Cinque domande a Renato Martinoni
Pierre Lepori su Il tramonto degli dei di Renato Martinoni
Le rocambolesche truffaldine avventure di Tewanna Ray alias Cervo Bianco "Chief of the Cherockee Indians", al secolo Edgar Laplante, hanno già ispirato due romanzi (due versioni assai diverse di uno stesso romanzo), di Ernesto Ferrero, attuale direttore del Salone del Libro di Torino (Cervo Bianco e L'anno dell'indiano, usciti nel 1980 e 2001 da Mondadori e Einaudi). Per quale motivo ha ritenuto interessante tornare su questa vicenda e sulla base di quali documenti originali?
Tewanna Ray è un personaggio straordinario. Non tanto forse per ciò che è (o che non è), quanto piuttosto per quello che riesce a (far) costruire intorno alla propria immagine. La sua vicenda può essere raccontata in tanti modi, anche se c'è stato a suo tempo uno sforzo quasi generale per cancellare la sua figura-meteora dalla Storia. Questo è successo in particolare nell'Italia del Fascismo, non per fortuna nella Svizzera degli anni Venti. Gli archivi della polizia, quelli privati e le cronache dei giornali hanno conservato molta roba interessante: lettere, rapporti, verbali, tessere ad honorem, fotografie e via di seguito. Non mi interessava tanto raccontare una vicenda voyeuristicamente "borghese" (l'amore tra un falso indiano e una giovane contessa) quanto piuttosto l'avventura di un maliardo capace di niente e di tutto.
Nonostante il sottotitolo "Storia e romanzo di Cervo Bianco", il suo libro si discosta nettamente dalle biografie romanzate di Ferrero (nella seconda la vita dell'avventuriero pseudo-indiano è osservata dagli occhi ammirativi e delusi del suo segretario). Lei sceglie uno stile volutamente cronachistico, da cronistoria più che da romanzo. E' un modo per "giocare" intellettualmente sul senso del romanzesco? Di mettere in scacco una certa idea (anche molto ticinese, si veda per esempio Mario Agliati) di storiografia raccontata? Oppure ancora di dichiarare che la storia, anche quella universitaria, è sempre racconto, sempre romanzo?
Sono arrivato alla scrittura narrativa dopo parecchi anni dedicati alla storia culturale e alla filologia. Vorrei comunque ricordare con Rousseau che si può fare la storia "en réflexion" oppure "en narration". Questa seconda possibilità mi affascina molto (del resto c'è chi, da tempo oramai, specie nell'ambito della comparatistica, considera la scrittura storiografica come una forma di creazione letteraria). Il sottotitolo del libro – "Storia e romanzo di Cervo Bianco" – indica i due estremi dentro i quali si muove la narrazione. Non voglio certo negare che, scrivendo un testo di bellettristica, mi sento portato a riflettere intorno al fenomeno della narrazione. Dopo tanto sperimentalismo fine a sé stesso, dopo tanto bla bla intellettualistico, dopo tante astrazioni pseudo-metafisiche credo sia giunto il momento di tornare a raccontare e, per chi ne ha le doti, a narrare. Raccontare vuol dire fondarsi, almeno all'inizio, sui documenti; e guardare (con ironia, certo) alla realtà.
Se le avventure italiane di Cervo Bianco si svolgono in un paese facile a credulità ben più gravi (siamo nel 1924 del delitto Matteotti), in Ticino il falso indiano è accolto dapprima con scetticismo campagnolo, indi con una particolare crudeltà, durante il processo per truffa che si svolge a Lugano. Ne esce l'immagine non tanto del "paese dell'iperbole" denunciato da Chiesa, quando di una piccola Mahagonny in cui prima si sogna (il bengodi) e poi si punisce. Il sognatore – diverso un poco stregone – è rapidamente rigettato nel ridicolo. Come interpreta queste differenze?
Significa intanto che c'è una bella differenza fra la società democratica, sia pure essa provinciale, dove le falsità possono essere in parte almeno denunciate, e il mondo grande e perverso dei totalitarismi (quelli ideologici, prima, quelli mediatici, poi) che usa gli eventi per fini propri, e che poi sovente non sa più distinguere fra realtà e finzione, anzi fra verità e menzogna. Finché il falso "Chief of the Cherockee Indians" serve al sistema, il sistema – cioè il Fascismo – in Italia lo venera come un dio disceso dal cielo; quando la sua immagine si sta rivelando sporca, ma soprattutto diventa troppo visibile, tanto da fare ombra ai grandi capi, ecco che lo si elimina brutalmente.
La figura di Tewanna Ray è complessa e affascinante. Nonostante le follie irrazionalistiche che scatena, non possiamo impedirci di trovarlo un poco tenero, soprattutto quando arriva a Bellinzona sifilitico e patetico. Il suo libro non sembra invece dimostrare una particolare empatia nei confronti dell'"imputato Laplante", osservato anzi nell'impietosa secchezza della cronaca. E' una scelta dello storico, dell'intellettuale, del romanziere?
Lo studioso ha un proprio modo di scrivere, e di parlare al proprio pubblico dei lettori. Da qualche anno in qua – pur senza venire meno al mio mestiere – sento il bisogno di scrivere anche diversamente, e di parlare anche a un altro tipo di pubblico. Mi è capitato varie volte di dovermi confrontare con la biografia (di aristocratici seicenteschi, di eruditi settecenteschi, di esuli ottocenteschi, recentemente del poeta Dino Campana). Conosco per esperienza diretta i meccanismi mentali che accompagnano questi lavori. Tewanna Ray non è un raffinato collezionista di opere d'arte, non è un paziente studioso di storia letteraria, non è un intellettuale lontano dalla sua patria, non è un grande poeta "pazzo". È solo un abile mentitore (abile con la parola e con i gesti), spietato con gli altri e con sé stesso. Possiamo guardare a lui con simpatia, ma non con sentimenti di compassione o di compartecipazione. E poi c'è un fatto che mi pare importante: durante il processo a suo carico il falso Indiano dice che tutto è stato teatro, che lui si sente attore di una messinscena dove ognuno – anche chi lo ha portato in tribunale e lo farà mettere in prigione – ha recitato la sua parte. Come finirà la tragicommedia? Questo chiede "Cervo Bianco" ai giudici che lo condanneranno, agli avvocati che lo accusano, alle contesse che lo hanno viziato, alle migliaia e migliaia di persone che lo hanno osannato.
Il ruolo (e la temperie) del fascismo nella folgorante carriera di Tewanna Ray è abbastanza evidente. La truffa è una sorta di cartina di tornasole di una società pronta ai facili entusiasmi e con qualche senso di colpa coloniale (non a caso Delio Tessa ne trae una satira antifascista). A più riprese lei insiste – nella sua cronaca della truffa di Cervo Bianco – su possibili parallelismi con i fenomeni massmediatici attuali. E' davvero possibile comparare queste due epoche – il 1924-25 e il 2004 – e considerare la vicenda di allora come un monito contro i persuasori occulti di oggi?
Credo proprio di sì. Anzi, il falso Indiano anticipa con intelligenza – ecco l'aspetto più straordinario della sua storia – le perversioni della società dei messaggi gridati alla televisione. "Cervo Bianco" è simbolo ante litteram di un mondo mediatico che crea i personaggi dal niente e poi li usa o li getta a seconda delle necessità. E di un pubblico pronto a esaltare o a denigrare da un momento all'altro. È una metafora dell'oggi, insomma. Una meteora profeticamente comparsa con un secolo di anticipo sugli eventi contemporanei.