che più spesso però gli sfuggono di mano. Su tutti, la scoperta della malattia della moglie, più grave di quanto Paul volesse credere. L’intraprendenza di Jorge porta dapprima alla visita del medico («“Qual buon vento, dottore?” faccio il tipo tranquillo e fiducioso che non ha pesi sulla coscienza [...]. “Be’, è per la malata, Paul” dice il medico sorpreso, al che gli domando: “La malata?” e nel medesimo istante capisco che Georges ha tradito, è stato lui a chiamare il medico, magari quando ero al campo o sul trattore»), poi al ricovero in ospedale della donna. Quest’assenza forzata crea nuovi equilibri e, a Paul, nuove riflessioni:
Non è che ci ho dei sentimenti, per la Vulva, non è che ci tengo: mi sta a cuore né più né meno di qualsiasi altra donnina che avesse fatto il nido da me, nel mio lettone, nella mia fattoria, e che avesse portato i suoi piccoli, che sono anche i miei, dentro quel pancione che ho sempre riempito a dovere. Chiunque avrebbe il turbamento della presenza familiare che non c’è e che manca. Da quando se n’è partita, la sua assenza ha creato uno squilibrio, in fattoria, e proprio come quando una vite, anche se arrugginita corrosa invecchiata, si allenta e la macchina non funziona più, alla fattoria c’è il vuoto, anche se lei conta zero, e bisogna ripigliarsi e ritrovare il ritmo.
Nuove invasioni di campo – come le visite inattese di vicini e vicine di casa, sempre orchestrate da Jorge, che si trova anche coinvolto in una storia d’amore – e il ritorno a casa della moglie malata arricchiscono la parabola del romanzo fino all’epilogo preannunciato: la partenza del portoghese. C’è ancora tempo per un paio di avvenimenti drammatici, prima che il ciclo naturale riprenda il sopravvento nel mondo di Paul e in quello di tutti: «Possiamo dire con certezza che siamo pronti per l’inverno, perché ci lasci un po’ tranquilli».
Cosa colpisce allora, di questo romanzo, oltre alla lingua? In fondo, l’opposizione tra il contadino abbrutito e il generoso bracciante portoghese potrebbe sembrare poco originale, perfino scontata. Purtroppo o per fortuna, non è così semplice, e il sentimento di leggera inquietudine con cui si chiude il libro è significativo. Soprattutto, la prospettiva ambigua da cui si è costretti a guardare (e da cui comunque non ci si allontana, complice – come detto – uno stile irresistibile) crea molte sfumature. Poche certezze e moltissimi dubbi. Ci avvicina, per quanto possa sembrare impossibile, a un personaggio deplorevole e a volte disumano, in cui saremmo sicuri di non riconoscere nulla. Prima di essere risucchiati nel vortice del suo universo.