Altre stelle uruguayane

Matteo Ferrari su Altre stelle uruguayane di Stefano Marelli

Per farsi un’idea del tono spigliato che caratterizza Altre stelle uruguayane, romanzo d’esordio di Stefano Marelli, quarantenne ticinese cresciuto a Chiasso, basta aprire il libro e leggere le prime righe:

Terminai la birra e posai la bottiglia sul tavolo, con le altre già svuotate. Le contai. Ero comodamente in doppia cifra e, per dirla tutta, non era il primo bar che visitavo quella sera. Questi non sono record di cui andare fieri, lo so. Ma voglio essere onesto fin da subito. A quel tempo avevo dei problemi con l’alcol. O meglio, i problemi ce li avevo senza l’alcol. (p. 9)

A parlare è Sauro, un giovane europeo che campa d’espedienti in Sudamerica senza troppa voglia né troppe possibilità di tornarsene a casa. Nel villaggio in cui si è stabilito, un buco dal nome impronunciabile nella selva dell’Ecuador (e difatti tale nome non compare mai nel corso della narrazione), Sauro è uno dei pochi non-locali in circolazione:

In quel periodo della mia vita, in quell’angolo di mondo, credevo che la gente mi vedesse come un gringo misterioso e affascinante: un individuo dalla complessa personalità, capace di celare innumerevoli talenti e segreti. Ero convinto che ‘sta roba potesse nascondere in qualche modo la realtà, che era ovviamente fatta di sfiga, tristezza e prolungata astinenza sessuale. (p. 17)

La trama è, in principio, il risultato di coincidenze, incontri casuali di persone che hanno delle storie da raccontarsi. Nella selva infatti Sauro conosce il Brujo, un vecchio barbone che tutti laggiù guardano un po’ storto. El Brujo (lo stregone) si rivela un ex-giocatore di fùtbol dal passato pieno di segreti e Sauro prende l’abitudine di fargli vista. Lo accompagna ben presto Martina, una giovane archeologa italiana conosciuta per caso in una stazione dei bus e piombata qualche tempo dopo nella camera dove Sauro alloggia. Il vecchio, scelti i due come confidenti, inizia a narrar loro la storia della propria vita, una serie di racconti nel racconto, di tono ora scherzoso e scanzonato, ora triste e malinconico. Il Brujo, il cui vero nome è Prudencio Picassent, ha infatti perso entrambi i genitori da ragazzo. Cresciuto in un orfanotrofio di Montevideo, ha trovato nel calcio la sua passione. «Il fùtbol, per molti di noi, rappresentava l’unica ragione di vita», dirà (p. 41). Il grande talento dimostrato sul campo permette a Prudencio e all’amico Nesto Bordesante, inseparabili sin dai tempi dell’orfanotrofio, di giocare in due rinomate squadre di Buenos Aires. Da qui, sempre più famoso, il Brujo prende la via dell’Italia. Siamo negli anni Trenta e l’Italia è quella fascista: il Brujo è stato infatti chiamato a giocare nella Capitolina, la squadra voluta dal duce per «spezzare l’egemonia delle città del nord» (p. 133). Ma proprio l’Italia fascista, con la sua facciata di gesso e proclami, con la guerra che incombe e i regolamenti di conti a conflitto concluso, darà al Brujo più grattacapi che fama.

Di più non diremo per non rovinare il piacere della lettura, ma i colpi di scena che Marelli ha in serbo sono molti. Il suo è un racconto scoppiettante, ironico e sbrigliato, che colpisce per la capacità d’affabulazione e lo stile diretto. La lingua suona fluida e spontanea e sembra scivolare sulla pagina in maniera naturale, senza sforzo: un pregio non da poco per un esordiente assoluto. Frequenti gli episodi capaci di strappare un sorriso, come il siparietto che Sauro inscena all’aeroporto di Quito con un uomo d’affari lombardo, un ciccione rozzetto ma più furbo di quel che potrebbe sembrare. Ha fretta di tornare in Italia, dice, per assistere a una partita di pallacanestro.

«Non potvei pevdevmi pev niente al mondo la pavtita d’addio del Marvzovati. […] come si fa a odiavlo, quel bvüt demoni? Tvoppo bvavo, il migliove di tutti. Oehi, bavba, ma te lo sai di chi sto pavlando?» Ovviamente, io questo fenomeno non l’ho mai sentito nominare. […] Ma non voglio deludere il mio babbonatale. Così rispondo: «Certo, Pierluigi Mavzovati, il più grande di tutti». Il ciccione mi guarda di traverso e mi fa: «Oehi, bavba, te me ciàpet pev ul cü? Mavzovati con due evve, non con due vi. Ostia, bavba, mi sei simpatico. Non capivai un cazzo di pallacanestvo, ma sei simpatico» (p. 59)

Questa commistione di lingue, gerghi e dialetti è una particolarità dello stile di Marelli, e contribuisce in parte al piglio ironico dell’insieme. Altrove sarà il romanesco o l’italiano con accento teutonico; in generale però è lo spagnolo, onnipresente nel libro, per lo più sotto forma di singole parole che danno alla prosa una patina un po’ latinoamericana.

Decisi che sarei andato a far visita al Brujo. La señora Valdivieso aveva una Graziella e gliela chiesi in prestito. Non pedalavo da una dozzina d’anni. Micamale. Mi fermai alla tiendita, comprai due confezioni da sei, infilai le birre nella sacca e feci rotta verso il Parque. (p. 30)

Altre stelle uruguayane è stato un piccolo caso letterario: rifiutato in Ticino, il racconto ha trovato un editore a oltre mille chilometri di distanza, in Calabria, solo dopo aver vinto un concorso letterario locale (Parole nel vento) e attirato l’attenzione di un critico del «Corriere della Sera». Malgrado la presenza di più storie, il vero centro della scena rimane comunque il Picassent. La storia delle sue vicissitudini tiene il passo per almeno i quattro quinti del libro; e quando comincia a sfilacciarsi è perché ormai l’intreccio è prossimo alla conclusione. Le sorprese sono vere sorprese, e chi è tentato di obiettare al romanzo un uso eccessivamente gergale della lingua, comprese le parolacce, sappia che la frequenza di quest’uso viene meno coll’intricarsi della storia, quando cioè le vicende del Brujo prendono il sopravvento sugli aneddoti e le (pur gustose) scenette che ritmano l’inizio del romanzo. Quello di Marelli è un libro di genere, ben costruito. Un libro che si legge velocemente e che diverte. Anche solo per questo andrebbe letto.

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