3 domande a Matteo Terzaghi

Matteo Ferrari su Ufficio proiezioni luminose di Matteo Terzaghi

_Autore pochi anni fa di un saggio di stampo filosofico (Il merito del linguaggio, Casagrande 2006) e curatore nel frattempo con Marco Zürcher di diverse pubblicazioni legate a mostre fotografiche (ricordiamo solo The Tower Bridge e altri racconti fotografici, Periferia, 2009), Matteo Terzaghi ha pubblicato quest’estate la sua nuova opera: Ufficio proiezioni luminose. Il tema del libro, affrontato attraverso 36 brevi capitoli, è quello delle immagini e del nostro rapporto con esse. Loro presenza e loro evanescenza, potremmo dire, o anche: immagine pura e racconto dell’immagine, dove non per forza il secondo è didascalia della prima. Difatti, se tutti i capitoletti dell’opera traggono spunto da un’immagine (fotografia), non in tutti i casi tale immagine è riprodotta nelle pagine._

Partiamo dunque dallo statuto dell’opera: raccolta di riflessioni, opera filosofica, ibrido artistico-letterario… Ufficio proiezioni luminose è un’opera difficile da definire. Anna Banfi ha parlato di «passeggiata (in senso walseriano) tra le immagini», Marco Belpoliti di «scrittura che, senza mai strafare, muove verso la filosofia, e tuttavia non abbandona mai la sponda della letteratura». E Matteo Terzaghi, come definirebbe il suo libro?

Appartiene all’antico genere dei “libri difficili da definire”, un genere che, tra l’altro, frequento molto anche da lettore. Di sicuro non è un’opera filosofica. In filosofia uno deve sforzarsi di sostenere quello che dice con dei buoni argomenti e questi a loro volta necessitano di un buon lavoro di analisi. Qui invece contano la lingua, il tono, le storie e le connessioni che affiorano dalla scrittura, l’intreccio dei temi che attraversano il libro. È vero però che alcuni di questi temi appartengono alla filosofia, ad esempio il rapporto tra vedere e immaginare.

Nella sua recensione Anna Banfi ricorda Robert Walser. Walser ha scritto centinaia di prose divaganti che cominciano come un racconto e finiscono come un saggio, o viceversa. Tra la narrazione e il ragionamento si aprono varie possibilità, tra cui la narrazione di un ragionamento o di uno scatto della percezione. Il primo libro di Walser è ispirato alla forma dei “temi in classe”. Per rimanere alla letteratura italiana, mi viene in mente Palomar di Italo Calvino, ma si potrebbe facilmente risalire a certe cose di Leopardi e anche più in su.

Possiamo dire che una delle ragioni della letteratura continua a risiedere proprio nell’interrogarsi di ognuno di noi sul proprio rapporto col mondo circostante, su quanto cioè vede e metabolizza ogni giorno?

Penso di sì, in modi sempre diversi. L’esperienza che faccio da lettore, quando leggo certi autori, è quella di un avvicinamento alla realtà, le cose acquistano presenza. Io abito a Bellinzona, e quando guardo le mura di Castelgrande, penso alla descrizione che ne ha dato Giorgio Orelli nel racconto Pomeriggio d’estate: “i merli del castello sono perfette cerniere di pietra e di cielo”. Una frase così non ha solo il merito di fissare con esattezza il dato percettivo; suggerisce qualcosa sulla condizione degli uomini, che non vivono nel buio della pietra e neanche nella luce del cielo, ma lungo il raccordo di queste due dimensioni.

L’espressione ‘procedere per immagini’ evoca istantaneità, allusività, ricamo. Quasi che l’immagine generi da sé il suo significato, che parli senza bisogno di parole. Descriverle impone dunque – oltre che una pausa di riflessione – anche un atto in controtendenza. Ha senso usare la lingua per descrivere delle immagini? Non si corre il rischio di perennemente rincorrere qualcosa che sfugge?

Dietro le immagini, o davanti, ci sono le immagini mentali: fantasie, ricordi, premonizioni, tutto quel “cinema naturale” in cui si consumano le nostre vite. A me sembra di sognare tutto il tempo, anche di giorno, quando sono sveglio e apparentemente lucido, sento che c’è una parte del mio cervello che continua a proiettare immagini. È una mia disfunzione? Devo preoccuparmi? No, non credo, penso che sia così per ciascuno di noi e che queste immagini ci aiutino a orientarci nella realtà e a vederla nella sua stratificazione e nella sua ricchezza.

Nel libro questi temi si presentano anche sotto forma di storielle, come quella di un mio amico che quando vede per la prima volta la sua compagna con il figlio attaccato al seno è assalito dal ricordo delle numerose raffigurazioni della Madonna viste e studiate negli anni precedenti o quella di quel tale che di fronte a una Madonna del Latte non riesce a vedere altro che una giovane mamma intenta ad allattare un bebè con uno strano cerchio dorato sospeso sopra la testa.

Vorrei poi aggiungere che le immagini fotografiche suggeriscono dei racconti non tanto per ciò che racchiudono, ma soprattutto per quello che tagliano fuori dall’inquadratura: il prima e il dopo, il soggetto che ha premuto il pulsante dell’otturatore, l’origine di un’ombra misteriosa... C’è un bambino che si rivolge a un pappagallo, probabilmente uno dei due sta dicendo qualcosa, ma la fotografia è muta, e già questo evoca una storia, per quanto minima. In altre parole, scrivere sulle immagini o a partire dalle immagini è un po’ come lavorare in una camera oscura attorno alla vaschetta dello sviluppo, l’acido risveglia l’immagine latente, e la scrittura – che però non deve mai essere acida! – funziona in modo analogo.

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